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Serata in giallo con la presentazione di “La Trappola dei Ricordi” di Aldo Pagano

serataingiallo_A4Venerdì 11 Marzo alle 20.30 al Circolo Arci “A. Motta” si terrà una serata in giallo con la presentazione del libro “La Trappola dei Ricordi”.
La presentazione sarà tenuta da Luigi Lusenti, mentre durante la serata interverrà l’autore Aldo Pagano.

L’evento è organizzato dai circoli Arci Motta e Arci Pasolini.
Vi aspettiamo in  via Aldo Motta 131 VIMERCATE!

 

 

 

 

Intervista di Luigi Lusenti a Padre Ernesto Cardenal

ernesto cardenalRicordiamo Fernando Cardenal che, subito dopo la presa del potere da parte dei sandinisti, promosse e coordinò una grande campagna di alfabetizzazione, che gli valse un riconoscimento mondiale da parte dell’Unesco.
All’epoca affermò che avrebbe «commesso un grave peccato» se avesse lasciato il governo sandinista. «Non posso concepire che Dio mi chieda di abbandonare il mio impegno per la gente»

Per l’occasione pubblichiamo un’intervista di Luigi Lusenti al fratello Ernesto Cardenal, pubblicata su Avvenimenti il 24/4/1989.
Questa è l’ultima intervista che Padre Ernesto ha rilasciato prima di lasciare la giunta sandinista e rientrare in convento.

Quetzalcoatl è il nome di un uccello della Mesoamerica, per i suoi stupendi colori e la preziosità delle piume viene celebrato come il dio degli uccelli. Quetzacoatl, questo nome impronunciabile per noi italiani, é il titolo dell’ultima fatica poetica di Ernesto Cardenal, monaco trappista e ministro della cultura nella giunta del Nicaragua, ma anche uno dei più grandi poeti dell’America Latina, appassionato cantore di un continente e della sua speranza. Cardenal vive senza nessuna contraddizione questi molteplici aspetti, anzi li riesce a fondere in una sola immagine.

“Io sono un rivoluzionario – afferma – e fra rivoluzione, fede e poesia non esiste alcun contrasto”.

Di questa ferma convinzione Cardenal ha dato più volte segno, prima nella sua comunità Solentiname, distrutta dai somozisti, poi durante l’esilio, infine da artefice del trionfo della rivoluzione sandinista e da politico mosso dalla fede nell’uomo e in quella esperienza assolutamente originale che vuole centrare la trasformazione sociale tutta sul soggetto “combattendo il nemico esterno, ma soprattutto quello interno a noi stessi”. Un’esperienza che fa dire a padre Davide Turoldo, nella presentazione del libro di Cardenal, che la rivoluzione del Nicaragua “é la più cristiana di tutte le rivoluzioni che si conoscano attualmente nel mondo”.

“Padre Cardenal, perché la scelta di cantare un mito pagano, e non si pone in contraddizione, questo mito pagano, con la coscienza cristiana?”

“Per molto tempo questi miti esoterici mi sono rimasti incomprensibili. Quando mi sono avvicinato a loro con meno scetticismo, ho capito che hanno un profondo senso mistico, umanista e rivoluzionario ben oltre alle loro rappresentazioni oleografiche. Questi miti rappresentano non solo la memoria, ma anche l’attesa, quindi la speranza. Dove c’é speranza é presente sempre la fede. Quetzacoatl é questa memoria, è il ricordo di un Dio che ha amato il suo popolo, é il sacerdote che tiene accesa la fede, é il credente capace di sperare nel ritorno del vero Dio. Quetzalcoatl un giorno tornerà dal mare di Tlapamalan dove scomparve migliaia di anni fa. In lui si compirà l’unità della storia e l’unità della fede.”

“Cosa vuol dire essere poeta nel mondo d’oggi?”

“Un poeta ha essenzialmente un compito, quello di scrivere della buona poesia. Un poeta può poi trasformarsi in profeta, come lo furono i profeti della Bibbia. Si può comunque essere un buon poeta anche senza capacità profetiche.”

“Lei, dopo 10 anni di vita politica attiva, sta per lasciare il ministero della cultura. Perché questa decisione e quale sarà d’ora in poi la sua vita?”

“La mia scelta di vita è sempre stata una scelta contemplativa, legata al pensiero e alla riflessione. Attraverso questa scelta contemplativa sono arrivato alla rivoluzione assumendo dei doveri verso la comunità e degli incarichi politici. E’ molto difficile, per chi ha queste caratteristiche, reggere la vita pubblica. Da molto avevo ormai chiesto di essere esonerato, spero così di avere più tempo da dedicare alla mia vocazione poetica.”

