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Energia, infrastrutture e clima: perché dobbiamo preoccuparci se vince il Sì al referendum

L’intenso, e non sempre equilibrato, dibattito sulla revisione alla Carta costituzionale vede quasi assenti gran parte del mondo ambientalista e dei movimenti sociali. Riteniamo invece che un approfondimento, in particolare sugli effetti che tali modifiche potrebbero avere su questioni che riguardano l’ambiente, il territorio, l’energia, il clima, e sulle forme e i modi di incidere e partecipare da parte dei movimenti sociali, sia assolutamente necessario, pur senza entrare in più complesse argomentazioni di diritto costituzionale.

Partiamo da alcune modifiche che a noi sembrano rilevanti.

Nel 2001 la riforma del Titolo V Parte seconda della Costituzione, pur con i suoi limiti, aveva stabilito nell’art. 117 gli ambiti in cui lo Stato aveva potestà legislativa esclusiva e quelli in cui le Regioni potevano esercitare potestà legislativa concorrente, pur riconoscendo allo Stato il mantenimento delle funzioni di indirizzo generale (leggi cornice e leggi quadro). Oggi diventerebbero di competenza esclusiva dello Stato, oltre che l’energia e le infrastrutture strategiche, anche la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia (materia finora concorrente), nonché le infrastrutture strategiche e le grandi reti di trasporto e di navigazione e relative norme di sicurezza; i porti e gli aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.

Inoltre, diventano di competenza legislativa esclusiva dello Stato il governo del territorio (disposizioni generali e comuni); la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo; il sistema nazionale e il coordinamento della protezione civile, ed altro ancora; aggiungendo infine un’ulteriore clausola di supremazia statale.

Non ci nascondiamo le contraddizioni e le difficoltà applicative della riforma del Titolo V, né che le Regioni oggi siano spesso male amministrate e inquinate da malcostume e corruzione (elementi non certo qualificanti per chi deve rappresentare il Senato della Repubblica) ma la “visione del mondo” (la weltanschauung) che ispira l’attuale proposta di riforma, rappresenta una profonda e antistorica marcia indietro ed è molto indicativa della tendenza accentratrice su temi che non possono prescindere dalla partecipazione e dal confronto con i territori.

Tali implicazioni, oltre ad amplificare ulteriormente il divario amministrativo tra Regioni a Statuto speciale e le altre, non sono prive di conseguenze, a partire dalle questioni legate al governo del territorio. Pensiamo a cosa questo può voler dire nel caso di autorizzazioni di grandi infrastrutture, di impianti energetici o, ad esempio, sulle trivellazioni, e avere una forte ricaduta sul percorso verso la decarbonizzazione del nostro sistema produttivo, sulla transizione energetica, sullo sviluppo di un modello energetico fondato sulla generazione distribuita e sull’uso razionale delle risorse di ogni territorio.

Materie delicate che hanno urgenza di un quadro unitario di riferimento nazionale, e per altri versi europeo, ma la cui gestione e articolazione va declinata sui territori e la possibile sperimentazione di innovazioni, necessita di poteri decentrati, che siano interlocutori con la dialettica sociale, nella quale i movimenti e le associazioni possono meglio articolare le loro posizioni e raggiungere dei risultati.

La compressione e lo svilimento delle forme di partecipazione inoltre sono evidenti anche nelle modifiche agli art. 71 e 75 della riforma della Costituzione: le modifiche alle norme per l’indizione di referendum abrogativi e per proporre leggi di iniziativa popolare non aumentano le possibilità di partecipazione dei cittadini, anzi, per certi versi, aumentano gli ostacoli, alzando il numero delle firme necessarie.

La dialettica sociale – che non riguarda solo gli ambientalisti, ma anche i lavoratori, i consumatori e i cittadini in generale – non può delegare al “capo” del governo (usiamo questo termine perché per la prima volta è stato inserito nella legge elettorale) che ha “vinto” (la sera delle elezioni), ma va stimolata attraverso la partecipazione e la democrazia che non può esaurirsi nella scadenza elettorale ogni 5 anni (oltretutto sempre meno partecipata), ma deve alimentarsi di momenti di ascolto e di confronto continuo a livello centrale e periferico.

Respingiamo le accuse di essere “difensori dell’esistente”, “conservatori dello status quo”, “sostenitori delle lungaggini burocratiche”, proprio perché i movimenti in cui siamo impegnati si battono per il cambiamento, qui ed ora, ma sono anche consapevoli che la direzione del cambiamento è importante ancor più dei tempi. Non a caso, e non per colpa del “bicameralismo perfetto”, ma per mancanza di volontà politica del governo, che il nostro Parlamento non ha ancora ratificato gli accordi di Parigi rinunciando così ad un ruolo protagonista nella Cop 22 di Marrakech del prossimo novembre.

Queste considerazioni possono sembrare sommarie e non affrontare argomenti ben più corposi che vengono portati a critica della revisione della Costituzione, ma abbiamo voluto partire proprio dal nostro “vissuto”, dalle questioni specifiche di cui ci occupiamo, per maturare la convinzione che questa riforma va in contraddizione con quanto, con tenacia e fatica, cerchiamo di costruire con e nei movimenti.

