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Nomuslimban!!!

Riceviamo e rilanciamo immediatamente la lettera e l’invito del presidente Nazionale di Arci, Francesca Chiavacci.

Cari circoli, cari soci, cari navigatori arcisti e non…che dire? scaricate, utilizzate, diffondete a go go…

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“Care e cari,

come avete visto il fine settimana è stato caratterizzato dalle notizie terribili che giungono dagli Stati Uniti.

La chiusura delle frontiere a coloro che provengono dai paesi cosiddetti “musulmani” (esclusi quelli economicamente e politicamente “amici”) rappresenta un fatto senza precedenti, per       quel Paese, che fortunatamente ha trovato in tantissimi stati americani, con l’appoggio di numerosi artisti, intellettuali e imprenditori una opposizione fortissima da parte delle cittadine e dei cittadini.

Crediamo sia importante far sentire anche dal nostro paese che li stiamo appoggiando, anche alla luce delle troppo poche parole spese dalle forze politiche e dal Governo e dalla preoccupante “solidarietà” espressa al Presidente Donald Trump da alcuni leader nostrani.

Per questo abbiamo pensato di lanciare una campagna sui social che riprende lo slogan più usato in queste ore: Nomuslimban, che vi invitiamo a rilanciare.

 Vi inviamo inoltre anche il materiale grafico utile per locandine e adesivi, se ritenete potete far stampare, avendo il materiale grafico già pronto.

Un augurio di buon lavoro e di buon inizio della settimana”

 

La Presidente nazionale

Francesca Chiavacci

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Volkswagen in Usa: ‘Questo non è il diesel di tuo padre’

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L’affare Volkswagen potrebbe sintetizzarsi nello slogan pubblicizzato in America dalla casa tedesca: “Questo non è il diesel di tuo padre”. Nonostante la stizzita ironia antigufi che da giorni inonda il Foglio di Giuliano Ferrara, è difficile riabilitare una delle truffe più ignobili della storia industriale e limitarsi alla preoccupazione per le perdite e l’eventuale declino del più grande produttore di auto al mondo.

Da troppo tempo il motore a combustione interna – diesel in particolare – è sotto accusa per i danni alla salute, per le emissioni nocive e per il consumo di suolo che le autovetture occupano in relazione al trasporto di persone assai spesso singole. La “bomba” esplosa dopo le prove fornite dall’International Council on Clean Transportation non è molto lontana a mio parere dall’effetto di Fukushima, con l’aggravante che nel caso delle emissioni i consumatori hanno un ruolo diretto e assai più stringente dei governi nello scegliere le alternative. A poco vale il ricatto su centinaia di migliaia di lavoratori occupati e il coinvolgimento dei “potenti sindacati” nel solito giochetto per cui sarebbero loro i più ostinati oppositori ad una riconversione ecologica. Che invece va avviata con urgenza, partendo dagli effetti spaventosi che il trucco ha già procurato e dai vantaggi occupazionali che si potrebbero trarre da una transizione governata alla mobilità sostenibile.

Secondo il Guardian lo smog è causa di quasi mezzo milione di morti premature ogni anno, e l’Unione europea sa che quasi il 40% delle emissioni di ossido di azoto dipendono dal trasporto. L’inganno perpetrato dalla casa automobilistica rischia di aver prodotto quasi un milione di tonnellate di emissioni di ossidi di azoto (NOx), grosso modo quanto ne producono tutte le centrali elettriche, le auto, le industrie e l’agricoltura del Regno Unito. La società tedesca ha ammesso che il dispositivo potrebbe essere stato montato su 11 milioni dei suoi veicoli in tutto il mondo, con conseguenze da 10 a 40 volte quelle stimate per gli Stati Uniti.

Certamente, come appare nella pubblicità, una “Passat” di oggi non richiama immediatamente il puzzolente pick-up dei film degli anni cinquanta. Ma non per questo si può tacere su questioni, come le quattro sotto riportate a cui si è data ancora poca attenzione.

1. La scelta intenzionale di Volkswagen ridefinisce drasticamente il concetto di malware. Siamo abituati a malware che ruba password, inietta pubblicità o altera il funzionamento dei computer o dei telefonini; non era ancora capitato che del malware inserito intenzionalmente dal costruttore consentisse di nascondere un inquinamento atmosferico su vasta scala. Siamo ad una forma di crimine occultata abilmente, ma non dissimile dall’impiego dell’amianto in edilizia.

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Shale gas: dalla rivoluzione ai necrologi

“Nonostante tutta la propaganda di petrolieri, investitori, banche e politici lo shale gas non sarà la soluzione di nessuno dei nostri problemi energetici o occupazionali”. Lo affermava nel suo blog Maria Rita D’Orsogna più di un anno fa e io stesso sono più volte intervenuto su questo blog per sfatarne le virtù salvifiche, che ogni ad che si rispetti delle corporation energetiche italiane andava proclamando in tutti i convegni in cui si auspicava un approdo delle tecniche da scisto in Europa.

Interi dossier sono stati curati per disegnare il primato che gli Usa avrebbero conservato a lungo nel settore dell’energia, stroncando sul campo Russi, Arabi, Iraniani e l’Opec tutta. Invece due fattori – uno di natura geopolitica (l’abbassamento del prezzo del petrolio da parte dell’Arabia saudita) e l’altro di natura locale (la crescente opposizione dei movimenti locali negli Usa) – hanno capovolto le previsioni. Sono in atto opposizioni per ragioni ambientali in più parti del mondo,dalla California, al Sussex, in Bulgaria, in Algeria, nel Queensland.

