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Poi fu Srebrenica

Sono passati 22 anni. Ma la ferita nel cuore dell’Europa sanguina ancora. Arci Milano ha operato per lunghi anni a Bratunac. Ha aiutato a far sbocciare una solida cooperativa, la Zadruga Insieme, che molti di voi conosceranno. Bratunac dista pochi chilometri da Srebrenica. Ancor meno dal memoriale di Potocari. Abbiamo organizzato viaggi di conoscenza e ancora ne organizzeremo. La storia, la conoscenza sono valide e indispensabili dighe di fronte a tutti i fascismi. Anche se come dice il “nostro” Luigi Lusenti – che tanto ha fatto per ricucire ferite in quei territori devastati – “Ci si porta le scuole a fare visite istruttive. E’ giusto che sia così, non so se lo è anche per chi è morto”.

Poi fu Srebrenica – di Luigi Lusenti



Poi fu Srebrenica. Non avevamo più parole. Le avevamo consumate per Vukovar, Sarajevo, Mostar, Tuzla.
Poi fu Srebrenica, la strage annunciata. Da giorni girava un documento del Dipartimento di Stato americano su cui c’era scritto: “le forze armate serbe stanno conducendo in Bosnia una campagna di crudeltà contro i musulmani senza paragoni in Europa dal tempo dei nazisti.”
L’eccidio avveniva in diretta mondiale, davanti alle televisioni. Il generale serbo bosniaco Ratko Mladic, circondato dai suoi uomini, che rassicura la popolazione di Sreebrenica; il suo discorso ai cittadini serbi: “in questo 11 luglio 1995 siamo nella città serba di Srebrenica, facciamo dono di questa città al popolo serbo”; il suo brindisi con Thom Karremans il comandante del battaglione olandese Dutchbat dei caschi blu. Nel 2002, quando scoppiò lo scandalo, cadde addirittura il governo olandese del premier socialdemocratico Wim Kok: i caschi blu olandesi non avevano fatto nulla per impedire che gli uomini Mladic, appoggiati dal gruppo paramilitare degli Scorpioni, massacrassero circa 8.000 musulmani. C’è chi parla di una indifferenza al limite della complicità.
Telefonate giunte in ritardo ai comandi Onu di Sarajevo e Zagabria; incomprensioni fra quartier generali; Janvier, il comandante francese che dirigeva le operazioni dei caschi blu dalla capitale croata, che nega l’intervento dell’aviazione perché “non si potevano ancora definire atti di guerra con scontri a fuoco”; aerei americani che si sperdono nei cieli della Bosnia mentre alcuni F19 dovettero rientrare nelle basi italiane perché a corto di carburante. Nel frattempo l’enclave di Sreebrenica era già caduta e le vittime riempivano le fosse comuni e i boschi attorno alla città, sgozzati o fucilati.
La base dei militari olandesi era a Potocari, sei chilometri da Srebrenica. Ora c’è un memoriale. Sembra che sul ricordo dei fatti tragici, l’Europa non sia seconda a nessuno. Ogni volta che succedono si dice “mai più”. E parte la corsa alla lapide, al monumento, al memoriale. Ci si porta le scuole a fare visite istruttive. E’ giusto che sia così, non so se lo è anche per chi è morto. I nomi delle vittime, nel memoriale di Srebrenica, si susseguono con indicata la sola data di nascita. Quella di morte, uguale per tutti, è scolpita nel marmo all’ingresso del memoriale.
Basta attraversare la strada per raggiungere la “fabbrica degli orrori” per due anni sede del battaglione olandese in forza al contingente delle nazioni Unite. Non è facile entrarci, bisogna avere la forza per farlo. Per guardare sui muri sbrecciati i disegni osceni e le frasi che hanno graffiato l’intonaco. Per camminare nella “sala dell’inseminazione” ove avvenivano gli stupri di massa oppure per la “Sivi Dom” nella quale venivano impiccati i prigionieri, magari dopo indicibili sevizie e torture.
Nelle campagne che circondano Srebrenica continuano ad affiorare, a distanza di decenni, resti di cadaveri, di vestiti, di oggetti personali. Solo i colpevoli di questa mattanza sono sembrati svanire nel nulla per anni.