Mancano meno di due mesi al voto. E’ necessario che la galassia dei movimenti sociali e ambientali, i comitati locali, i cittadini che ogni giorno difendono i territori dagli scempi, entrino con determinazione in questo dibattito, evitando un falso luogo comune, ossia che questo ci porterebbe a prendere parte in contrapposizioni tra schieramenti politici che non ci appartengono. La questione invece ci riguarda e ci riguarda molto da vicino!

di Mario Agostinelli (Ass. Energiafelice), Vittorio Bardi (Ass. Si rinnovabili No nucleare), Emilio Torreggiani (RSU Almaviva)

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Bruxelles, le falle del sistema nucleare belga sotto esame del terrorismo

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In un articolo comparso su Il Manifesto del 26 Marzo, Giorgio Ferrari analizza con competenza i punti deboli del sistema nucleare in Belgio e l’inquietante pericolo che le falle del sistema di sicurezza di Bruxelles siano estese alle centrali e agli impianti di produzione di isotopi radioattivi. Il Belgio è un paese fortemente nuclearizzato (oltre metà dell’elettricità viene da impianti a fissione di uranio) e la conferma di una intensa e organizzata attività di cellule terroristiche nel suo territorio, accostata alle voci di una ipotesi di attentato alle sue centrali, è notizia che fa paura. Siamo di fronte ad una eventualità estrema, che nessun sostenitore della scelta nucleare aveva mai voluto mettere in conto, ma che le nefandezze dell’Isis materializzano come scenario possibile.

A conferma della perversa attenzione del terrorismo alla filiera atomica, c’è un filmato sequestrato agli attentatori di Bruxelles che ritrae un funzionario di alto livello ripreso da una telecamera per carpire informazioni scientifiche nell’ipotesi evidente di impiegarle. Una eventualità – come affermato – estrema, ma che impone una valutazione realistica e finora rimossa del rischio catastrofico, che peserà sicuramente sui costi per la sicurezza dell’energia da fissione e sull’ulteriore sua militarizzazione.

In territorio belga nelle 7 unità in funzione (4 a Doel, sulla foce della Schelda; 3 a Tihange sulla Mosa) si sono registrati recentemente incidenti di una certa gravità. I reattori risalgono agli anni ’70 e non hanno certo brillato negli “stress test” che la Ue ha condotto sul continente dopo Fukushima. Tra le Fiandre e la Vallonia il ciclo nucleare è ben rappresentato: a Mol, Dessel e Fleurus si maneggiano sostanze radioattive molto pericolose (dai rifiuti, al combustibile fresco, agli isotopi radioattivi per il settore industriale e medico-farmaceutico, esportati in tutto il mondo). D’altra parte, in giro per il pianeta c’è una quantità enorme di sostanze radioattive, ormai considerate di normale impiego, che sfuggono ai controlli di legge e non di rado si trovano abbandonate in depositi improvvisati e non sorvegliati, come accade anche in Italia. Dove, peraltro, il governo continua a tacere sulla questione del futuro deposito delle scorie.

In uno studio dell’Università del Texas si attesta che gli stessi reattori nucleari Usa – anche a più di dieci anni dall’attacco alle Torri Gemelle – rimangono vulnerabili alle minacce terroristiche, che costituiscono il pericolo maggiore di incursione nei dispositivi di sicurezza degli impianti privati, meno protetti delle strutture governative per affrontare sabotaggi o rischi di furto di materiale fissile. Questo perché un impianto dato in concessione è progettato per gestire la cosiddetta “minaccia di progettazione di base”, collegata per lo più a eventi naturali straordinari e al rischio di degenerazione del processo radioattivo, mentre non rientra nel suo budget di funzionamento il costo di un pattugliamento militare continuativo.

Non si include, ad esempio, la possibilità che un intruso possa disattivare i sistemi di sicurezza, svuotare la piscina di raffreddamento per esporre i rifiuti radioattivi, o utilizzare granate per superare “in loco” le difese di un’apparecchiatura sofisticata. Anche se le leggi della fisica precludono che un reattore si trasformi in un’arma nucleare – essendo troppo grande per produrre la densità e il calore necessario per creare una esplosione come quella di una bomba atomica – il tentativo di provocare la fusione del nucleo si potrebbe totalmente escludere solo se fossero garantiti sistemi alternativi per fornire refrigerante e il ritiro assicurato in qualsiasi condizione delle barre di combustibile dal processo di reazione a catena.

Mentre è impossibile sopravvivere al furto di combustibile anche esaurito e, quindi, approntare al di fuori di un consistente apparato tecnico-scientifico una bomba atomica, una organizzazione terroristica con competenze e risorse sufficienti potrebbe, senza difficoltà insuperabili, utilizzare materiali nucleari assemblati con esplosivi convenzionali per far brillare una bomba “sporca”.

Sulla base di queste considerazioni, la vulnerabilità degli impianti nucleari del Belgio ad opera dell’Isis deve preoccupare in particolare per la produzione locale di isotopi radioattivi e il ritrattamento di scorie. Processi molto esposti e particolarmente preoccupanti in un paese con una storia di carenze nella sicurezza presso le proprie strutture industriali, un apparato di intelligence debole e una rete terroristica profondamente radicata. Il sistema informatico dell’agenzia nucleare belga, come afferma il New York Times del 25 Marzo, è stato violato in questi mesi: ragione in più perché la collaborazione di tutti i Paesi europei vada nella direzione di una tutela dal rischio nucleare nell’emergenza terrorismo e si consideri la fuoriuscita dall’atomo su scala continentale un contributo alla svolta energetica che l’umanità sta costruendo faticosamente, a costi economici, sociali e ambientali meno insopportabili.

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Trivelle, il ricatto occupazionale vale solo in parte. Per il resto è prezzo del progresso

Mentre vengono diffusi infondati equivoci sulla perdita di posti di lavoro nel caso si limitassero le licenze per le trivelle in mare, sembra passare sotto silenzio un caso, questo sì clamoroso, di durissima discriminazione verso i lavoratori del settore della distribuzione del gas. Ah, questa informazione per cui a volte anch’io su questo blog sono da alcuni incolpato di parzialità! Essendoci nel referendum di mezzo gli interessi delle lobby fossili (e del governo che le blandisce), la questione occupazionale viene brandita come il nodo della questione, dopo che in una infinità di casi la si era ritenuta il prezzo del progresso.