“Pensa che le sue dimissioni da ministro potranno fare revocare la sospensione a divinis?”

> “Io mi dimetto da ministro della cultura ma rimango aderente al Fronte Sandinista e mantengo alcuni incarichi pubblici, fra cui la presidenza dell’Istituto nazionale della cultura. Nel diritto canonico è fatto espresso divieto per i sacerdoti di assumere qualsiasi carica politica. Credo per questo che la sospensione non potrà essere revocata.”
“Padre Cardenal, è difficile, se non impossibile, parlare con lei senza porle qualche domanda sulla situazione del suo paese. Anche perché, lei per primo, ha sempre cercato di non scindere l’uomo politico dal religioso dal poeta. Quale è la situazione che vive oggi il Nicaragua? Il cambio di amministrazione negli Stati Uniti ha voluto dire qualche mutamento nella politica di Washington nei vostri confronti?”

“Noi viviamo nel continuo pericolo di una invasione imperialista. Gli Stati Uniti persistono nella politica di considerare il centro America come l’orto di casa loro e ci costringono a uno stato di guerra permanente che non poco incide sulle possibilità di rispondere ai problemi del nostro popolo. Fra Regan e Bush non vedo differenze, il primo era sicuramente più maniacale nella sua fissazione di distruggere a tutti i costi l’esperienza nicaraguense, il secondo mi pare più pragmatico, ma anche egli vuole ricondurre il Nicaragua sotto il controllo imperialista. Per questo continua a finanziare i “contras” e a boicottare le intenzioni degli altri governi della zona per giungere ad una pace effettiva.”

“Ci sono stati contatti con la nuova amministrazione americana?”

“Nessun contatto, anche se il presidente della giunta del Nicaragua, Daniel Ortega, ha chiesto agli Usa di aprire un confronto. Speriamo che questo possa avvenire prima possibile.”

 “Nella sua recente visita a Cuba, il premier sovietico Gorbaciov ha affermato che non è più il tempo di esportare la rivoluzione. Cosa ne pensa di questa affermazione?”

“Io sono d’accordo con Gorbaciov, ma egli ha detto anche che non bisogna più esportare la controrivoluzione. Giornali come il Times e il New Jork Times, riportando le frasi del segretario del Pcus, hanno tralasciato questa seconda parte delle affermazioni di Gorbaciov. E’ chiaro allora cosa vuol dire per la stampa capitalista non esportare la controrivoluzione: un impegno che è meglio neppure citare per poter avere sempre mano libera.”

“Padre Cardenal, un’ultima domanda prima di chiudere questa nostra intervista. Lei ha detto che spera, lasciando in parte la vita politica, di avere più tempo da dedicare alla composizione poetica. Ha già in mente una prossima opera da pubblicare?”

“Si, sto pensando ad un poema che sia la summa del mondo d’oggi. Vorrei esprimere tutte le conoscenze filosofiche e scientifiche, dalla fisica, alla bioenergetica, alla quantistica e ripercorrere, seppur in altro modo, l’itinerario dantesco. Sarà anche un poema erotico, dell’amore, del sogno e della fantasia: la continua lotta fra le due memorie dell’uomo, quella individuale, preda del tempo e delle passioni e quella collettiva che vince la morte tramandando le conoscenze e la speranza.”

 

Appello a sostegno dell’Osservatorio Balcani Caucaso

La Provincia autonoma di Trento ha ridotto i finanziamenti all’Osservatorio Balcani Caucaso con sede a Rovereto. Questo comporterà il licenziamento di alcuni lavoratori, licenziamento che, per ironia della sorta, partirà dal primo maggio festa del lavoro. L’Osservatorio del Balcani Caucaso rappresenta una voce molto attenta ai fenomeni politici e sociali di quella vasta area. Uno strumento indispensabile per chi la studia o per chi, semplicemente, vuole essere informato. In un anno il sito dell’Osservatorio riceve più di un milione di visite. Questo ridimensionamento rischia di ridurre di molto l’efficacia del materiale prodotto dall’Osservatorio. Quando una voce dell’informazione rischia di chiudere non è mai una buona notizia. L’invito è a firmare l’appello sulla pagina web del sito: http://www.balcanicaucaso.org/Appello-a-sostegno-di-OBC

La guerra fredda non è finita il 9 novembre del 1989 con la caduta del muro di Berlino ma il 1 luglio del 1990

