Il racconto di Ilaria Scovazzi, responsabile immigrazione di Arci Milano, entrata nel Cie (ex Cpt) di via Corelli venerdì, insieme a Luciano Muhlbauer.
Alle 15.30 di un venerdì soleggiato, due camerate del CIE di via Corelli 28 si sono aperte. Quelle camerate il sole non l'hanno mai visto: viene tenuto fuori dai vestiti appesi alla finestre e l'umidità ha mangiato le pareti e i disegni che segnano i passaggi dei detenuti.
Corelli consuma e mangia 104 persone, 17 donne e il resto uomini, il reparto C dei trans "è stato chiuso sia per i danni dei continui incendi sia perchè - come ci dice il comandante della Croce Rossa - non serviva più. Lula non fa ritornare in Brasile i suoi concittadini". Il reparto per i richiedenti asilo politico è stato chiuso da un mese per avere più spazio per gli altri "ospiti".
Gli uomini sono nord africani, le donne dell'est europeo. Curiosa concentrazione geografica, che parla molto dei "lavori" più visibili e che la cronaca attribuisce all'immigrazione.
Corelli mastica e digerisce le persone molto lentamente. Il 50% delle persone sono in quella gola da più di 2 mesi, i 20 ragazzi di Lampedusa con la convalida di gennaio, ma sbarcati a dicembre sull'isola, la ragazza del Ghana che ormai sta avvicinandosi ai 4 mesi, oppure la mamma tunisina che dopo anni nel carcere di Como da 50 giorni si domanda dove sia la figlia. O ancora il signore kossovaro con una camicia di pile che ironizza sulla sua sciagurata storia: 70 giorni passati nel CIE di Modena poi un volo di qualche ore verso la Macedonia e altrettante ore di ritorno a Milano perchè - e tutti dovrebbero saperlo - un Kossovaro in Macedonia non più starci. E ora da 69 giorni a Milano.
Corelli è una camaleontica struttura. Molto carcere, molto terra di nessuno sospesa ed arbitraria, molto reparto psichiatrico. Moltissimo contenitore e madre di rabbia. Per la prima volta abbiamo parlato tutti insieme nella camerate. Prima le donne e poi gli uomini. Stranamente la Tv era sintonizzata su MTV ma le parole che abbiamo ascoltato non erano musica. C'è una ragazza moldava, sposata con un signore italiano di 34 anni, mi dice "Se mi chiudo dentro di me muoio". E' passata dal reparto psichiatrico del Niguarda a Corelli, prende dei farmaci che le fanno dimenticare la sua vita, la mamma in ospedale in Moldavia, il prestito fatto, si tocca il braccio per parlarmi della mamma che vive con le flebo, si tocca gli occhi quando mi racconta del Niguarda, si mette sull'attenti quando mi racconta del suo lavoro da badante a Torino. Mi ripete, in continuazione, gocce 2 la mattina e la sera, così scandisce il suo tempo.
C'è una ragazza dai capelli neri lucenti. Ha da poco abortito, ha male alle ovaie, ha la febbre. E' ossessionata dal suo sangue e dalle ironie sul suo stato di salute che sente in infermeria. Parla, parla e poi ancora parla di non voler essere un animale, ma di fare fatica a ricordarselo. E poi si ferma mi fissa e dice "Cosa sono?". Non ti lasciano respirare, per prendere ossigeno guardi la Tv. In disparte una giovane donna albanese con occhiali rossi. E' da 10 anni in Italia, ha perso il permesso di soggiorno mentre era a fare una passeggiata e ora è a Corelli.
Esco e vengo fagocitata dai racconti degli uomini nord africani. Il clima è diverso, c'è molta tensione, rabbia e i racconti sono altri. Parlano di uomini arrotolati in coperta alla mattina presto per essere espulsi, parlano di botte e di continue incursioni della polizia. Non so se sia tutto vero, ma non sono un giudice. Quello che so è che la mia pancia sente la loro rabbia. Sono tutti concentrati sull'ipotesi dei 6 mesi. Spiego l'iter legislativo, lo sanno perchè loro vedono la TV, ma i giorni si accumulano. La loro storia collettiva di paura è rappresentata dai 20 ragazzi di Lampedusa, qui dal 29 di gennaio (come scritto sulle 20 convalide), e dalle dita su cui contano i mesi. La loro rabbia sono le 10 sigarette che non arrivano mai e l'impossibilità di poter acquistare. Per riscuotere soldi, attraverso bonifici postali di parenti e amici. Ora, da un mese, non basta la delega alla Croce Rossa per il ritiro: ci vuole il codice fiscale e la carta di identità. Richieste impossibili per una persona che sta in Corelli per essere identificato, senza un documento. Ecco la loro rabbia e vita. A volte si arrampicano sui tetti, gridano, urlano, si rivoltano.
E noi, che facciamo?
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