Carla Del Ponte, nel 2005, quando era procuratrice capo del Tribunale dell’Aja per la ex Jugoslavia, si rifiutò di partecipare alla cerimonia di Potocari, ”per rispetto delle vittime” disse. ”Il mio mandato e’ quello di condurre Radovan Karadzic e Ratko Mladic davanti alla giustizia per il genocidio di Srebrenica. Come potrei apparire alla cerimonia? Posso certo spiegare che non posso fare nulla, che non dispongo delle forze necessarie, ma agli occhi delle vittime io sono responsabile.”
Anni dopo un articolo comparso sulle pagine del settimanale britannico “Observer” affermò che: “che i governi di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti erano al corrente che qualcosa di grave sarebbe potuto succedere a Srebrenica e pare non avessero fatto niente perché volevano cercare di trattare con i serbi”. Come a dire che a Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire. O continuare a vivere, come è per i sopravvissuti, con l’ossessione e il tormento. Segni che restano invisibili nell’animo delle persone.
L’enclave musulmana in quella parte dei Balcani doveva cadere per facilitare le trattative di spartizione del territorio, premiando gli aggressori e portando verso la fine il conflitto. Ecco la risposta desolante a tutti coloro che da tempo chiedevano che la comunità internazionale facesse qualcosa per fermare il massacro. Cinismo e realpolitik. Così quattro mesi e mezzo dopo, prima a Dayton in Ohio e poi a Parigi, l’accordo di pace fu firmato.
Gli autori dell’Observer scrissero: “non si può affermare che le potenze occidentali, i cui negoziati portarono alla caduta di Srebrenica, fossero a conoscenza dall’entità del massacro che sarebbe seguito ma le prove dimostrano che erano a conoscenza dell’intenzione esplicita di di Mladic di far scomparire completamente la popolazione bosniaca musulmana dall’intera regione”. La “direttiva 7”, emessa dal comando dell’esercito serbo bosniaco ordinava infatti la rimozione immediata e permanente di tutte le persone di origine musulmana dalle cosiddette “aree protette” dell’Onu (Zepa e Goradze oltre a Sreebrenica). Il diplomatico statunitense Robert Frasure, in un dispaccio riservato al Consigliere per la sicurezza nazionale Robert Lak, fece presente che i serbi non avrebbero mai accettato nessun piano se le tre aree non fossero passate sotto il loro controllo. La sorte per Zepa e Srebrenica fu quella. Mentre a Srebrenica gli uomini di Mladic facevano l’ennesima e più tragica pulizia etnica di tutto il conflitto, i negoziatori incontravano i capi dell’autoproclamata repubblica di Serbia e il loro burattinaio di Belgrado; gli aerei spia e i satelliti mandavano alle centrali di spionaggio le immagini del dramma; l’Onu forniva trentamila litri di carburante per i pullman dei militari serbi che dovevano “spostare” le popolazioni. Ennio Remondino, corrispondente della Rai che giunse sul posto qualche giorno dopo assieme a una troupe, commentò cosi le rilevazioni di Florence Hartman e di Ed Vulliamy, i due giornalisti che hanno portato alla luce i fatti: “Per viltà politica si è scelto di far decidere alla guerra la nuova geografia della regione”.
Tre giorni prima del “ventennale della strage” ancora una volta l’Onu dimostrò la sua totale impotenza. Una risoluzione per definire il massacro un “genocidio” trovò il veto della Russia e il non voto, all’interno del Consiglio di Sicurezza di Cina, Venezuela, Nigeria e Angola.
Ventidue anni dopo il Memoriale di Srebrenica è una costruzione che purtroppo si amplia ogni anno. L’11 luglio, con un rito collettivo di migliaia di persone, infatti vengono seppelliti i resti che la Commissione Internazionale per le persone scomparse continua a individuare e a tentare di riconoscere. Nel frattempo anche i serbi si sono costruiti un loro “memoriale”. Lo hanno fatto a Bratunac sulla Trg Milosa Obilica. Ogni anno crescono pure i morti di questa comunità.