La vecchia Europa passò il testimone alla nuova Europa nell’estate del 1990, l’estate dei mondiali di calcio in Italia. In una notte di fine giugno si svuotarono i varchi di frontiera fra le due Germanie e le due Berlino. Qualche giorno prima era stata votata l’unione economica e monetaria tra la Bundesrepublik Deutschland  e la Deutsche Demokratische Republik. I marchi dell’ovest erano già all’est, trasportati da decine di camion blindati. Venticinque miliardi di DMark (il doppio dei marchi dell’est in circolazione) vennero stivati nei locali della Reichsbank, il cui edificio, per quarant’anni, aveva ospitato il comitato centrale della Sed. Gli Ostmark, invece, furono impacchettati e mandati al macero in grandi e profonde buche. Tutta l’operazione sotto lo sguardo attento della Bundesbank. La Repubblica federale e la Repubblica democratica si unificarono definitivamente  il 3 di ottobre del ‘90, data che sostituì, come festa nazionale, quella del 17 di giugno. Nella realtà la Germania Federale si ammise i 5 land della Repubblica Democratica. Infatti, grazie all’articolo 23 del Grundgesetz, la Costituzione tedesca, i land di Brandeburgo, Meclenburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia aderirono semplicemente alla RFT facendo venir meno la DDR ed evitando di dover riscrivere un nuovo patto costituzionale. La prima domenica di luglio del novanta, invece, a uno dei valichi sulla linea di demarcazione i due ministri degli interni, Wolfgang Schaeuble per l’ovest e Peter Michael Diestel per l’est, firmarono l’ accordo bilaterale sull’ abolizione dei controlli doganali. Nel frattempo la tv mandava spezzoni di 3 minuti in cui si spiegava, tramite un personaggio denominato Kluge Ludwig, il furbo Ludwig, l’economia di mercato a 20 milioni di tedeschi abituati all’economia pianificata, all’economia dell’indispensabile, e a volte anche meno. Io, sabato 30 giugno, fui uno degli ultimi a passare il varco del Check Point Charlie. Erano le cinque di un caldo pomeriggio estivo e la sentinella appose con l’abituale attenzione un timbro che, di li a poche ore, sarebbe diventato un reperto da museo. Quel visto,  il martello e il compasso circondati dalle spighe del grano, lo conservo ancora, assieme ai timbri della Polonia, della Cecoslovacchia, dell’Ungheria,  della Jugoslavia, fra le pagine del passaporto di allora. Come conservo tuttora, ma solo nella mia memoria, il ricordo della mattina dopo quando, prima di partire per Helsinki, tornai a valicare il passaggio di frontiera appena sopra la Marienneplatz. A Helsinki andavo per partecipare alla European Nuclear Disamament. Che cosa sia l’END lo si può scoprire  su Wikipedia dove c’è una voce in inglese, incompleta e con qualche errore,  che si può consultare rapidamente all’indirizzo: http://en.wikipedia.org/wiki/European_Nuclear_Disarmament. Torniamo alla Marienneplatz. La piazza a quel tempo era abbandonata dalle autorità al suo destino, cioè a rifugio degli ultimi “alternativi” d’Europa. Vivevano in vecchi carrozzoni verdi, gli stessi usati negli anni trenta dagli operai berlinesi per risistemare le strade. Vivevano miseramente, sconfitti dalla loro stessa utopia, dall’LSD e dalle tante anfetamine e allucinogeni conosciuti. Si aggiravano storditi, estranei ai fatti del mondo. In quel caso fatti lontani solo poche centinaia di metri, lo spazio necessario per arrivare al valico di Heinrich-Heine-Strasse. Per questo “check” transitavano tutte le merci e la posta fra le due Berlino. Lo stesso “check” che vantava fughe rocambolesche. Il 18 aprile del 1962 un autocarro sfondò le sbarre. Uno dei tre uomini, Klaus Brüske autista del camion, morì colpito dai vopo, mentre i compagni riuscirono seppur gravemente feriti a scappare dalla DDR. Gli sbarramenti protettivi vennero ulteriormente rafforzati. Nonostante ciò, nel 1965, il giorno di Santo Stefano, due uomini e due donne, a bordo di un auto ripeterono l’impresa. Purtroppo la fuga fallì, il ventisettenne Heinz Schöneberger fu ucciso e i suoi compagni di sventura arrestati. Sotto il valico correva la metropolitana. Con la costruzione del muro alcune linee della sotterranea trovarono parte del loro percorso all’est. Le autorità tedesco comuniste chiusero le stazioni di superficie e i treni, provenienti dall’ovest e diretti all’ovest, vi transitavano a passo d’uomo guardati a vista dalle banchine  da uomini armati con i cani lupo al guinzaglio. Questo e altro raccontavano le garitte deserte, gli uffici abbandonati, le torrette vuote e disarmate che vidi quella domenica mattina del primo di luglio del 1990. Per molti uomini, me compreso, nati sotto il nazifascismo o durante la guerra o appena dopo, gli avvenimenti dell’89/90 ponevano la questione della fine della storia, convinti, come ricorda Hobsbawm ne “Il secolo breve”,  che lo scontro tra capitalismo e socialismo, il mondo diviso in blocchi, la cortina di ferro fossero l’essenza della vicenda umana quando, proprio nella lunghissima presenza dell’uomo sulla terra, quello scontro copre poco più di un centinaio di anni. Ma ognuno