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Eppure, nel caso delle perforazioni in mare i danni ambientali, gli effetti climatici e la facile sostituzione di posti di lavoro con impieghi nel settore delle rinnovabili, del turismo, della fruizione delle bellezze paesaggistiche e culturali suggeriscono una alternativa realizzabile e vantaggiosa. Invece, ancor prima degli addetti all’estrazione in mare, i quasi 50 mila lavoratori della distribuzione locale del gas rischiano di pagare cara la liberalizzazione del settore, voluta dal cosiddetto decreto Letta del 2000 (dal nome dell’allora ministro dell’Industria del governo D’Alema, un giovane Enrico Letta) e oggi accelerata dal governo in carica e dalla raffica di decreti ad essa dedicati.

Oggi siamo alla vigilia (più volte rimandata) delle gare per la distribuzione del metano a livello di ATEM (Ambiti Territoriali, corrispondenti ad aggregazioni di Comuni), che porteranno nelle casse degli enti locali svariati milioni di euro, ossigeno per le sempre più povere casse pubbliche, massacrate dal patto di stabilità.

Ma a pagarne le conseguenze saranno i lavoratori, con la perdita dei loro diritti e dei loro soldi. Un decreto del 2011 (sulla cosiddetta “clausola sociale”) prevede che i dipendenti interessati dovranno cambiare casacca, passando dal gestore uscente alla società che si aggiudicherà la gara. Ma lo faranno a loro spese. Infatti i lavoratori rischiano di essere ri-assunti senza l’art. 18 (come prevede il “Jobs-act”) come se fossero nuovi assunti, pur mantenendo solo dal punto di vista salariale la salvaguardia delle condizioni economiche individuali in godimento” anche rispetto “all’anzianità di servizio”: lavoratori con alle spalle finanche 40 anni di servizio, trattati come neo-assunti, senza diritti e senza tutele.

Non basta: i dipendenti più anziani che passeranno dalla previdenza pubblica (Inpdap) a quella privata (Inps), rischiano di dover pagare la ricongiunzione onerosa della loro pensione (come ha previsto un decreto del 2010 dell’allora Ministro Tremonti), per cifre che possono superare, nel caso di una anzianità di qualche decennio i 100 mila euro! In pratica, lavoratori che, dopo aver pagato per 35 o 40 anni i contributi previdenziali per intero, dovranno farsi un mutuo per poter andare in pensione!

Ad oggi in Italia vi sono 2 situazioni che già rientrano in questo assurdo scenario: una a Prato in Toscana, con 42 lavoratori passati lo scorso settembre dal gestore uscente Estra a Toscana Energia; una ancora in corsa a Como con 34 lavoratori interessati dal passaggio dalla ex municipalizzata locale al gruppo nazionale “2i Rete Gas”. Ma, come detto, nei prossimi mesi saranno quasi tutti i 50 mila lavoratori del settore a rischiare i loro diritti e il loro patrimonio. Questo finché il Governo e il Parlamento non troveranno il modo di mettere una toppa a questa situazione paradossale. Ovviamente il sindacato, preoccupato dei posti di lavoro al largo delle coste affronterà questa assurda vessazione nei confronti dei dipendenti passata finora sotto silenzio.

La politica delle liberalizzazioni rischia, come sempre, di far guadagnare la finanza, togliendo però diritti e patrimonio alla parte più debole.

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Carbone e trivelle: Warren Buffett, chi era costui?

Ucraina: fabbrica chimica altamente inquinante

Warren Buffett è considerato il più grande esperto di investimenti finanziari di sempre. Nel 2008, secondo la rivista Forbes, è stato l’uomo più ricco del mondo, mentre nel 2015, con un patrimonio stimato di 72,7 miliardi di dollari, sarebbe il terzo uomo più ricco del mondo. Nella sua lettera annuale agli investitori, Buffett si occupa di rischi per utenze elettriche.

L’investitore miliardario dice che le energie rinnovabili e l’efficienza stanno spingendo le compagnie energetiche in un ambiente più competitivo. Buffett ha delineato i rischi che la generazione distribuita comporta per le società elettriche tradizionali, che stanno cominciando ad operare all’interno di un modello economico che cambia, entrando in un periodo di incertezza. “Questo perché le utility erano di solito l’unico fornitore di un prodotto necessario e sono state autorizzate ad un livello di prezzo che ha dato loro un ritorno prestabilito sul capitale che hanno impiegato”. Il guru degli investimenti ha assicurato gli investitori che i servizi delle società elettriche di sua proprietà rimarranno competitivi in seguito all’adozione da parte loro delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica, e una maggiore attenzione all’efficienza operativa.

Le società di Buffett, prevedono inoltre di aumentare gli investimenti in progetti di energia rinnovabile su larga scala a sostegno degli obiettivi internazionali sul clima. “Qualunque sia il modello dominante, distribuito o centralizzato, ha sostenuto Buffett, bisogna cavalcare la transizione e uscire dai fossili”. Queste dichiarazioni di un esperto finanziario, tengono conto delle decisioni politiche che la Casa Bianca sta varando per espandere l’energia solare al dettaglio da impianti sui tetti tradizionali con il sostegno ai modelli in cui le famiglie e le imprese investono in impianti solari condivisi. Obama ha annunciato che in 68 città, gli stati e le imprese hanno firmato per promuovere comunità solari, con particolare attenzione alle famiglie a basso e medio reddito.

Intanto Enel, con notevole saggezza e preveggenza, sta emettendo 3,1 miliardi di euro per riacquistare le azioni di Enel Green Power SpA, lo sviluppatore di energia rinnovabile venduto nel 2010, per integrare nel suo portafoglio un business i cui guadagni sono in piena espansione. L’accordo consente a Enel di realizzare la crescita più rapida della sua unità di energia verde in un momento in cui in Italia, anche per la politica del governo a favore dei fossili, la performance del mercato azionario per le aziende di energie rinnovabili non è stato brillante. Analoghe operazioni sono avvenute in Spagna (Iberdrola SA ha acquistato l’unità Iberdrola Renovables) e in Portogallo (EDP Renovaveis), con l’intento di realizzare una maggiore flessibilità nel mercato dei capitali.