Sara Stefanini e KalinaOroschakoff in un recente articolo sulla rivista Politico hanno documentato le difficoltà enormi che il metodo di fratturazione idraulica sta incontrando in Europa ancor prima di essere sperimentato su larga scala. Il film Gasland ha aperto gli occhi a molti attivisti, dando luogo a proteste organizzate per impedire l’inizio delle perforazioni. Una previsione dell’Us Energy Information Administration valutava in 18 miliardi di metri cubi il gas recuperabile in Europa, in particolare in Polonia, con il 29%, e in Francia, con il 28%. Ma in Polonia, ConocoPhillips è ormai l’ultima compagnia internazionale che ha lasciato le prospezioni e nel Regno Unito un consiglio locale di contea ha bloccato in questi mesi un progetto sostenuto a forza dal governo inglese.

Molte cose in Europa hanno preso una brutta piega per lo shale. La Russia con una campagna di informazione si è impegnata attivamente con le organizzazioni non governative e le organizzazioni ambientaliste con il doppio scopo di frenare l’espansione della tecnica e mantenere la dipendenza europea dal gas importato attraverso i gasdotti. Le preoccupazioni locali sui processi, il rumore, l’inquinamento delle acque e i terremoti, hanno preso il sopravvento, uscendo dall’irrazionalità e creando una vastissima documentazione scientifica sui danni e rischi del fracking e mettendo a nudo l’imprevidenza delle autorità nazionali, concentrate sull’energia potenziale e i benefici economici, ma non sugli effetti ambientali.

L’incertezza normativa ha fatto la sua parte: nessun Paese nel continente ha la stessa normativa e le raccomandazioni della Commissione europea per gestire i potenziali rischi ambientali non sono vincolanti e aprono la porta a varie interpretazioni. Così Bulgaria e Francia hanno vietato il fracking, mentre la Germania si interroga su quali regole stabiliscano standard ambientali difficilmente garantibili. Inoltre, non tutte le rocce di scisto sono le stesse e la geologia sul posto smentisce le previsioni di abbondanza: Conoco, Chevron ed Eni tutto abbandonato le loro licenze di esplorazione in Polonia dopo non essere riuscite a trovare quantità commerciali di gas.

Anche i costi si stanno rilevando poco attraenti. Le economie di scala devono ancora entrare in vigore in Europa. Negli Stati Uniti, la perforazione costa da 3 a10 milioni di dollari per pozzo. In Polonia, i 70 pozzi trivellati finora hanno un costo da 15 a 28 milioni di $ ciascuno. Ciò significa che i produttori di scisto avrebbero bisogno di un prezzo del gas ancora più elevato (circa il doppio di quello convenzionale) per giustificare il loro investimento. Infine, mentre negli Usa i proprietari terrieri hanno guadagnato molto dalle “royalties di scisto”, nella maggior parte dei paesi europei le licenze per un pozzo sono poco remunerate.

In conclusione, lo shale gas non è una priorità nemmeno per l’industria europea. E questa è una buona notizia, non solo per gli ambientalisti, ma per chi non vuole pagare con la distruzione della natura e con l’irreversibilità del cambiamento climatico uno sviluppo dissennato e una ricerca di competitività a tutti i costi, che portano alla dissoluzione dei legami di solidarietà tra i popoli e verso le future generazioni. The post Shale gas: dalla rivoluzione ai necrologi appeared first on Il Fatto Quotidiano.

Quanto petrolio ancora, Presidente?

obama arabia saudita Nessuno è oggi in grado di influenzare da solo il prezzo del petrolio: né l’Arabia Saudita, né gli Stati Uniti, né Big Oil, le grandi compagnie multinazionali. Quella che Repubblica del 26 gennaio definisce “la più grande guerra commerciale degli ultimi 50 anni” non può pittorescamente essere ridotta ad una contesa tra “sceicchi dell’oro nero e cowboys dello shale” ma va inquadrata nei colpi di coda che un sistema che macina 10 miliardi di dollari al giorno sferra sull’atlante di un’economia e di una geopolitica ancorati temerariamente al costo del greggio. Già nei post più recenti si è messo in luce come i due insormontabili problemi che precludono il futuro delle fonti fossili – gli effetti sul clima e il raggiungimento del picco di Hubbert – incidano sul riequilibrio di domanda ed offerta in un mercato dell’energia completamente modificato, in cui i costi produttivi sono sempre più elevati, dato che serve energia per estrarre petrolio. E ne servirà sempre di più e l’energia costa, al di là delle quotazioni attuariali sulle piazze mondiali.

Il capitalismo moderno poggia ancora sul petrolio, una risorsa che dal valore di 117 $ al barile di giugno 2014 è crollata, sfondando attualmente la soglia dei 50 $. A causa di chi e perché si è prodotto un simile schianto? I fattori che si combinano sono molteplici e la loro convergenza non durerà a lungo.

È vero che l’Arabia Saudita ha abbassato i listini di vendita in Nordamerica e non in Asia, con lo scopo di colpire gli Stati Uniti, protagonisti di un cambiamento strutturale, con un’esportazione a giugno 2013 di 7,3 milioni di barili al giorno, ben 1,2 milioni in più rispetto allo stesso mese del 2012 (un incremento equivalente all’intera offerta di un paese come l’Algeria!). E’ vero poi che il gioco al ribasso colpisce volutamente la Russia di Putin, il Venezuela e l’Iran. Ma non va dimenticato che nel mondo l’offerta di petrolio è cresciuta più della domanda e oltretutto la domanda appare debole per una situazione economica che non dà indicazioni di un ritorno a stagioni di crescita come nel passato.