vive i drammi e le passioni del suo tempo. Al massimo, a quelle passate, dedica lo studio, la ricerca, la curiosità. “Se si potessero radiografare le anime e le menti delle persone, come si può fare con i corpi, le antiche ferite sarebbero visibili e i traumi concreti oggetti di studio”, così mi diceva Wolf Biermann in una intervista che gli feci al bar Giamaica di Milano a un anno esatto  dai giorni della caduta del muro. Mi tornò in mente l’idea che molti, soprattutto intellettuali, coltivavano dopo il 9 novembre dell’89: una DDR riformata dall’interno, purificata dai peccati del regime comunista, che potesse ritornare alla purezza del pensiero di Marx, cantata tante volte dallo stesso Biermann e narrata da Christa Wolf . Una Germania dell’Est magari federata a quella dell’Ovest, ma indipendente e libera di scegliere la propria strada e il proprio futuro. Firmarono anche un appello gli intellettuali, mentre la DDR veniva giù un pezzo dopo l’altro. Si illudevano che, una volta deposto Honecker, il paese fosse riformabile dall’interno. Ma, come fece notare qualche attento osservatore, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia potevano rimanere stati autonomi anche se il regime comunista cadeva, la Germania dell’Est, invece, senza il comunismo  non aveva ragione di esistere. Dopotutto la genesi stessa dello stato socialista tedesco, uno stato che nessuno aveva mai proclamato, lo comprovava bene. La DDR era sempre rimasta la zona occupata dall’Armata Rossa. E più agli interessi sovietici che a quelli nazionali pareva interessata. Nella Germania dell’Est si manifestò appieno il carattere etico – assolutistico dello stato socialista. Più che nelle sterminate repubbliche dell’Urss, o nelle arcaiche Bulgaria o Romania, o nelle inquiete e mitteleuropee Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria.  La potente macchina della propaganda di regime, autoritaria e dispotica,  fu l’unica identità in cui riconoscersi oltre a una vaga idea di miglioramento sociale incapace però di costituire un vero e proprio genius loci e pagata a caro prezzo a partire da quel 17 giungo del 1953 quando il “tempestivo” intervento dei carri armati sovietici soffocò nel sangue la prima rivolta dei lavoratori berlinesi. Soffocata proprio sulla “Stallinallee”, voluta dal dittatore georgiano per glorificare il suo potere. La stessa Angela Merkel intervistata da “La Stampa” per i 20 anni della caduta del muro affermava che la: “Ddr era un “Unrechtsstaat” (stato sbagliato n.d.a), in quanto non era fondata sul diritto. Non c’era libertà di espressione, non c’era libertà di voto”. Anni dopo, era il 1995, nel romanzo “Ein weites Feld”, tradotto in Italia nel ’98, Günter Grass fa dire a Theo Wuttke, uno dei due personaggi principali, fattorino settantenne della Germania orientale specializzato in conferenze su Theodor Fontane:  “In Deutschland hat die Einheit immer die Demokratie versaut”. La Germania è una democrazia sporca. E ancora nel 2009, a vent’anni dalla caduta del muro o dalla riunificazione, nel suo diario “In viaggio dalla Germania alla Germania”, il premio Nobel attaccherà ferocemente “Treuhandanstalt”, l’organismo creato dal governo di Helmut Kohl per privatizzare le ottomila aziende orientali accusandolo addirittura di essere una agenzia criminale. La sua tesi ricalca quelle della Wolf e di Biermann, seppur indirettamente: ci poteva essere un’altra strada che non l’annessione dell’DDR da parte della RFT. Grass usa volutamente il termine “annessione” per ricordare una pagina nera della storia tedesca, l’annessione dell’Austria alla Germania nazista. Ma quello che non capirono allora gli intellettuali e Grass, e chi si attaccò all’ultima illusione possibile mentre tutto si sgretolava e una valanga travolgeva idee, speranze, progetti, è che i cittadini dell’Est, gli “Ossie” nel gergo comune, avevano già scelto il loro destino e lo dimostrarono nelle prime elezioni libere il 18 marzo del 1990. La libertà, a lungo desiderata, era finalmente arrivata. Ma non il benessere economico. Nessuno voleva più aspettare. Ovunque riecheggiava lo slogan “se il marco non viene da noi, saremo noi ad andare dov’è il marco”. L’economia era al collasso e la disoccupazione ai massimi storici. L’unificazione da possibilità divenne necessità. La CDU vinse e nominò premier Lothar de Maziére col compito preciso di accelerare i tempi dell’unificazione. La scelta del governo fu di nuovo confermata nelle elezioni comunali del 6 maggio quando rivinse ancora, con largo margine il partito del premier. Tutto questo per spiegare perché non fu la caduta del muro di Berlino a chiudere la guerra fredda. I mesi successivi al novembre dell’89, confusi e tumultuosi, sono l’ultimo epilogo del mondo diviso, quello dove ancora trovavano spazio Kundera, Brant e Pertini; Gladio, i colonnelli greci e il maggio francese; il dissenso all’est e la contestazione all’overt; il “pensiero  di Francoforte” e la scuola di “Curciola”. Ma l’89 ebbe anche una incubazione lunga, almeno un decennio, il decennio “dell’ultima guerra fredda”.