A fronte di queste prese di posizione non di incalliti ambientalisti, ma di oculati manager finanziari e industriali c’è da chiedersi come possa il governo italiano e le lobby che lo affiancano aver disposto la trivellazione in mare e la creazione di infrastrutture perché l’Italia sia il futuro leader europeo… del gas e del petrolio! Non solo trivelle, ma anche sostegno al gasdotto Trans Adriatic Pipeline (TAP) che dovrebbe aver sbocco sull’Adriatico, come l’elettrodotto da costruire tra le sponde balcaniche e abruzzesi per portare da noi l’elettricità da carbone prodotta da A2A in Montenegro. E, inoltre, un piano assurdo di tralicci nord-sud per portare l’energia rinnovabile del sud a compensarsi con quella fossile del Nord, anziché creare stoccaggi locali, reti intelligenti e decarbonizzazione, con la chiusura delle centrali a carbone e l’eccesso di turbogas inutilizzati.

È la politica energetica del Paese che deve essere ripensata dopo la Cop21. Sempre che se ne possa discutere e si dia la parola alla società e ai cittadini. Perciò occorre sfruttare l’occasione del referendum del 17 Aprile, discutendone da subito e denunciando che è stato appositamente anticipato nel calendario dal Consiglio dei Ministri, forse proprio per togliere tempo e argomenti ad una approfondita discussione.

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Energie rinnovabili, New York investe sul solare. E Milano?

Dopo la Cop 21 di Parigi si stanno aprendo partite sostanziose per un radicale cambiamento del sistema energetico, a partire dalla riorganizzazione delle città, punte d’iceberg e spesso parafulmini degli imminenti rovesci climatici. Per questo Obama si è incontrato con Cuomo, il governatore di New York, e si è recato a Las Vegas a lanciare il suo programma solare che contempla ben 1 miliardo di dollari di garanzia pubblica sui prestiti disponibili per pannelli e impianti sui tetti residenziali. Emerge con nettezza, anche se contrastata dalle grandi lobby fossili, una concezione del futuro e un ordine di priorità, che denotano negli amministratori più accorti una visione dinamica mentre, tra i più indolenti, risalta l’appiattimento sulla routine quotidiana. Prendiamo il caso eccellente di New York e quello più fiacco del famoso “sistema Milano” anestetizzato e appagato dal buon esito della vetrina Expo 2015.

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Cuomo, governatore dello stato di New York, si trova in questo frangente di fronte alla chiusura, prevista dalla Agenzia Usa per l’Ambiente, di due centrali nucleari. Una assai vicina alla città di New York, l’altra sul lago Ontario: vetuste e pericolose. Nonostante le pressioni dei colossi elettrici, da buon amministratore il governatore italo-americano non si cruccia per rimediare compensazioni a vantaggio delle corporation in dismissione, ma prospetta, in sostituzione all’atomo, una radicale riduzione di emissioni di Co2 (a cui è soggetto anche il ciclo nucleare!). A tal fine prescrive a tutti gli amministratori e alle municipalizzate del territorio vincoli invalicabili e incentivi allettanti affinché entro il 2030 la metà di tutta la potenza installata e destinata a soddisfare il consumo dei newyorkesi venga generata da fonti rinnovabili. Ne parla con piacevole sorpresa Patrick McGeehan, un noto commentatore del New York Times, sotto il titolo un po’ enfatico “Diventa pulita l’energia della metropoli più grande e cosmopolita d’America”.

Per raggiungere questo obiettivo ambizioso, la giunta di Cuomo ha istituito una “Commissione di servizio pubblico”, che programma interventi e emana direttive per le aziende elettriche che operano nello stato con il compito di verificare che riducano del 40% le emissioni di Co2 con il ricorso a fonti rinnovabili. Il rilancio di idro, solare ed eolico è in linea con gli auspici di decarbonizzazione di Cop21 e tiene conto della raggiunta parità o addirittura del vantaggio di costo del kw ora prodotto da queste fonti rispetto a fossili e nucleare.

Un portavoce dei proprietari delle centrali di potenza attualmente in funzione, citato da McGeehan, ha affermato di voler continuare a sostenere il mandato di Cuomo solo “se non interferisce troppo con il mercato dell’elettricità, dato che quello che i privati stanno cercando di raggiungere è un approccio basato sul mercato per risolvere i problemi del cambiamento climatico”. “L’impegno del Governatore Cuomo per l’espansione delle energie rinnovabili e per trasformare il panorama energetico nello stato di New York riflette la sua leadership di lunga data nel tentativo di risolvere la crisi climatica”, ha affermato invece Al Gore in un suo comunicato. Aggiungendo: “Abbiamo mandato un uomo sulla luna, possiamo certo arrivare al 50% di energia rinnovabile”.

Vi immaginate, in ruoli capovolti, i due manager Sala e Parisi – in lizza per la carica di sindaco di Milano  il ministro Guidi  ansiosa di insabbiare il referendum NO-TRIV – e, ancora, Renzi  euforico per la scoperta del gas Eni in Egitto, ma insensibile al declino del fotovoltaico nel nostro Paese?

Purtroppo, mentre New York prova a interpretare il ruolo di metropoli del futuro, nella campagna elettorale di Milano ancora non si è cominciato affatto a parlare di clima, inquinamento, combustioni e a riconsiderare il ruolo pubblico di A2A, ormai avviata ad una tacita privatizzazione e prigioniera di una politica industriale centrata sul gas (teleriscaldamento vs. edifici passivi) e gli inceneritori (combustione di rifiuti vs. raccolta differenziata). Non avremmo forse bisogno anche noi di sindaci che riabilitano le municipalizzate in quanto servizi pubblici ai cittadini e che ne orientano le politiche in funzione del clima e della salute? Certo non basta esser stati manager per sottrarsi alle tentazioni della finanza e alle pressioni lobbistiche quando si diventa amministratori. In particolare, in una fase come l’attuale in cui i cittadini hanno bisogno di sentirsi rappresentati nei conflitti che il potere economico lancia contro i loro diritti.