L’83% dell’aumento produttivo globale è da imputare ad un solo paese: gli Stati Uniti d’America, mentre l’OPEC nel 2014 ha difeso la propria quota di mercato. L’Arabia Saudita sta quindi banalmente affidando al libero mercato la fissazione del prezzo, come dire: c’è troppo petrolio? Che scenda il prezzo, così aumenteranno i consumi e ad uscire fuori mercato saranno i produttori più costosi! Se parliamo di costi di estrazione, in Medio Oriente siamo sotto i 40 $, mentre per lo shale americano si stimano 65 $ al barile. Riad ha fatto bene i propri calcoli, comprendendo di essere il paese in grado di resistere più a lungo al ribasso.

In genere paga l’industria estrattiva, mentre ne guadagnano le industrie manifatturiere e gli automobilisti e i trasportatori, perché risparmiano denaro. Quello che sta accadendo equivale ad una grande manovra di stimolo, che oltretutto colpisce a tappeto, favorendo anche le classi sociali più basse. Gli economisti valutano per l’Italia un aumento del Pil dello 0,6% per effetto del calo-petrolio, mentre la bolletta energetica nazionale, già scesa globalmente di 11 miliardi nel 2014 (stime dell’Unione Petrolifera) calerà di altri 6/7 miliardi nell’anno corrente. Tutto bene? Per niente, visti i costi ambientali e l’instabilità che si riversa su molti Paesi.

E poi, il calo sarà duraturo? Per fermare la caduta occorrerebbe un aumento della domanda oppure un drastico calo di offerta. Entrambe le soluzioni non hanno chance di materializzarsi in tempi rapidi, ma lasciato a se stesso il mercato abbrevierà il periodo low-cost, perché nel caso di crollo sotto i 40 dollari, i tagli agli investimenti saranno rilevanti ed il ridimensionamento della capacità produttiva nel settore più rapido.

Lo sconquasso in atto ci dice che il mondo cambia più rapidamente di quanto gli esperti sappiano immaginare e non è sufficiente studiare il passato per prevedere il futuro. La fame di energia dell’Asia non è infinita e il loro sviluppo non sarà la fotocopia del nostro, perché rinnovabili ed efficienza sono ad uno step evolutivo ben diverso rispetto a quelli dei nostri tempi di sviluppo. Petrolio e gas di scisto non hanno inaugurato una nuova stagione dell’abbondanza, hanno solo reso accessibili risorse conosciute grazie al prezzo elevato del greggio e solo a tale prezzo avranno ancora chance.

Meglio prendere il tempo per le corna e accelerare il cambio di paradigma energetico che le energie naturali e rinnovabili – incardinate in stili di vita sostenibili  possono già innescare. Deve farsi strada la consapevolezza, fra chi governa e i cittadini, che essere sullo stesso pianeta e alimentarsi delle stesse risorse impone una politica globale di collaborazione se si ha come obiettivo la sicurezza, la difesa del clima e una vita decente per tutti. Sarebbe stato bello se nella telenovela sull’identikit del Presidente della Repubblica, avesse fatto capolino un candidato convinto che vada lasciata sotto terra, nelle rocce, sotto il ghiaccio e sotto gli oceani una bella fetta di fossili, per non rilasciare in atmosfera in pochi anni quello che la natura ha concentrato nel corso dei secoli.

Mario Agostinelli e Roberto Meregalli

Petrolio a gogò e lavoro usa e getta

C’è una relazione tra un presunto ritorno del petrolio ai fasti economici di inizio ’900 e la riduzione dei lavoratori a pura merce? Credo di sì, almeno nella testa di chiunque trasformi in valore economico ogni relazione e per profitto degradi natura e lavoro. Quanto sia illusoria questa pretesa di ritorno a duecento anni fa, lo dimostra la “guerra del prezzo del petrolio” che agita i mercati con le sue mille inquietanti contraddizioni.

Come ho già evidenziato nei post più recenti, gli attuali prezzi del petrolio sono imposti dai cartelli e dagli interessi geopolitici del momento, anche se costituiscono una tendenza non sostenibile a lungo termine, con una perdita di orientamento delle politiche energetiche, climatiche, industriali e per l’occupazione a livello mondiale. La volatilità che ne proviene è tale che la presunta vittoria degli Stati Uniti nel campo dei fossili con il ricorso alla produzione shale è stata in poche settimane messa in dubbio dall’azione dei Sauditi, disposti a buttare fino a 25 miliardi di dollari l’anno pur di tener botta sul mercato con un prezzo artificialmente basso, ancor più spinto di quello delle produzioni da scisto.

Giochiamo su un precipizio di cui non percepiamo la profondità, sprecando risorse finanziarie e naturali, con ferite all’ambiente e un accanimento miope verso il lavoro e la povertà, al punto da tradire ancora una volta gli appuntamenti sul clima e di fare della ripresa una fiammata che non crea occupazione, ma ulteriori disuguaglianze, profitti e speculazione finanziaria.