Il fiorente business della detenzione dei migranti nell’Unione Europea

News di Luigi Lusenti

 “Il fiorente business della detenzione dei migranti nell’Unione Europea” è un opuscolo di poco più di sessanta pagine curato dall’Ufficio di Bruxelles della Rosa Luxemburg Stiftung. Attenzione al titolo, si parla di detenzione non di accoglienza  (che pure, nel merito, ha i suoi problemi), cioè dei famigerati centri dove vengono detenuti, per un tempo non sempre ben definito, i migranti. Detenzione che, assieme ai muri e ai respingimenti, sembrano essere l’unica politica che l’Unione è in grado di mettere in atto.

Secondo The Migrant Files, un network di giornalisti indipendenti che fra il 2013 e il 2016 ha svolto un’ampia inchiesta sul tema, l’UE, in quindici anni,  ha speso 11 miliardi e trecentomilioni per l’allontanamento dal nostro territorio continentale dei migranti irregolari. I risultati, anche per chi è per la mano dura nei confronti di chi raggiunge l’Europa alla ricerca di un futuro migliore, non sono certamente soddisfacenti. Infatti si parla di meno del 40% di rimpatri effettivamente riusciti. A questa spesa vanno aggiunte quelle dei vari stati: costruzione di centri di detenzione, schedature di massa, gestione dei centri, muri e quant’altro. Ed ecco che comincia a disegnarsi il fiorente business di cui si parla nel titolo dell’opuscolo. Un business per molti versi in mano a vere e proprie multinazionali della sicurezza. Nel 2003, su iniziativa  dell’UE, è stato creato un gruppo per definire le linee di un nuovo programma per la ricerca e la sperimentazione su questi argomenti. Oltre ai funzionari comunitari vi hanno partecipato otto aziende europee: EADS (consorzio europeo), Thales (Francia), Finmeccanica (Italia), Indra (Spagna), Siemens (Germania), Eriksson (Sveiza). Sulla scia dei risultati di quel gruppo, nel 2007 il Commissario europeo per la Giustizia e la Sicurezza interna ha dichiarato: “la sicurezza non è più monopolio delle amministrazioni pubbliche, ma bene comune la cui responsabilità e attuazione devono essere condivise tra il settore pubblico e quello privato”.

A questo parole sono seguiti i fatti. Tra il 2003 e il 2013 l’Unione Europea e l’Agenzia Spaziale Europea hanno finanziato 39 progetti di ricerca sul controllo delle frontiere per un totale di 225 milioni di euro. Tra questi: droni, sistemi satellitari, perfino un cane da fiuto meccanico.

Chi si è aggiudicato, fra gli altri, questi finanziamenti? La Theles 18, Finmeccanica 16, Air bus 2. Uno studio di Trasnational Institute stima che i 15 miliardi del mercato della sicurezza delle frontiere diventeranno, nel 2022, 29 miliardi di euro all’anno. E’ chiaro che le grandi multinazionali della sicurezza auspichino in maniera forte un sempre maggiore rafforzamento delle frontiere, mettendo a disposizione le loro conoscenze e tecnologie, ricevendone in cambio alti margini di guadagno.

Secondo le direttive europee la detenzione degli stranieri dovrebbe essere una pratica limitata ai casi dove si possa ipotizzare il rischio di fuga. Nella realtà la detenzione è ormai metodo comune.