Sia di monito la vicenda americana sopra riferita: proprio sull’ambiente si misura spesso lo scontro tra bene comune e interessi privati. Battere l’arroganza richiede l’assenza di compromissione. Ne sa qualcosa perfino Obama che si è visto impugnare presso la Corte Suprema il piano di risparmio energetico varato dall’Epa e da lui sostenuto. Per ironia della sorte il ricorso contro il piano era stato presentato dalla lobby del carbone che si fa chiamare “Coalizione americana per il carbone pulito”. Nomen omen! Ovvero il lupo travestito da agnello…

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Trivelle, nucleare e shale gas: che brutta Europa

Niente election day per il referendum No Triv: il Consiglio dei ministri ha infatti fissato al 17 aprile la data della consultazione e  risolutamente e da par suo – Mattarella ha confermato. Sfuma dunque l’ipotesi di accorpare referendum e primo turno delle elezioni amministrative e di garantire così una conoscenza adeguata ai cittadini, facilitando la partecipazione democratica senza moltiplicare inutilmente gli appuntamenti degli italiani alle urne. Cerchiamo di capire come e chi vuole rendere ininfluente un referendum che, come nel caso del nucleare, imporrebbe questa volta una svolta nel ricorso alla combustione delle fonti fossili.

A dicembre si è conclusa a Parigi la Cop 21, con il riconoscimento unanime, almeno sulla carta, della necessità di decarbonizzare in tempi stretti l’economia mondiale. Al pari delle gride manzoniane l’appello, ancorché sottoscritto dai personaggi più illustri, ha lasciato via libera allo scorrazzare dei bravi.

Di lì ad un mese si è riunito il Davos Club. In esso trovano adeguata rappresentanza le 62 persone (nel 2010 erano 388, nel 2014 si erano già ridotte a 80, con un trend di concentrazione impressionante) che possiedono più della ricchezza di 3,6 miliardi di cittadini del mondo (la metà degli abitanti del pianeta) e che, scambiandosi i loro biglietti da visita assistiti da apparati statali, economici e mediatici del massimo livello, puntano a tenere le redini della civiltà della globalizzazione. Da lì è ripartito il suggerimento di applicare le tecnologie più avanzate per procrastinare l’impiego di petrolio, carbone e gas e di mascherarne gli effetti, al fine di sostenere la cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0”, in cui robot, intelligenza artificiale e energia a basso prezzo – anche se sporca – dovrebbero risparmiare manodopera e rinnovare la crescita economica. Quindi, investimenti in nuovi gasdotti, trivelle in mari cristallini, pozzi di perforazione per gas di scisto in terreni ormai traforati come un gruviera.

Renzi, incantato dai tweet, dai CEO, come da tutte le rivoluzioni a 2.0, 3.0, 4.0 e così via, ha pensato che qualche concessione di licenza per trivellare i nostri mari valesse bene i 300 milioni di euro che usciranno di tasca non accorpando le scadenze elettorali. Purtroppo, si dimentica che è stato il settore bancario, accanto all’energia, alle materie prime e alle industrie di base afflitte da un eccesso di capacità, a guidare la caduta delle Borse e che la politica economica ha, quella sì, bisogno di innovazione.

Che l’andamento per le fonti fossili non sia entusiasmante, lo si può vedere anche dal trend di declino di carbone, nucleare e gas in Europa, se si guarda alle centrali andate in pensione: nel 2015 si sono fermati o dismessi impianti a carbone per oltre 8 GW, a gas per 4,2 GW, a olio combustibile per 3,3 GW e da fonte nucleare per 1,8 GW. Il nostro Governo, che fa di prammatica la voce grossa a Bruxelles, sulle questioni energetiche va invece completamente a ruota delle lobby continentali che premono su una Commissione ormai smarrita, anche sulla questione climatica. Tutto sembra nascere e decidersi in luoghi ristretti di cui le popolazioni non sono informate.

La Commissione europea ha varato un piano di importazione di gas naturale liquefatto (GNL) e tutti hanno pensato alla imprevista disponibilità di creare infrastrutture per importare gas da fracking USA, al fine di ridurre la dipendenza dalla Russia. Anche se l’accordo di Parigi era stato salutato come un chiaro segnale al mercato che l’era dei combustibili fossili inquinanti era finita, è la politica che si è messa a rilanciare! Eppure il gas naturale – da fracking in particolare – è anche in gran parte composto di metano, un gas serra che ha 86 volte il potenziale di riscaldamento globale del biossido di carbonio. La produzione di energia elettrica a gas è solo un bene per il clima rispetto alla produzione da carbone se eventuali perdite di metano nella produzione, raffinazione e trasmissione, è inferiore al 3,2%. Ma i rilevamenti dei tassi di emissione via satellite hanno recentemente dimostrato che le concentrazioni di metano sono aumentate drasticamente in molte delle principali regioni produttrici di shale gas negli Stati Uniti. Tenuto poi conto che il trasporto avverrebbe via nave, il bilancio delle emissioni diventa insostenibile secondo l’accordo di Parigi.

Infine, va ricordato come un rilancio o un ricondizionamento delle centrali nucleari in Europa sia reso improbabile dai costi e dai rischi. Un documento della Commissione ancora non pubblicato, ma reso noto da Reuters, rivela che l’Europa è in deficit di 118 miliardi di euro per lo smantellamento delle sue centrali nucleari e la gestione dello stoccaggio delle scorie. Infatti, la stima prevista per l’intera operazione è di 268,3 miliardi di € a fronte di riserve nei Paesi per 150,1 miliardi di €. Solo la Germania ha accantonamenti sufficienti, mentre la Francia ha un deficit di 51 miliardi.