Se il petrolio rimane a 60 dollari, l’economia della Russia si contrarrà di circa il 4% nel 2015. Nella guerra fredda che si è riaperta, Bloomberg New Energy Finance del 5 gennaio ammonisce che la crisi del petrolio americano è alle porte. La Continental Resources Inc perde 4,6 miliardi di dollari nel 2015, avendo previsto un prezzo di 80 euro. Halliburton Co., il più grande fornitore al mondo di servizi di fracking alle compagnie petrolifere, ha annunciato il licenziamento di 1.000 lavoratori. Il petrolio di West Texas Intermediate, che aveva raggiunto un picco di 107,7 dollari nel mese di giugno, è sceso a 52 dollari il 2 gennaio e ben 37 dei 38 giacimenti di scisto americani l’hanno seguito nella caduta. Michael Feroli, capo economista americano presso JPMorgan, scrive che la crisi potrebbe spingere l’intero Texas in una “recessione regionale dolorosa”.

Anche per il carbone si addensano nubi: la Banca Mondiale rifiuta di finanziare nuovi progetti nel settore, mentre i conflitti europei non si limitano al gas: 66 delle 126 miniere di carbone ucraine non sono in attività a causa dei combattimenti a Donetsk e Luhansk.

In questo scenario che non induce all’ottimismo, c’è, al contrario, la conferma di un andamento costantemente positivo del settore delle rinnovabili, cioè della possibilità di ricorrere ad energia pulita per sopravvivere alla caduta del prezzo del petrolio. Da metà ottobre, mentre il greggio è sceso di quasi 30 dollari al barile, non ci sono stati cambiamenti nelle quotazioni dell’energia da fonti naturali, come misurato dal Nex (New Energy Global Innovation Index). E questo perché godono ormai di fatto di un sostegno politico e sociale generale – anche se contrastato nei media e disdegnato da Governi alla giornata come il nostro – che assicura stabilità oltre la tempesta.

Di fatto, le rinnovabili continuano a dar risultati promettenti nell’eolico offshore, dopo che hanno raggiunto competitività nei due settori principali (vento onshore e Pv), con costi molto ridotti e una valutazione dei rischi da parte delle agenzie di credito all’esportazione che risultano inferiori a quelli per le opere di estrazione e trasporto dei fossili. Così si sono aperti mercati all’estero per le imprese tedesche, danesi, coreane e statunitensi, sostenute dalle azioni dei loro governi, quando il nostro latita in balia di vergognosi stop and go, nocivi per gli utenti, le imprese, l’occupazione, l’ambiente.

Possibile che Expo 2015 si sia ridotto solo al capitolo alimentazione, cancellando quel binomio energia-vita che era, assieme al cibo, nello slogan di presentazione al mondo della manifestazione? Certamente, in mancanza di una politica energetica nazionale che ci renda presenti con know-how, imprese e lavoro, oltre che sui mercati tradizionali (Europa, Cina e Usa), anche su quelli in autentica esplosione, come le Filippine, l’Africa, l’India e il Cile!

Eppure, nel 2014 l’energia “pulita” nel mondo è volata ancora in alto, superando le aspettative, con una crescita del 16% – pari a 310 miliardi di $ in investimenti – con un balzo record in Cina (+32%) e con crescite assai maggiori rispetto ai settori tradizionali anche in Usa (+8%), Giappone (+12%), Canada (+26%), India (+14%), mentre da noi gli investimenti sono calati del 60% rispetto al 2013.

E si capisce, se si riflette sul tipo di sviluppo pensato dal governo attuale: da una parte aspettative miracolistiche per il calo del prezzo del petrolio, accompagnato dalle prospettiva di trivelle lungo le coste e di costruzione di condotte e rigassificatori per 45 miliardi; dall’altra flessibilità e licenziabilità per i nuovi assunti e meno diritti e welfare per chi al lavoro c’è già. Se si ritiene che la “rivoluzione” stia nel Job Act e nella “riforma Fornero”, perché scervellarsi a ragionare anche sull’energia che il sole invia quotidianamente sul suolo del bel Paese?

Tsunami shale gas?

La caduta del prezzo del greggio e il contemporaneo rifiuto degli arabi dell’OPEC di ridurne l’offerta, muta la competizione nel mercato del petrolio, del gas e del carbone. Sono molti gli analisti che ritengono che l’attacco non sia rivolto alla Russia, ma anche alla concorrenza del gas e dell’olio da shale americano (v. Bloomberg News del 27-11-14), così da farne emergere, senza più l’alibi di un prezzo inferiore, tutti i rischi ambientali e la bolla speculativa che si porta alle spalle. È una questione di cui da noi si parla pochissimo, ma che mette in ansia i grandi finanziatori delle fossili “non convenzionali”.

In uno scenario in movimento, Circle of Blue, periodico americano che affronta il problema delle risorse, e The Nation, con un articolo di Naomi Klein, mettono impietosamente in evidenza gli inconvenienti dell’olio e del gas di scisto.

Sono diffuse in Usa e Canada preoccupazioni sui rischi per l’acqua, la terra, e le comunità, dato che il boom di estrazione da scisto richiede cambiamenti dirompenti dei sistemi di tubazione e di quelli ferroviari di trasporto. Le nuove riserve energetiche si trovano in aree che non sono ben collegate ai porti o alle raffinerie già sviluppate nel secolo precedente e le imprese del settore energetico sono impegnate in una rete ferroviaria e di gasdotti per abbinare la mutata geografia alla nuova offerta.