I primi ad aver delegato lo sfruttamento di reclusione ad attori privati sono stati i paesi anglofoni. Gli altri si stanno accodando, in ordine sparso, pure nell’UE.

Anche se non è la politica di tutti gli stati membri dell’Unione, si può individuare una tendenza, in linea con politiche neoliberiste, a trasformare la detenzione dei migranti in un business lucrativo. Così ad esempio, in Italia si sceglie il massimo ribasso nelle offerte ai bandi, facendo scendere, di gara d’appalto in gara d’appalto, il costo di gestione dei centri a scapito delle condizioni previste per i migranti.

“Anche se le violenze contro i migranti non si verificano solo nei centri di detenzione privati, è evidente che i criteri che guidano le attività di una società a scopo di lucro possono entrare in contraddizione con il rispetto dei diritti umani, in particolare nel quadro di un sistema che già li ostacola”: è una delle conclusioni della ricercatrice Elsa Tyszier in un saggio sulle violenze sessuali nei confronti delle migranti la quale evidenzia come, molte volte, di fronte a veri atti di violenza sui migranti, le aziende gestrici del servizio minaccino gli altri lavoratori di sanzioni pesanti se dovessero denunciare la situazione.

Questa politica è ormai portata avanti da decenni dall’UE, che inorridisce alle politiche di Trump, ma paga paesi dove parlare di diritti umani è un eufemismo, come Libia e Turchia, per non far uscire dai loro confini i migranti di tutti i tipi. Se si vuole gestire i flussi migratori, l’esperienza di questi anni dice che i i dispositivi di controllo moltiplicano gli ostacoli per i migranti, fino a metterne spesso in pericolo anche la vita. In compenso l’efficacia di questi dispositivi resta invece tutta da dimostrare.

A questo sito potete chiedere la pubblicazione, nella lingua che preferite: http://www.rosalux.eu/

Serata in giallo con la presentazione di “La Trappola dei Ricordi” di Aldo Pagano

serataingiallo_A4Venerdì 11 Marzo alle 20.30 al Circolo Arci “A. Motta” si terrà una serata in giallo con la presentazione del libro “La Trappola dei Ricordi”.
La presentazione sarà tenuta da Luigi Lusenti, mentre durante la serata interverrà l’autore Aldo Pagano.

L’evento è organizzato dai circoli Arci Motta e Arci Pasolini.
Vi aspettiamo in  via Aldo Motta 131 VIMERCATE!

 

 

 

 

Intervista di Luigi Lusenti a Padre Ernesto Cardenal

ernesto cardenalRicordiamo Fernando Cardenal che, subito dopo la presa del potere da parte dei sandinisti, promosse e coordinò una grande campagna di alfabetizzazione, che gli valse un riconoscimento mondiale da parte dell’Unesco.
All’epoca affermò che avrebbe «commesso un grave peccato» se avesse lasciato il governo sandinista. «Non posso concepire che Dio mi chieda di abbandonare il mio impegno per la gente»

Per l’occasione pubblichiamo un’intervista di Luigi Lusenti al fratello Ernesto Cardenal, pubblicata su Avvenimenti il 24/4/1989.
Questa è l’ultima intervista che Padre Ernesto ha rilasciato prima di lasciare la giunta sandinista e rientrare in convento.

Quetzalcoatl è il nome di un uccello della Mesoamerica, per i suoi stupendi colori e la preziosità delle piume viene celebrato come il dio degli uccelli. Quetzacoatl, questo nome impronunciabile per noi italiani, é il titolo dell’ultima fatica poetica di Ernesto Cardenal, monaco trappista e ministro della cultura nella giunta del Nicaragua, ma anche uno dei più grandi poeti dell’America Latina, appassionato cantore di un continente e della sua speranza. Cardenal vive senza nessuna contraddizione questi molteplici aspetti, anzi li riesce a fondere in una sola immagine.