La destra nazionalista europea guarda a Mosca

Il 3 e 4 ottobre si terrà a San Pietroburgo il Forum Nazionale Russo. L’evento, a cui dovrebbero partecipare circa 1500 persone,  è organizzato dall’Intelligent Design Bureau di Andrey Petrov, leader della sezione locale del partito Rodina, movimento russo della destra nazionalista vicina a Putin e ha l’obiettivo di “istituire un coordinamento delle forze nazionaliste in Europa“.

Sono invitati esponenti di Jobbik, il movimento neofascista ungherese, dei neonazisti greci di Alba Dorata, del Fronte Nazionale di Marine Le Pen, del Partito della Libertà Austriaco e di Forza Nuova. Non si esclude l’arrivo di Matteo Salvini che, al ritorno dal suo viaggio in Corea del Nord, ha comunicato che si sarebbe recato in Russia, senza specificare il perché, nei primi giorni di ottobre.

C’è un avvicinamento delle destre europee al governo russo, alle sue scelte fortemente nazionalistiche, un riconoscimento per un politica paneuropea che in nome dell’antiamericanismo e del rifiuto della società liberale rispolvera i vessilli della nazione, dell’identità, della sovranità e della tradizione”. Pochi giorni fa il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, unico italiano invitato, ha partecipato in Crimea ad un incontro promosso dal Cremlino.

Sul fronte interno, all’incontro di San Pietroburgo, è garantita la presenza di Alexandr Dugin, esponente dell’ideologia euroasiatica, di Eduard Limonov fondatore del Partito Nazional-Bolscevico,  e di Alexander Prokhanov, scrittore  russo il cui pensiero politico unisce stalinismo e ultranazionalismo. Come sicuro pare un intervento di Gennady Zyuganov, leader del Partito Comunista della Federazione Russa.

Belgrade – Waterfront

La stazione di Belgrado è un manufatto del 1884. Farebbe la gioia dei nostalgici della guerra fredda, degli aficionados dell’Istituto Luce, dei fan del neorealismo. Immutata negli anni anche perché il treno in Serbia non è molto popolare.

Il cartello che disegna la “nuova” Belgrado è proprio alla sinistra della stazione. Venendo dal centro lo vedi subito: grattacieli di tutte le forme, parchi, vie d’acqua, palazzi in vetro con grandi terrazze, alberghi e centri congressi: “Beograd water front” si chiama. Capitali degli Emirati Arabi, il progetto disegna una Dubai dei Balcani. Per ora solo una proposta, di cui non sono chiari i tempi, ma certamente con fondi icuri e agganci utili.

Girare per il quartiere che sarà “giustiziato”, Mala Slava, è come stare in centro nella Milano di Expo 2015. Grandi roll up con la scritta “Beograd water front” campeggiano ovunque. Una palazzina antica, di gran lusso, è la sede del consorzio: hostess e steward, pannelli colorati, monitor che rimandano i piani della ristrutturazione in tridimensionale, l’immancabile plastico. “Beograd water front” campeggia anche sugli autobus e sui cartelloni pubblicitari in giro per la città.