La sospensione del programma nucleare in Italia a seguito del referendum risulta oggi una autentica benedizione per una economia in crisi come la nostra. Ragione in più perché i cittadini non stiano a guardare ma, di fronte a governanti così imprevidenti e senza bussola, vadano davvero tutti a votare il 17 Aprile, a dispetto degli inciampi e della disinformazione che vorrebbero frapporre tra casa nostra e le urne.

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Energia: giù le borse e il petrolio, su il carbone

Ucraina: fabbrica chimica altamente inquinante

L’obiettivo principale della decarbonizzazione dell’economia, così duramente discusso nelle riunioni preparatorie e sottolineato come priorità dall’IPCC, è stato ridotto alla conferenza Cop 21 di Parigi a un vago riferimento. Il picco di emissioni potrebbe raggiungere qualsiasi grandezza, raggiungere il suo massimo in un periodo di tempo indefinito, scendere a zero solo a fine secolo. Non si menziona neanche una volta che i combustibili fossili abbiano termine. Qui è evidente la resistenza delle industrie del settore fossile e dei padroni del petrolio, del gas e del carbone. Secondo un’analisi congiunta dell’Istituto per lo Sviluppo Internazionale e dell’ODI, solo i paesi del G20, le prime 20 economie, canalizzano ogni anno oltre 600 miliardi di dollari di fondi pubblici sotto forma di sussidi alle compagnie dell’energia fossile. In questi sussidi non sono considerati i 1200 miliardi all’anno che gli Emirati Arabi mettono a bilancio per tenere basso il prezzo del petrolio e combattere la loro guerra contro i concorrenti di USA, Iran e Russia, con qualche complicità tollerata con l’esecrato ISIS.

Un notevole gruppo di 32 personalità, guidato da Stiglitz e altri premi Nobel ha chiesto l’introduzione di tasse per le emissioni di carbonio, sia per coprire i costi ambientali e sociali che sono ora trasferiti alla società che per ridurre le emissioni e investire in sistemi energetici senza emissioni di carbonio. Uno straordinario contributo ad affrontare la crisi togliendo soldi e armi alle multinazionali del passato e investendo in occupazione, risanamento del clima, redistribuzione del reddito. Ma di questa misura così necessaria non se ne discute a Davos o nei consessi dei banchieri che, pur di mantenere una rendita finanziaria, agitano lo spread e deprimono i listini delle borse terrorizzando i risparmiatori.

Cosa può succedere se, dopo la conferenza di Parigi, che ha fissato ad 1.5 °C il limite dell’innalzamento della temperatura del pianeta, l’economia e la politica, anziché rivolgersi al sole, al rifiuto dello spreco e all’intelligenza continueranno a ruotare attorno ai prezzi dei combustibili da bruciare nelle caldaie e nei motori? La Banca Mondiale avanza una interessante previsione: i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica in Europa rimarranno depressi e la curva dei prezzi dell’energia elettrica per il futuro nella maggior parte dei mercati manterrà una tendenza al ribasso. Se anche il prezzo del gas scenderà anche a seguito del calo del petrolio, non ci sarà recupero rispetto all’avanzamento delle rinnovabili, che saranno l’unica quota elettrica in crescita a prezzi convenienti. Di fatto, il rapido afflusso di energie rinnovabili, che hanno un costo marginale zero nella generazione e nell’accesso prioritario alla rete, ha rotto (BMI usa proprio la parola “BROKEN”) il business tradizionale dell’energia, mettendo in difficoltà le grandi utilities che, avendo investito in centrali a turbogas, producono in eccesso e sono costrette a tenere in stand by interi impianti, nonostante che il prezzo del gas che viene dai gasdotti dalle navi metaniere sia in discesa. La prospettiva è quella di una ulteriore irreversibile penetrazione economicamente conveniente dell’energia da sole, vento e acqua.

A meno che si rilanci il carbone, che è l’unica fonte in grado di reggere la pressione al ribasso delle fonti a bassa emissione e rimane la carta sporca del sistema energetico centralizzato, messo in discussione a livello innanzitutto ambientale, ma ora a livello anche economico e geopolitico.

Carbon tax e una decarbonizzazione a favore di un sistema energetico decentrato e rinnovabile sono carte ineliminabili per affrontare la crisi e, a lungo termine, per non subire, impotenti, gli shock di borsa. Perché non ce ne parla il cupo ministro Padoan e non prendono decisioni al riguardo i leader europei, che preparano ancora una volta missioni di guerra?

Cop21: Big Oil, armi e il silenzio stampa

Conferenza mondiale sul clima a Le Bourget

Strano a dirsi, ma l’accordo della cop 21 di Parigi è presto sparito dai radar della stampa. Chi ne parla più? Che c’entrino non poco petrolieri e industria militare? Vediamo un po’.

Una delle conseguenze riconosciute delle attività umane è l’accumulo nell’atmosfera di enormi quantità di gas che destabilizzano l’equilibrio energetico globale e causano un aumento della temperatura globale, superando i 50 Gigaton (miliardi di tonnellate) di CO2 equivalente l’anno, e una concentrazione in atmosfera di 400 parti per milione (ppm) già nel 2015. Le attuali tendenze portano ad un aumento della temperatura media del pianeta tra 3,7 e 4,8 °C entro la fine secolo, rappresentando un’emergenza planetaria senza precedenti nella storia dell’umanità. Per affrontare questa emergenza 180 rappresentanti dei governi di tutto il mondo hanno sottoscritto a Parigi un accordo storico… con qualche trucco di troppo, così da rendere arrendevole all’assalto di petrolieri e militari la soglia concordata di 1,5°C di aumento massimo di temperatura. Facciamo qualche esempio.