“Io sono un rivoluzionario – afferma – e fra rivoluzione, fede e poesia non esiste alcun contrasto”.

Di questa ferma convinzione Cardenal ha dato più volte segno, prima nella sua comunità Solentiname, distrutta dai somozisti, poi durante l’esilio, infine da artefice del trionfo della rivoluzione sandinista e da politico mosso dalla fede nell’uomo e in quella esperienza assolutamente originale che vuole centrare la trasformazione sociale tutta sul soggetto “combattendo il nemico esterno, ma soprattutto quello interno a noi stessi”. Un’esperienza che fa dire a padre Davide Turoldo, nella presentazione del libro di Cardenal, che la rivoluzione del Nicaragua “é la più cristiana di tutte le rivoluzioni che si conoscano attualmente nel mondo”.

“Padre Cardenal, perché la scelta di cantare un mito pagano, e non si pone in contraddizione, questo mito pagano, con la coscienza cristiana?”

“Per molto tempo questi miti esoterici mi sono rimasti incomprensibili. Quando mi sono avvicinato a loro con meno scetticismo, ho capito che hanno un profondo senso mistico, umanista e rivoluzionario ben oltre alle loro rappresentazioni oleografiche. Questi miti rappresentano non solo la memoria, ma anche l’attesa, quindi la speranza. Dove c’é speranza é presente sempre la fede. Quetzacoatl é questa memoria, è il ricordo di un Dio che ha amato il suo popolo, é il sacerdote che tiene accesa la fede, é il credente capace di sperare nel ritorno del vero Dio. Quetzalcoatl un giorno tornerà dal mare di Tlapamalan dove scomparve migliaia di anni fa. In lui si compirà l’unità della storia e l’unità della fede.”

“Cosa vuol dire essere poeta nel mondo d’oggi?”

“Un poeta ha essenzialmente un compito, quello di scrivere della buona poesia. Un poeta può poi trasformarsi in profeta, come lo furono i profeti della Bibbia. Si può comunque essere un buon poeta anche senza capacità profetiche.”

“Lei, dopo 10 anni di vita politica attiva, sta per lasciare il ministero della cultura. Perché questa decisione e quale sarà d’ora in poi la sua vita?”

“La mia scelta di vita è sempre stata una scelta contemplativa, legata al pensiero e alla riflessione. Attraverso questa scelta contemplativa sono arrivato alla rivoluzione assumendo dei doveri verso la comunità e degli incarichi politici. E’ molto difficile, per chi ha queste caratteristiche, reggere la vita pubblica. Da molto avevo ormai chiesto di essere esonerato, spero così di avere più tempo da dedicare alla mia vocazione poetica.”

“Pensa che le sue dimissioni da ministro potranno fare revocare la sospensione a divinis?”

> “Io mi dimetto da ministro della cultura ma rimango aderente al Fronte Sandinista e mantengo alcuni incarichi pubblici, fra cui la presidenza dell’Istituto nazionale della cultura. Nel diritto canonico è fatto espresso divieto per i sacerdoti di assumere qualsiasi carica politica. Credo per questo che la sospensione non potrà essere revocata.”
“Padre Cardenal, è difficile, se non impossibile, parlare con lei senza porle qualche domanda sulla situazione del suo paese. Anche perché, lei per primo, ha sempre cercato di non scindere l’uomo politico dal religioso dal poeta. Quale è la situazione che vive oggi il Nicaragua? Il cambio di amministrazione negli Stati Uniti ha voluto dire qualche mutamento nella politica di Washington nei vostri confronti?”

“Noi viviamo nel continuo pericolo di una invasione imperialista. Gli Stati Uniti persistono nella politica di considerare il centro America come l’orto di casa loro e ci costringono a uno stato di guerra permanente che non poco incide sulle possibilità di rispondere ai problemi del nostro popolo. Fra Regan e Bush non vedo differenze, il primo era sicuramente più maniacale nella sua fissazione di distruggere a tutti i costi l’esperienza nicaraguense, il secondo mi pare più pragmatico, ma anche egli vuole ricondurre il Nicaragua sotto il controllo imperialista. Per questo continua a finanziare i “contras” e a boicottare le intenzioni degli altri governi della zona per giungere ad una pace effettiva.”