Il progetto avrebbe un impatto terrificante su una città in cui ritardi nelle infrastrutture, nei servizi, nella conservazione del patrimonio immobiliare sono enormi. Con la zona  di Novi Beograd, grande come mezza Belgrado, che cade letteralmente a pezzi. Il quartiere di “Mala Slava” è una delle zone più popolari di Belgrado. Caratteristica di tutte le contraddizioni della città.

Il progetto parla di 1.800.000 mq, 5.700 residenze, 2.200 stanze d’albergo, 12.700 uffici ma nessuno ha ancora calcolato quante decine di migliaia di persone dovrebbero trovarsi un’altra abitazione e quante centinaia di attività dovrebbero chiudere

Il quartiere di “Mala Slava”, in questi ultimi anni, ha tentato, invece, un suo rilancio puntando sull’underground. Ogni magazzino abbandonato,  ogni scantinato, ogni stabile in disuso è sede di un baretto di artisti, di un atelier di artigiani, di un centro culturale, di un ostello a basso prezzo.

Vittima della furia islamico balcanica sarebbe anche lo sbocco della Slavia nel Danubio. Luogo  di fascinazione immensa, di ricordi storici, riserva ambientale nel centro della città. Qui si incontrano il fiume della purezza slava con quello dalle contaminazione europea. Qui più che altro è la zona mista delle tante cultura che hanno convissuto e combattuto nei Balcani.

Di questo parlavo con alcuni amici di Belgrado l’altra sera bevendo una birra su un barcone posto proprio dove le acque dei due fiumi si mischiano. Un dondolio pigro, accogliente. Ma la storia corre più veloce, e anche il bussines. Così il mondo ortodosso, da sempre in guerra con l’Islam oggi ne diventa socio nel nome degli affari. Il cerchio dell’eterno ritorno dei vincitori che diventano vinti e viceversa pare chiudersi nel “pax economy”.

http://www.belgradewaterfront.com/Belgrade-Waterfront/1/Belgrade-Waterfront.shtml

 

Ionesco e Pirandello a Belgrado

Fa un certo effetto vedere la mostra esposta nella piazzaa della fortezzza di Belgrado relativa ai bombardamenti subiti dalla città durante il novecento. Gli anni sono il 1914, il 1915, il 1941, il 1944 e il… 1999.

Le bome della Nato, nell’ultimo anno del millennio passato hanno lasciato segni difficili da cancellare. Se ha livello europeo i protagonisti di quella decisione sono quasi tutti fuori dalla politica, a livello della Serbia sono invece al potere ed oggi usano linguaggi ben diversi dal nazionalismo di quegli anni.

Ionesco e Pirandello a Belgrado sono i più rappresentati in assoluto.

Da Tom Fogerty a Roma nun fa’ la stupida stasera

Caldo umido a Belgrado rarefatto dal lento traffico domenicale.  Nuvole su Zemun

“Quando il Danubio porta nubi vuol dire che dall’Europa arrivano problemi”. Stevo l’ho conosciuto sabato sera nella piazza centrale di Belgrado, a un ristorante mentre guardavo svogliatamente la partita Olanda Costa Rica. E’ serbo ma pensavo fosse l’incarnazione di Tom Fogerty. Stessi capelli, stessa barba, stessa età. Ha studiato musica in molti conservatori italiani e adesso vive facendo l’artista di strada. Mi chiede dell’eliminazione dell’Italia dal mondiale , gli spiace molto. Poi mi da appuntamento per la domenica, davanti all’Accademia delle scienze dove suona abitualmente. La mattina dopo lo trovo nel luogo convenuto: “Sono anch’io un intellettuale, dice ridendo, e rivendico il diritto di stare qua.”  Stevo conosce bene l’italiano ma gli sfugge il significato di certe parole: flessibilità, rigore, pareggio di bilancio, spending review.

“Hai miei tempi, dice, l’alfabeto europeo era altro: Sartre, Adorno, Pasolini. Kreuzebrg, Christiania, Ovada. Pace. libertà, amore libero.

Mi viene spontaneo di chiedergli se conosce i Crass (da non confondere con i Class). Mi risponde attaccando:“Siamo le ragazzacce di Greenham / e non ce ne frega un cazzo / facciamo casino, siamo roche / e lottiamo per i nostri diritti / e il nostro sesso, divertendoci, e vinceremo!” dedicata dal gruppo dell’Essex alle “ragazzacce” di un famoso campo pacifista inglese.  

Me ne vado sorridendo e mentre sfuma “Women for life on Earth”, un fisarmonicista poco più avanti attacca “Roma nu fa’ la stupida stasera”.