Nel corso degli ultimi due anni, treni che trasportano petrolio dal Canada e Dakota sono esplosi almeno in sei località, con perdita di centinaia di vite e vasti inquinamenti. Nel 2010, un oleodotto che trasporta greggio per la raffineria a Detroit dalla regione di sabbie bituminose di Alberta ha rovesciato quasi 1 milione di litri di greggio appiccicoso nel fiume Kalamazoo. Gli analisti del settore prevedono che una media di circa 50 miliardi di dollari all’anno saranno spesi da qui al 2025 per creare reti di gasdotti e di ferrovie adeguate: con 28968 km di condutture si tratta di uno "tsunami di nuovi gasdotti". In attesa dei nuovi tubi il trasporto ferroviario è cresciuto in modo esponenziale con un aumento del 3600%.

Il percorso del gasdotto Keystone XL, che collegherebbe Alberta al Golfo del Texas, è l’esempio più visibile di protesta nazionale (l’itinerario proposto attraversa un acquifero sensibile in Nebraska, che i cittadini e il governatore dello Stato vogliono proteggere). Le proteste vanno al di là delle popolazioni locali, perché si considera che l’arresto del programma possa bloccare la produzione da sabbie bituminose, una delle fonti più costose e più sporche (più del doppio di effetto serra rispetto al petrolio tradizionale), che porta benefici economici ad una parte dell’industria, ma danni rilevanti all’agricoltura e al turismo.

In meno di un anno, Shell, Statoil e Total hanno abbandonato i loro progetti sulle sabbie bituminose, avviati quando il petrolio era a 100 $. Barack Obama, a questo punto, deve decidere se, fermando Keystone, ferma anche un progetto industriale che sta destabilizzando il clima. Nel frattempo i rappresentanti delle popolazioni indigene continuano a vincere coi loro ricorsi in tribunale.

Il cambiamento climatico è tornato sulla scena mondiale, ad un livello che non si scorgeva da quando è fallito il vertice di Copenaghen nel 2009. Mentre Stati Uniti Cina e Europa sembrano indotti a ricorrere a drastiche misure, il Canada, con emissioni di quasi il 30 per cento superiore a Kyoto, comincia esso stesso a dubitare che le sue sabbie bituminose siano opportunità di business a lungo termine, in cui depositare centinaia di miliardi di dollari nei prossimi decenni.

Cambiamenti climatici, Obama perde: rilanciano i negazionisti climatici e le lobby del nucleare

La risalita dei repubblicani alle elezioni di metà mandato e l’isolamento anche tra i democratici dell’incerto presidente Obama ha ridato quota alle lobby che condizionano la politica americana e renderanno più problematiche le svolte richieste dalle classi sociali meno abbienti e dai movimenti ambientalisti. Esamino qui i risvolti di questo passaggio politico di oltre Atlantico sulla politica climatica ed energetica del pianeta.

Proprio a sondaggi già confermati a sfavore dei “Democrats” e a pochi giorni di distanza dalla discussione in Congresso della posizione da adottare da parte degli Stati Uniti per il prossimo vertice sul clima, il Pentagono ha pubblicato un nuovo rapporto che suona l’allarme sulle minacce alla sicurezza nazionale rappresentata dal cambiamento climatico e prevede che su di esso si sfidino sul serio le forze militari. Secondo il rapporto, le truppe degli Stati Uniti saranno sempre più schierate all’estero e molte delle basi navali degli Stati Uniti diventeranno vulnerabili alle inondazioni per l’innalzamento del livello del mare e le sempre più violente tempeste tropicali.clima_interna nuova

Anche se sembra delittuoso parlare del riscaldamento globale come di una “minaccia alla sicurezza nazionale” piuttosto che a un’emergenza planetaria, sia in termini di giustizia ambientale che intergenerazionale, questo è il taglio di tutto il rapporto, d’altra parte preoccupato per la prima volta dell’irreversibilità del cambiamento. Nel momento in cui il negazionismo climatico esercita ancora un’influenza sulla politica degli Stati Uniti, il focus non si sposta ancora su un nuovo trattato vincolante sul clima globale, ma si aggrappa a mantenere inalterati il tenore di vita e la sicurezza degli americani.

È così che il Ministero della Difesa si attrezza per affrontare l’innalzamento del livello dei mari a 1,5 metri per “i prossimi 20 o 50 anni” alla base navale di Norfolk e a studiare “scenari di pianificazione di difesa” di fronte alla diminuzione di ghiaccio marino artico, che creerà nuove rotte di navigazione e aprirà nuove aree per l’estrazione delle risorse. Si privilegia, in definitiva – come afferma Eric Bonds in Foreign Policy in Focus di ottobre – l’adattamento al cambiamento, anziché tagliare le emissioni in modo aggressivo, obbiettivo conseguibile solo con massicci investimenti pubblici atti a creare un’economia a basse emissioni di carbonio.

Nel suo nuovo libro, Naomi Klein fornisce una serie di possibili fonti di finanziamento per gli investimenti pubblici compresa l’eliminazione delle sovvenzioni alle imprese di combustibili fossili, una carbon tax, tasse sulle transazioni finanziarie e la patrimoniale. In particolare, il taglio del 25% dei bilanci della difesa di 10 paesi, compresa l’Italia, per liberare ulteriori 325 miliardi di dollari da spendere ogni anno per l’efficienza energetica e gli sforzi di energia rinnovabile.

Si tenga conto che il governo USA invece di continuare a pagare per 11 gruppi di portaerei per pattugliare il mondo fino al 2050, potrebbe rimuovere 2 gruppi e mettere i risparmi in pannelli solari su 33 milioni di case americane! La saggista canadese propone una politica economica e industriale in controtendenza, che fornirebbe risparmi, occupazione, equità. Una politica subito definita dai repubblicani “un attacco al capitalismo e alla classe media americana” e dall’ex colonnello e astronauta Nasa Harrison Schmitt “un cavallo di Troia per un socialismo nazionale”.