Innanzitutto la terminologia tutt’altro che irrilevante in un protocollo. Un team specializzato di avvocati e contrattualisti dei paesi industrializzati ha fatto pressione in sede di estensione dell’accordo perché entrassero clausole conformi a dilazionare i tempi. Parole chiave sono state attentamente selezionate per proteggere interessi settoriali: in particolare Big Oil e interessi militari hanno fatto sentire la loro voce. Così, mentre nel preambolo c’era scritto, fino a due giorni prima della data finale, che il rispetto dei diritti umani, il diritto allo sviluppo e l’equità intergenerazionale “devono” orientare la lotta all’abbattimento delle emissioni, nel documento conclusivo, su insistenza delle delegazioni degli Stati Uniti, dell’Unione europea, del Giappone e del Canada, “devono” si è trasformato in “dovrebbero”, con una componente dichiarativa priva di valore giuridico. Nella stessa stesura finale ci si limita a rilevare, anziché “riconoscere” l’importanza della tutela della biodiversità “riconosciuta da alcune culture” e l’importanza del concetto di giustizia climatica “per alcuni”.

Una volta fissata la soglia di 1,5°C – pur importante sul piano indicativo – non si sono definiti né la strategia né il percorso per garantire quel risultato. Di fatto l’accordo di Parigi si basa su un collage di contributi volontari, determinati da ciascun paese per se stesso, senza il coordinamento tra le parti, senza condizioni o sanzioni per non conformità. Pur riconoscendo che c’è incoerenza tra l’obiettivo auspicato e i contributi volontari presentati, la Conferenza delle Parti ha rilevato con preoccupazione “che i livelli stimati di emissioni aggregate di gas serra nel 2025 e nel 2030 risultante dai contributi previsti stabiliti a livello nazionale non sono coerenti nemmeno con lo scenario 2 °C”.

In ballo ci sono soprattutto le fonti fossili e l’imponente impiego delle armi. L’obiettivo principale della decarbonizzazione dell’economia, così duramente discusso nelle riunioni preparatorie e sottolineato come priorità dall’IPCC, è stato ridotto a un vago riferimento a: “le parti intendono fare in modo che le emissioni raggiungano un picco al più presto possibile” per poi “rapidamente ridurre i gas climalteranti” al fine di “raggiungere un equilibrio tra emissioni antropiche dalle fonti e l’assorbimento dei cosiddetti serbatoi nella seconda metà del secolo” (articolo 4). Di conseguenza, il picco di emissione potrebbe essere di qualsiasi grandezza, con un periodo di tempo indefinito perché si realizzi, mentre la portata del saldo tra emissioni e livelli di temperatura potrebbe essere esteso fino alla fine del secolo.

In ogni caso, l’accordo di Parigi non menziona neanche una volta che i combustibili fossili abbiano termine. Anzi, mentre il paragrafo 7 dell’articolo 6, incluso nel documento del 5 Dicembre 2015, dichiarava: “Le parti dovrebbero ridurre gli investimenti di sostegno internazionali con alti livelli di emissioni e aumentare il sostegno internazionale per gli investimenti volti a soluzioni a basso tenore di carbonio”, nella versione finale, 7 giorni dopo, quel riferimento non esiste più.

Quel che è ancor più sorprendente è che l’accordo esclude dal computo le emissioni generate dalla attività militare, dall’aviazione e dal trasporto marittimo, privilegiando soprattutto gli interessi strategici e commerciali dei paesi industrializzati. Le trattative sul riscaldamento globale hanno alla fine rimandato nel tempo che i paesi industrializzati siano vincolati all’impegno a fornire 100 miliardi di dollari ai paesi in via di svluppo, in cui vi è l’80% dell’umanità, per sostenere il loro contributo agli obiettivi dell’accordo. Eppure, secondo il SIPRI la spesa militare globale è superiore a 1.700 miliardi di dollari ogni anno. Solo gli Stati Uniti superano i 650 miliardi e l’Europa i 450 miliardi. Nel suo discorso a Parigi, John Kerry è stato particolarmente generoso nel raddoppiare l’eventuale contributo degli Stati Uniti al Fondo verde per il clima, da 400 a 800 milioni!

Secondo un’analisi congiunta dell’Istituto per lo Sviluppo Internazionale e dell’ODI, solo i paesi del G20, le prime 20 economie, canalizzano ogni anno 450 miliardi di dollari di fondi pubblici sotto forma di sussidi alle compagnie petrolifere. Durante la legislatura 2013-2014, le compagnie petrolifere USA hanno contribuito con 326 milioni di dollari ai membri del Congresso degli Stati Uniti per finanziare le loro campagne elettorali e per influenzarne le decisioni. Tra i favori ricevuti in cambio per lo stesso periodo, il Congresso ha fornito sussidi alle compagnie petrolifere per 34 miliardi di dollari.

Non desterà quindi meraviglia se l’accordo della Cop 21, nonostante sia stato diluito, non tiene più banco sulle pagine e nelle rubriche televisive e se è stato ignorato l’appello di un gruppo di 32 personalità, guidato da quattro premio Nobel, che ha suggerito di introdurre una carbon tax e di eliminare i sussidi che ora premiano l’estrazione e l’utilizzo di fonti di energia ad alta intensità di carbonio. I radar dei militari e delle agenzie di stampa “oil sensitive” registrano solo segnali sintonizzati sulla loro lunghezza d’onda.

Tariffe elettriche, con la riforma le bollette diventano più care?