 

Diritti della terra e dei popoli: il caso dell’India 15 giugno al Carroponte e 16 giugno alla Casa dei Diritti

indexDiritti della terra e dei popoli land grabbing vs sicurezza alimentare: il caso dell’India

15 giugno al Carroponte di Sesto San Giovanni e il 16 giugno alla Casa dei Diritti di Milano alla presenza del media/attivista Sanjay Kak

Sicurezza alimentare vs sviluppo industriale, risorse fondamentali e beni comuni sacrificati sull’altare delle SEZ (Zone Economiche Speciali), antiche popolazioni indigene e territori quanto mai ricchi di tradizioni e biodiversità spazzati via nel più indiscriminato land grabbing per favorire gli interessi dell’industria estrattiva. E’ la drammatica attualità dell’India di oggi, che improvvisamente fa notizia per l’obbrobrio dei quotidiani stupri, per lo scempio dei corpi impiccati dopo essere stati violati, per l’ulteriore brutalità con cui la forza pubblica punisce i sit in di protesta invece che difenderli; mentre nelle zone rurali e tribali si consuma ormai da tempo la violenza degli espropri di terre fertilissime, il forzato esodo dalle campagne, il sistematico inquinamento e prosciugamento dei corsi d’acqua – con le conseguenze di siccità, livelli emergenziali di fame e violazione dei diritti più fondamentali (in primis il diritto alla vita e al cibo), che non fanno notizia…

Se ne parlerà in un doppio appuntamento

– il 15 giugno (dalle 19.30 alle 21) al Carroponte, Via Granelli 1, Sesto San Giovanni
– il 16 giugno (dalle 18 alle 21) alla Casa dei Diritti, Via De Amicis 10, Milano

In occasione dell’anteprima in Italia del documentario RED ANT DREAM di Sanjay Kak

Il 15 giugno al Carroponte di Sesto San Giovanni (dalle 19.30 alle 21), si analizzeranno le difficoltà di vedere riconosciuti i cosiddetti “diritti indigeni” all’interno di una considerazione internazionale dei Diritti Fondamentali, con gli interventi di:

Sanjay Kak media/attivista, autore del documentario RED ANT DREAM

Alfredo Luis Somoza
Presidente ICEI, ex rappresentante della Lega per i Diritti dei Popoli presso il Working Group on Indigenous Affairs/UN, docente nella Winter School dell’ISPI

Luigi Lusenti
ARCS/Expo dei Popoli

La proiezione del film RED ANT DREAM, in programma il 16 giugno alla Casa dei Diritti (dalle 18 alle 21), verrà introdotta da Francesca Casella, che dall’interno di Survival International ha contribuito in modo rilevante alla campagna internazionale in difesa degli indigeni Dongria Kondh contro la multinazionale Vedanta – tra i conflitti ambientali ripresi appunto anche nel film.
Comunicato Stampa

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In Virginia botte da orbi sul TTIP

di Monica Di Sisto, Fairwatch

Avrei voluto davvero esserci, ad Arlington: vedere un allevatore americano che affronta un azzimato diplomatico europeo per chiedergli quando in Europa la pianteremo di impedirgli di venderci le sue bestie cresciute con gli ormoni, e se ci decideremo a farlo con il TTIP, non ha prezzo. I tradizionali dialoghi con la società civile, che i negoziatori del Trattato transatlantico di liberalizzazione di commercio e investimenti Usa-Ue svolgono a margine delle trattative in corso in questa settimana oltre Oceano, hanno assunto nella ridente cittadina della Virginia un tono meno patinato di quello cui ci avevano abituato Bruxelles e Washington. E questo quinto ciclo negoziale si tinge di farsa, con Lorenzo Terzi, capo dell’unità delle relazioni internazionali bilaterali nella Direzione generale per la salute e i consumatori della Commissione europea, che imbarazzato raccomanda al vaccaro lobbista dell’American Meat Institute (AMI) Jim Hodges, a quanto riporta la stampa presente “di adottare una posizione più in linea con quella degli altri partner commerciali” e quindi “di cominciare a sperimentare la produzione libera da ormoni” senza insistere su una direzione “che non ha possibilità d’essere considerata a breve o medio termine”. Insomma, un principe in visita alle stalle.