Le élites conservatrici di tutto il mondo si sentono rinfrancate se si guarda al cambiamento climatico attraverso la lente militarizzata che prende il nome di “sicurezza nazionale”. Questo può far dimenticare il debito contratto verso la natura e diminuire la nostra immaginazione politica collettiva nel momento in cui abbiamo bisogno di tutta l’intelligenza e creatività e di tutta l’innovazione che possiamo chiamare a raccolta per affrontare la principale sfida del nostro tempo.

Sarà ancor più complicato per Barack Obama dopo la recente sconfitta elettorale, sostenere il piano per la riduzione della CO2 dell’Epa, che richiederebbe il 30% di diminuzione delle emissioni entro il 2030. Il piano è stato progettato per sostituire il carbone come fonte principale per la produzione di energia elettrica con maggiore uso di gas naturale, più rinnovabili ed efficienza energetica e un nuovo sistema più decentrato di generazione e distribuzione di energia elettrica. A dimostrazione delle nuove difficoltà, sono tornate alla carica le grandi lobby del nucleare – pronte al rilancio di tre grandi progetti da oltre 12 miliardi di dollari – e le corporation che chiedono centrali di grande potenza (l’industria nucleare afferma che le garanzie sui prestiti sono troppo ridotte, mentre Edison ha fatto immediata richiesta per una centrale a gas da 1250 MW).

Già il giorno dopo le elezioni, l’industria americana del nucleare dichiara di aver bisogno di maggiori sussidi sotto forma di garanzie bancarie sui prestiti: le stesse che i repubblicani avevano attaccato per le rinnovabili. Bloomberg, da non confondersi con Greenpeace, ammette con una certa preoccupazione che il controllo repubblicano del Congresso farà probabilmente crescere la potenza nucleare. Pipeline Builder Olio TransCanada Corp. può trovare adesso il modo per far approvare la pipeline Keystone XL dal Canada alle raffinerie del Golfo del Messico per le sabbie bituminose da scisto, su cui fino ad ora Obama aveva posto un veto.

Insomma: il clima è brutto, ma non sembra turbare le alchimie politiche cui siamo sottoposti quotidianamente nel nostro piccolo buco da cui guardiamo il mondo.

Giornata mondiale dell’ambiente 2014, una bella notizia da Obama

Questo blog spesso trasmette giustificate preoccupazioni e allarmi che riguardano le popolazioni e altrettanto frequentemente precisa il contesto in cui trovano ragione le accuse dirette a chi governa sconsideratamente il nostro pianeta. Mi sembra però opportuno, nella Giornata Mondiale dell’Ambiente, sottolineare una notizia positiva, che è frutto di un mutamento profondo nell’opinione pubblica mondiale, a cui non si può sottrarre nemmeno chi ha la massima responsabilità nel degrado ambientale. La buona notizia riguarda i nuovi sforzi annunciati da parte degli Stati Uniti per ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica. Lunedì 28 maggio, la US Environmental Protection Agency (EPA) ha annunciato un piano per tagliare entro il 2030 le emissioni di carbonio delle centrali elettriche del 30% rispetto ai livelli del 2005.

Forse è l’azione più forte mai adottata per combattere il cambiamento climatico da parte del governo degli Stati Uniti, prima avversari del protocollo di Kyoto e poi protagonisti nel rendere inconcludenti gli incontri internazionali sugli effetti dei gas climalteranti.

Essendo il presidente del più grande emettitore storico di anidride carbonica, Obama chiama il Giappone, il Canada, l’Australia e, su piani diversi, la Cina e l’India ad un investimento politico sulla salvaguardia dell’ambiente. Come è già successo, il presidente Usa potrebbe non dar seguito ad annunci e visioni su cui incontra forti opposizioni e, quindi, deludere le aspettative create in molte parti del mondo. L’industria del carbone e i suoi sostenitori nel partito repubblicano cercheranno di bloccare l’Epa, ma sembra che i negazionisti non abbiano ormai più il vento a favore, nemmeno tra i grandi finanziatori della Banca Mondiale né tra gli opinionisti dei grandi giornali. (v. articoli su New York Times del 2 giugno).

Nel prendere una forte posizione pubblica sulle emissioni, gli Stati Uniti stanno inviando ai settori manifatturieri e energetici un segnale forte che il paese si sta allontanando dal carbone e abbracciando l’efficienza energetica e le energie rinnovabili. La stessa questione dello shale gas va inquadrata in una fase in forte movimento, in cui transizione e strategia a lungo termine si stanno continuamente ridefinendo, con risparmio, vento e sole sostitutivi nell’offerta elettrica e con un crescente decremento del ricorso complessivo alle fonti fossili.

La Cina ha recentemente aumentato il suo obiettivo per le energie rinnovabili e ha vietato le nuove centrali a carbone in molte regioni urbane. Appena due settimane fa, il Messico ha aumentato il suo ambizioso obiettivo di energia rinnovabile dal 15 al 25 per cento entro il 2018.

Anche l’Unione Europea, che ha già quasi raggiunto il suo obbiettivo per il 2020, dovrà fare di più, anche in occasione del nuovo trattato globale sul clima, che si discuterà a Parigi nel 2015.

Purtroppo gli scienziati avvertono che le emissioni di carbonio devono avere il loro picco prima del 2020, per avere una ragionevole speranza di rimanere al di sotto dei 2°C di riscaldamento globale.