“Ci sono stati contatti con la nuova amministrazione americana?”

“Nessun contatto, anche se il presidente della giunta del Nicaragua, Daniel Ortega, ha chiesto agli Usa di aprire un confronto. Speriamo che questo possa avvenire prima possibile.”

 “Nella sua recente visita a Cuba, il premier sovietico Gorbaciov ha affermato che non è più il tempo di esportare la rivoluzione. Cosa ne pensa di questa affermazione?”

“Io sono d’accordo con Gorbaciov, ma egli ha detto anche che non bisogna più esportare la controrivoluzione. Giornali come il Times e il New Jork Times, riportando le frasi del segretario del Pcus, hanno tralasciato questa seconda parte delle affermazioni di Gorbaciov. E’ chiaro allora cosa vuol dire per la stampa capitalista non esportare la controrivoluzione: un impegno che è meglio neppure citare per poter avere sempre mano libera.”

“Padre Cardenal, un’ultima domanda prima di chiudere questa nostra intervista. Lei ha detto che spera, lasciando in parte la vita politica, di avere più tempo da dedicare alla composizione poetica. Ha già in mente una prossima opera da pubblicare?”

“Si, sto pensando ad un poema che sia la summa del mondo d’oggi. Vorrei esprimere tutte le conoscenze filosofiche e scientifiche, dalla fisica, alla bioenergetica, alla quantistica e ripercorrere, seppur in altro modo, l’itinerario dantesco. Sarà anche un poema erotico, dell’amore, del sogno e della fantasia: la continua lotta fra le due memorie dell’uomo, quella individuale, preda del tempo e delle passioni e quella collettiva che vince la morte tramandando le conoscenze e la speranza.”

 

Appello a sostegno dell’Osservatorio Balcani Caucaso

La Provincia autonoma di Trento ha ridotto i finanziamenti all’Osservatorio Balcani Caucaso con sede a Rovereto. Questo comporterà il licenziamento di alcuni lavoratori, licenziamento che, per ironia della sorta, partirà dal primo maggio festa del lavoro. L’Osservatorio del Balcani Caucaso rappresenta una voce molto attenta ai fenomeni politici e sociali di quella vasta area. Uno strumento indispensabile per chi la studia o per chi, semplicemente, vuole essere informato. In un anno il sito dell’Osservatorio riceve più di un milione di visite. Questo ridimensionamento rischia di ridurre di molto l’efficacia del materiale prodotto dall’Osservatorio. Quando una voce dell’informazione rischia di chiudere non è mai una buona notizia. L’invito è a firmare l’appello sulla pagina web del sito: http://www.balcanicaucaso.org/Appello-a-sostegno-di-OBC

La guerra fredda non è finita il 9 novembre del 1989 con la caduta del muro di Berlino ma il 1 luglio del 1990