Di recente, nell’ambito del Trattato di liberalizzazione con il Canada, l’Europa ha già concesso a quel partner di piazzare nel nostro mercato una quota cospicua di carne in più rispetto al passato, a patto che fosse libera da ormoni, e altrettanto vorrebbe propinare agli Usa. Peccato che, a distanza, il ministero del commercio Usa aveva già avvertito il commissario europeo De Gucht che questa non era una proposta interessante per loro, a meno che non si parlasse di far entrare tutta la carne a stelle e strisce, ormoni compresi. D’altronde il lobbista Hodges l’ha fatto capire a chiare lettere nel suo intervento: gli ormoni sono solo l’inizio. Altre condizioni vincolanti per il loro appoggio al TTIP – determinante per il consenso del Congresso Usa – sono l’ingresso nel mercato comunitario della loro carne di maiale “senza essere costretti a condurre test non necessari” sugli animali in ingresso, e idem dicasi per i polli, che noi respingiamo al mittente perché usano lavarli con il cloro ed altre giocondità tossiche. I controlli e le misure di sicurezza sanitaria su vegetali e animali, ha ammonito Hodges, “devono basarsi sulla scienza”, e l’Europa deve dimostrare apertura e disponibilità ad abbattere le sue barriere su tutti i prodotti agroalimentari, senza prevedere gradualità, periodi di transizione, o meccanismi specifici contro il dumping – che l’Europa ha usato spesso per proteggersi dagli aggressivi esportatori americani – se no non se ne fa niente. Insomma, un vero, irrituale, ultimatum, dal recinto delle vacche al nirvana del decision making commerciale.

Amenità a parte, in questo incontro Usa e Ue sono entrati nel vivo degli interessi veri, e le differenze strategiche si sono fortemente accentuate. Il capo dei negoziatori USA Dan Mullaney ha spiegato nei meeting di questi giorni che si comincia a parlare di testi concreti e della loro formulazione verbale – cruciale per ottenere nero su bianco quello che si vuole – e che mentre la sua delegazione ha presentato le proprie prime offerte di liberalizzazione di servizi, tariffe e appalti pubblici, la Commissione Ue non è riuscita perché i Paesi membri non hanno raggiunto in tempo per Arlington il consenso necessario a consolidarle. L’Europa, soprattutto, non ha ancora idea di come strutturare un meccanismo di cooperazione orizzontale sugli standard che sia accettabile per tutti i suoi membri, che tra loro hanno ancora meccanismi diversi e non completamente livellati dalle leggi comunitarie, che non coprono tutto l’ampio spettro delle normative rilevanti per un trattato di liberalizzazione commerciale di questa portata e che quindi vedono i diversi Paesi membri regolare alcune materie non trascurabili – ad esempio alcune previsioni sui brevetti, altre sulla sicurezza sul lavoro, altre in materia ambientale, di controlli fitosanitari, alimentari e così via – ciascuno ancora a proprio modo.

Per i servizi, l’Europa nei mesi scorsi avrebbe proposto l’abbattimento del 95% di tutte le sue tasse sulle importazioni di servizi dagli Usa per tutti gli Stati membri, mentre gli Usa avrebbero concesso appena il 69% delle proprie linee di tariffe, aprendo l’accesso ai soli servizi di competenza federale e tenendo gelosamente protetti quelli gestiti dai singoli Stati. La giustificazione? Se l’Europa non mollerà su agricoltura e cibo, a cominciare dalle Indicazioni Geografiche dei prodotti alimentari – che sull’altra sponda dell’oceano vengono trattate come suggestive fissazioni da europei anziani e sulla quale i negoziatori hanno discusso più di mezza giornata senza venirne a capo – gli Usa non faranno un passo in più. Senza contare che gli Usa vogliono che il trattato affronti i servizi finanziari in un capitolo dedicato, con un impianto specifico che tenga conto delle recenti regolazioni da loro introdotte dopo lo scoppio della bolla speculativa su mutui e derivati, mentre banche e fondi di casa nostra spingono perché entrino nel calderone generale dei servizi, per avere più forza negoziale visto che già sulla liberalizzazione dei servizi di trasporto aereo e postali ci sono visioni opposte su quanto sia necessario concedere e quanto proteggere. Da parte Ue, poi, noi vorremmo normare in capitolo separato del TTIP energia e materie prime, per assicurarci un volume d’importazioni costante e crescente di entrambi, mentre sono gli Usa qui a promuovere l’”approccio calderone”.

Insomma un brutto teatrino vaudeville, quello di Arlington, con l’Europa trattata da anziana signorina questuante petulante da una sorta di gigolò globale, che le mostra solo a tratti spiragli delle sue appetibili grazie energetiche e ormonate, richiudendo seccato il paletot appena lei accenna qualche ricordo di dignità. Che brutta fine…