Secondo una prassi che ci propina ad ogni alzata dal letto qualche modifica imprevista sulle tariffe o sui risparmi bancari o sull’entrata in vigore della pensione, dal primo gennaio sono state varate le nuove tariffe per l’energia elettrica. Come sempre, strombazzate la sera prima come un colpo di fortuna per i consumatori. Esaminiamone qui la ratio e gli effetti per 30 milioni di utenti e, infine, traiamone le conclusioni. (Per un’analisi dettagliata e i grafici illustrativi, Roberto Meregalli su energiafelice).

bolletta 675

Come nei riti migliori, è stata introdotta una nuova veste grafica della bolletta: potremo così fare il confronto con quella dei nostri amici e non sfuggirà certo la “rivoluzione” che la denota: l’abbandono del sistema progressivo (ossia un sistema per cui il costo per kWh aumenta all’aumentare dei kWh prelevati dalla rete elettrica) in vigore sino ad oggi. Fino al 2015 il costo dell’energia di un kWh consumato da un cliente che in un anno ne consuma in totale 1.500 è diverso da quello di un cliente che ne consuma 2.700: in base ad un sistema di tariffazione che favoriva chi consumava poco, facendo pagare di più oneri e trasporto a chi consumava di più. Possiamo dire che quell’impianto tendeva a stimolare consumi ridotti. Con la riforma, per i clienti residenti (la maggioranza), la struttura degli oneri di sistema rimane fissa per kWh, qualsiasi sia il livello di consumo.

Tutti (tranne le seconde case) pagheranno un eguale contributo fisso per coprire gli oneri del sistema, indipendentemente dal possesso di impianti in proprio e dalla fascia di consumo. Viene cioè penalizzato chi ha installato un piccolo impianto fotovoltaico, mentre viene premiato chi consuma di più invece di risparmiare energia. Per essere chiari, chi ha sostituito le lampadine a incandescenza con quelle a led, o chi ha investito negli ultimi anni in un impianto solare rischia di non aver fatto un buon affare.

L’abolizione della progressività viene giustificata dall’Authority “per favorire l’elettricità rispetto ai fossili e liberarla da vincoli ereditati dal passato”. Tutto bene, se l’elettricità non provenisse a sua volta per la gran parte dalla combustione in centrale di gas carbone o olio. Al solito, nonostante le indicazioni fornite dall’Ue e dalla Cop21 – miranti a favorire anche attraverso le tariffe la decarbonizzazione e la produzione elettrica decentrata da rinnovabili – ministero e governo hanno partorito il compromesso più vantaggioso per il sistema energetico in auge. Difensori ad oltranza di un modello arcaico che penalizza il mercato della generazione distribuita e dell’efficienza energetica, favorendo la generazione centralizzata di energia.

Alla fine, per il consumatore tipo ci dovrebbe essere un aumento di circa 20 euro l’anno: per chi consuma meno un aumento maggiore e per chi consuma di più un risparmio. Ricordando che oltre l’81% degli attuali utenti (circa 24 milioni) ha consumi inferiori a 2.640 kWh/anno, in effetti per la maggioranza la riforma si tradurrà in una bolletta più cara.

Per chi ha installato negli anni scorsi un impianto fotovoltaico, questa riforma avrà effetti negativi perché la nuova tariffa sarà meno conveniente rispetto a quella attuale. Questo “effetto collaterale” è rilevante perché ufficialmente la riforma dovrebbe favorire le fonti rinnovabili. Stimolare l’aumento dei consumi elettrici ha senso solo aumentando la generazione di elettricità da FER, solare in primis, essendo la principale risorsa nazionale. Altrimenti, come sta accadendo quest’anno, l’aumento della domanda si traduce in un aumento dell’uso delle fonti fossili e delle relative emissioni. La riforma in definitiva sfavorisce il risparmio energetico e le rinnovabili elettriche, mentre risulta chiaro che si stabilizzano i ricavi dei distributori perché i loro costi saranno fissi, non più dipendenti dalla variabilità dei consumi.

Contestualmente, è stata approvata anche la legge (539/2015) che regolamenta la realizzazione e l’uso di reti private di distribuzione. Anche per questa via si penalizza lo sviluppo di reti intelligenti e i sistemi di stoccaggio e si assesta un duro colpo per le rinnovabili, che richiedono reti intelligenti, capaci di dosare e compensare gli input di energia. Sulla gestione delle reti, si gioca una grande partita per la transizione energetica, ma non è certo un governo intrecciato alle lobby del passato che può affrontare le sfide del futuro.

A2A, il carbone, gli elettrodotti e gli impegni per la COP21

dal blog di Mario Agostinelli

Nuova svolta nella saga infinita dell’elettrodotto fra Italia e Montenegro. Una grande opera che ormai assomiglia al Ponte sullo Stretto: di tanto in tanto riemerge dal silenzio, anche se le ragioni per giustificarla non reggono all’esame del buon senso.

Quando nel 2003 l’Italia subì il black out, si progettò un elettrodotto fra Balcani e Italia (approdo in Abruzzo) in vista dell’importazione di elettricità da quelle aree. Dieci anni dopo però, l’undercapacity italiana si trasformò in overcapacity e un’opera che oggi finirebbe per costare almeno un miliardo di euro, perse la sua attrattività. Per di più, l’iniziale previsione di importare energia idroelettrica dalla Serbia andava perdendo di significato già all’inizio del secondo decennio 2000, dato che ormai potevamo produrci in casa tutta l’energia verde che ci serviva per raggiungere gli obiettivi fissati a livello nazionale ed europeo.

Ora, andando verso l’appuntamento di dicembre a Parigi per la Cop 21, potremmo onorarci almeno di un definitivo abbandono del carbone e, quindi, di un contributo trasparente al miglioramento della situazione climatica. Ma tra il dire e il fare… ci sono sempre intoppi che nascondono interessi di cui i cittadini e l’opinione pubblica non devono occuparsi e che, nel caso trattato, hanno a che vedere proprio con il combustibile fossile più inquinante. ...continua la lettura