La vecchia Europa passò il testimone alla nuova Europa nell’estate del 1990, l’estate dei mondiali di calcio in Italia. In una notte di fine giugno si svuotarono i varchi di frontiera fra le due Germanie e le due Berlino. Qualche giorno prima era stata votata l’unione economica e monetaria tra la Bundesrepublik Deutschland  e la Deutsche Demokratische Republik. I marchi dell’ovest erano già all’est, trasportati da decine di camion blindati. Venticinque miliardi di DMark (il doppio dei marchi dell’est in circolazione) vennero stivati nei locali della Reichsbank, il cui edificio, per quarant’anni, aveva ospitato il comitato centrale della Sed. Gli Ostmark, invece, furono impacchettati e mandati al macero in grandi e profonde buche. Tutta l’operazione sotto lo sguardo attento della Bundesbank. La Repubblica federale e la Repubblica democratica si unificarono definitivamente  il 3 di ottobre del ‘90, data che sostituì, come festa nazionale, quella del 17 di giugno. Nella realtà la Germania Federale si ammise i 5 land della Repubblica Democratica. Infatti, grazie all’articolo 23 del Grundgesetz, la Costituzione tedesca, i land di Brandeburgo, Meclenburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia aderirono semplicemente alla RFT facendo venir meno la DDR ed evitando di dover riscrivere un nuovo patto costituzionale. La prima domenica di luglio del novanta, invece, a uno dei valichi sulla linea di demarcazione i due ministri degli interni, Wolfgang Schaeuble per l’ovest e Peter Michael Diestel per l’est, firmarono l’ accordo bilaterale sull’ abolizione dei controlli doganali. Nel frattempo la tv mandava spezzoni di 3 minuti in cui si spiegava, tramite un personaggio denominato Kluge Ludwig, il furbo Ludwig, l’economia di mercato a 20 milioni di tedeschi abituati all’economia pianificata, all’economia dell’indispensabile, e a volte anche meno. Io, sabato 30 giugno, fui uno degli ultimi a passare il varco del Check Point Charlie. Erano le cinque di un caldo pomeriggio estivo e la sentinella appose con l’abituale attenzione un timbro che, di li a poche ore, sarebbe diventato un reperto da museo. Quel visto,  il martello e il compasso circondati dalle spighe del grano, lo conservo ancora, assieme ai timbri della Polonia, della Cecoslovacchia, dell’Ungheria,  della Jugoslavia, fra le pagine del passaporto di allora. Come conservo tuttora, ma solo nella mia memoria, il ricordo della mattina dopo quando, prima di partire per Helsinki, tornai a valicare il passaggio di frontiera appena sopra la Marienneplatz. A Helsinki andavo per partecipare alla European Nuclear Disamament. Che cosa sia l’END lo si può scoprire  su Wikipedia dove c’è una voce in inglese, incompleta e con qualche errore,  che si può consultare rapidamente all’indirizzo: http://en.wikipedia.org/wiki/European_Nuclear_Disarmament. Torniamo alla Marienneplatz. La piazza a quel tempo era abbandonata dalle autorità al suo destino, cioè a rifugio degli ultimi “alternativi” d’Europa. Vivevano in vecchi carrozzoni verdi, gli stessi usati negli anni trenta dagli operai berlinesi per risistemare le strade. Vivevano miseramente, sconfitti dalla loro stessa utopia, dall’LSD e dalle tante anfetamine e allucinogeni conosciuti. Si aggiravano storditi, estranei ai fatti del mondo. In quel caso fatti lontani solo poche centinaia di metri, lo spazio necessario per arrivare al valico di Heinrich-Heine-Strasse. Per questo “check” transitavano tutte le merci e la posta fra le due Berlino. Lo stesso “check” che vantava fughe rocambolesche. Il 18 aprile del 1962 un autocarro sfondò le sbarre. Uno dei tre uomini, Klaus Brüske autista del camion, morì colpito dai vopo, mentre i compagni riuscirono seppur gravemente feriti a scappare dalla DDR. Gli sbarramenti protettivi vennero ulteriormente rafforzati. Nonostante ciò, nel 1965, il giorno di Santo Stefano, due uomini e due donne, a bordo di un auto ripeterono l’impresa. Purtroppo la fuga fallì, il ventisettenne Heinz Schöneberger fu ucciso e i suoi compagni di sventura arrestati. Sotto