Intanto, la notizia che in Italia ci si avvia nei mesi estivi a produrre probabilmente altrettanta o più energia elettrica da fonti naturali che da fossili (alla potenza massima erogata nel giorno di punta del mese di aprile, secondo Terna, le energie rinnovabili – eolico fotovoltaico idroelettrico – hanno contribuito per il 49,1%, superando la quota fossile ferma al 39,2%), assume un significato straordinario, in quanto viene dimostrato che, nonostante una politica erratica e controversa da parte degli ultimi governi, i cittadini coscientemente tendono a sistemi decentrati e locali di approvvigionamento.

In questo quadro stupisce la posizione del nostro ministro dello sviluppo Federica Guidi che ripropone una strategia favorevole alla ripresa dei fossili. In materia di politica energetica, poi, colpisce l’assenza totale di qualsiasi riferimento “rivoluzionario” da parte del premier Matteo Renzi. In effetti, anche per l’energia e l’ambiente, il cambiamento – quello vero, frutto di conflitto democratico e di partecipazione –  non si porta avanti appoggiandosi alle antichissime lobby che ci hanno portato al disastro, ma disegnando insieme un futuro di giustizia sociale e – perché no – climatica, riconsegnato a un mondo in cui le persone e i movimenti reali che stanno nella società non sopportano più di fare solo da spettatori.

‘Exigez!’: una guerra nucleare per errore? L’ultimo libro di Hessel

esigete- hesselNel valutare l’opzione della fonte nucleare per soddisfare la domanda elettrica, si omette di frequente il nesso che lega l’atomo civile a quello militare. Come infatti trascurare che il materiale che arma l’ordigno più potente e delittuoso mai costruito dall’uomo sia ottenuto attraverso l’arricchimento dell’uranio o il ritrattamento del plutonio, che provengono più o meno direttamente dalle centrali a fissione? E come sottovalutare l’intreccio societario tra le compagnie facenti parte dei complessi militari e quelle del sistema industriale-energetico che governa l’offerta e la distribuzione energetica nei Paesi più avanzati e contemporaneamente impegnati nel gioco della potenza a livello della politica internazionale?

Il nucleare civile è una via privilegiata verso il nucleare militare“. Questa è una affermazione molto chiara e netta, pronunciata in tandem da Stéphane Hessel, ex diplomatico e scrittore francese scomparso un anno fa e noto in tutto il mondo per il best seller mondiale “Indignatevi!” e dallo scienziato Albert Jacquard, coautori di un pamphlet francese “Exigez!”, ora tradotto e pubblicato in Italia e il cui obiettivo è il “disarmo nucleare totale”.

La tensione che illumina il messaggio dei due pacifisti porta a valutare l’avventura nucleare – nel suo complesso, non solo nell’accezione bellica – come un crimine verso l’umanità, a cui le nuove generazioni dovrebbero reagire considerando la distruzione del pianeta come un evento tutt’altro che escludibile. E che potrebbe avverarsi perfino per errore.

Come affermano Teresa Fortuny e Xavier Bohigas, membri del Centre d’Estudis per la Pau JM Delas, l’incidenza di errori umani nella manipolazione delle armi nucleari è significativa, anche se abilmente occultata. All’inizio del 2014 l’Air Force statunitense ha sospeso 34 funzionari responsabili per il lancio di missili nucleari, per aver disatteso le prove di competenza o per aver omesso di giustificare le loro assenze sul posto. Ha anche licenziato diciassette ufficiali destinati a monitorare i missili nucleari Minuteman, per aver violato le norme di sicurezza. A seguito di questi “bug”, John Kirby, portavoce della Difesa, ha affermato che ci sono problemi sistemici tra il personale nel campo della corsa al nucleare. Ed ha aggiunto che gli errori di coloro che supervisionano l’arsenale nucleare hanno generato “legittime preoccupazioni circa la gestione di uno dei compiti più importanti e delicati”. Il senatore Mark Udall, presidente della sottocommissione del Senato che sovrintende l’arsenale nucleare, ha ammesso: “Sono ancora preoccupato per gli errori di calcolo e la indisciplina manifestati negli ultimi mesi da parte di alcuni agenti assegnati al lancio di missili”.

Lloyd J. Dumas, docente presso l’Università del Texas, ha studiato la possibilità di errori da parte del personale incaricato delle tecnologie nucleari, sia civili che militari. Quasi l’80 % degli incidenti registrati in dieci centrali nucleari studiate, sono dovuti a errori del personale o a inadeguatezze dei protocolli. Durante il periodo 1950-2011, c’è stata una media di un grave incidente nel settore delle armi nucleari ogni sette mesi (rischi di collisione tra aerei e depositi di bombe, dispersione incontrollata di materiale radioattivo, infrazioni delle procedure di allarme per stress del personale, etc.).

Tutti questi incidenti e guasti nella gestione e nel controllo degli arsenali nucleari ci avvertono del pericolo di un’organizzazione dell’attacco e della risposta con le armi atomiche, bandita da qualsiasi orizzonte di civiltà, ma di fatto consegnata a procedure informatiche pressoché automatiche, finalizzate comunque all’autodistruzione dell’intera umanità. Così, non è escluso che un incidente arrivi a provocare una risposta e a scatenare una grave catastrofe o una guerra nucleare per errore o a causa di un errore umano.

Con il libello “Esigete!” Hessel ci insegna come si dovrebbero impostare tutte le nostre campagne culturali. Questo testo ha il pregio di rendere attuale un tema che pare scomparso finanche dall’immaginario pacifista, mentre lo coniuga con l’attuale necessità di parlare ai tanti giovani ansiosi di futuro. E, soprattutto, di cosa sia necessario cambiare perché questo nostro Pianeta possa continuare a sopravvivere.

Ucraina, il gas che attizza i roghi di Kiev

Torneremo a vivere in un continente che – come mezzo secolo fa – era metà sotto il tallone degli Usa e metà sotto quello dell’Unione Sovietica? Saranno ancora le armi ospitate sul suo territorio a segnare il ruolo subalterno dell’Europa tra i contendenti? La tragedia ucraina è presentata in termini geopolitici non convincenti: l’Ucraina aderirà alla “democratica” Unione Europea o manterrà legami con il “dispotico” impero russo?

È vero che i confini della moderna Ucraina contengono una crepa Est-Ovest, che è linguistica, religiosa, economica e culturale. Ma finora la frattura non sembrava comportare irreparabili minacce di guerra. Ben più decisiva sembrerebbe la determinazione dell’economia e della finanza che dominano il mondo nello sfruttare fino allo sfinimento le fonti energetiche fossili che superano in enormi condotte grandi distese o giacciono sotto quelle grandi pianure, in spregio alla realtà del cambiamento climatico e in insostenibile alternativa al sistema diffuso delle fonti rinnovabili, là pressoché sconosciute.

Victoria Nuland, vice Segretario di Stato per gli affari europei – un superstite della cricca neoconservatrice che circondava George W. Bush – catturata da una telecamera nascosta mentre bisbigliava: “che gli Europei si fottano!”, parla esplicitamente di una lotta tra Europa e Stati Uniti, terrorizzati – questi ultimi – da un’alleanza geopolitica tra Germania, Francia e Russia all’interno della transizione energetica in corso.

La verità è che l’Europa attuale ha abdicato di fronte alla politica finanziaria ed energetica delle corporation multinazionali e alla geopolitica militare che punta all’annessione dell’Ucraina alla Nato: il modello dell’Est è fatto di carbone, gasdotti e giacimenti fossili da controllare con l’esibizione degli eserciti, mentre il controllo del clima è subordinato alla competizione nel mercato.

Il fattore “scatenante” dei roghi di piazza e dell’entrata dei blindati russi in Crimea potrebbe essere individuato nello shale gas, o meglio nelle grandi risorse di gas ucraine estraibili con la tecnica del fracking, con la conseguente concorrenza alle condotte che portano gas convenzionale dalla Russia interna ed estrema.

La possibile eppur trascurata spiegazione dell’intreccio economico che sta dietro la guerra civile di Kiev e l’invasione della Crimea, viene addirittura da una fonte insospettabile come il think thank Conservative Home, che si definisce “la casa del conservatorismo”. Harry Phibbs – il principale columnist del web di Conservative Home – ricorda che “lo scorso novembre ci fu un accordo di coproduzione da 10 miliardi dollari per il gas da scisto, firmato dall’Ucraina con la Chevron, che faceva seguito ad un precedente, simile accordo con la Royal Dutch Shell”. E aggiunge che “l’Ucraina è uno dei campi di battaglia per la rivoluzione dello shale gas, dato che finora l’Occidente per le sue forniture di petrolio e gas tradizionali è stato fortemente dipendente da un instabile Medio Oriente e da una Russia inaffidabile”.

Questo serve anche a spiegare il rumoroso silenzio sulla vicenda ucraina del fedele amico di Putin, Silvio Berlusconi, e di buona parte del gotha energetico italiano che con Putin e con la sua oligarchia autoritaria dello Stato-mercato energetico russo fa e ha fatto affari d’oro, pur non ritraendosi dall’avventura del gas non tradizionale, finora avversata dall’Ue.

Da tempo l’Ucraina punta a diventare, da problematico Paese di transito del gas russo, un Paese produttore di shale gas, sostenuto dalla Global Shale Gas Initiative promossa dagli Stati Uniti per fornire supporto tecnologico e know how attraverso il coinvolgimento delle proprie compagnie energetiche.

A riguardo, l’Italia non sta con le mani in mano. Scaroni, amministratore delegato del gruppo Eni in odore di riconferma col governo Renzi, il 27 novembre 2013 ricordava, a margine della presentazione dell’opera della Madonna di Raffaello a Palazzo Marino, di avere 9 blocchi esplorativi per il gas non convenzionale nelle regioni vicine alla Crimea (Lliv).

Insomma: lo sfruttamento del gas non convenzionale da parte di Usa, ex satelliti sovietici e Cina potrebbe privare Mosca del suo ruolo di fornitore energetico dominante, togliendo al Cremlino una formidabile arma economica e geopolitica.

La partita tuttavia è apertissima, perché il diffondersi su scala globale di una shale gas revolution appare complicato da una serie di fattori economici e tecnologici, nonché dal suo devastante impatto ambientale.

Ma dovrebbe colpirci come questo acutissimo conflitto avvenga tutto all’interno delle vecchie fonti – gas, petrolio e, di riflesso, carbone – su cui si sostiene un modello che ha un presente di guerra, ma non ha un futuro né sul piano della soluzione della crisi ambientale e economica, né sul versante dell’occupazione e della democrazia. Ecco perché, quando è più evidente il richiamo delle armi, è tanto più urgente andare alle radici delle motivazioni per la loro entrata in campo. E la soluzione di una energia rinnovabile, decentrata, governata e conservata democraticamente sul territorio diventa a questo punto ineliminabile.