il valico correva la metropolitana. Con la costruzione del muro alcune linee della sotterranea trovarono parte del loro percorso all’est. Le autorità tedesco comuniste chiusero le stazioni di superficie e i treni, provenienti dall’ovest e diretti all’ovest, vi transitavano a passo d’uomo guardati a vista dalle banchine  da uomini armati con i cani lupo al guinzaglio. Questo e altro raccontavano le garitte deserte, gli uffici abbandonati, le torrette vuote e disarmate che vidi quella domenica mattina del primo di luglio del 1990. Per molti uomini, me compreso, nati sotto il nazifascismo o durante la guerra o appena dopo, gli avvenimenti dell’89/90 ponevano la questione della fine della storia, convinti, come ricorda Hobsbawm ne “Il secolo breve”,  che lo scontro tra capitalismo e socialismo, il mondo diviso in blocchi, la cortina di ferro fossero l’essenza della vicenda umana quando, proprio nella lunghissima presenza dell’uomo sulla terra, quello scontro copre poco più di un centinaio di anni. Ma ognuno vive i drammi e le passioni del suo tempo. Al massimo, a quelle passate, dedica lo studio, la ricerca, la curiosità. “Se si potessero radiografare le anime e le menti delle persone, come si può fare con i corpi, le antiche ferite sarebbero visibili e i traumi concreti oggetti di studio”, così mi diceva Wolf Biermann in una intervista che gli feci al bar Giamaica di Milano a un anno esatto  dai giorni della caduta del muro. Mi tornò in mente l’idea che molti, soprattutto intellettuali, coltivavano dopo il 9 novembre dell’89: una DDR riformata dall’interno, purificata dai peccati del regime comunista, che potesse ritornare alla purezza del pensiero di Marx, cantata tante volte dallo stesso Biermann e narrata da Christa Wolf . Una Germania dell’Est magari federata a quella dell’Ovest, ma indipendente e libera di scegliere la propria strada e il proprio futuro. Firmarono anche un appello gli intellettuali, mentre la DDR veniva giù un pezzo dopo l’altro. Si illudevano che, una volta deposto Honecker, il paese fosse riformabile dall’interno. Ma, come fece notare qualche attento osservatore, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia potevano rimanere stati autonomi anche se il regime comunista cadeva, la Germania dell’Est, invece, senza il comunismo  non aveva ragione di esistere. Dopotutto la genesi stessa dello stato socialista tedesco, uno stato che nessuno aveva mai proclamato, lo comprovava bene. La DDR era sempre rimasta la zona occupata dall’Armata Rossa. E più agli interessi sovietici che a quelli nazionali pareva interessata. Nella Germania dell’Est si manifestò appieno il carattere etico – assolutistico dello stato socialista. Più che nelle sterminate repubbliche dell’Urss, o nelle arcaiche Bulgaria o Romania, o nelle inquiete e mitteleuropee Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria.  La potente macchina della propaganda di regime, autoritaria e dispotica,  fu l’unica identità in cui riconoscersi oltre a una vaga idea di miglioramento sociale incapace però di costituire un vero e proprio genius loci e pagata a caro prezzo a partire da quel 17 giungo del 1953 quando il “tempestivo” intervento dei carri armati sovietici soffocò nel sangue la prima rivolta dei lavoratori berlinesi. Soffocata proprio sulla “Stallinallee”, voluta dal dittatore georgiano per glorificare il suo potere. La stessa Angela Merkel intervistata da “La Stampa” per i 20 anni della caduta del muro affermava che la: “Ddr era un “Unrechtsstaat” (stato sbagliato n.d.a), in quanto non era fondata sul diritto. Non c’era libertà di espressione, non c’era libertà di voto”. Anni dopo, era il 1995, nel romanzo “Ein weites Feld”, tradotto in Italia nel ’98, Günter Grass fa dire a Theo Wuttke, uno dei due personaggi principali, fattorino settantenne della Germania orientale specializzato in conferenze su Theodor Fontane:  “In Deutschland hat die Einheit immer die Demokratie versaut”. La Germania è una democrazia sporca. E ancora nel 2009, a vent’anni dalla caduta del muro o dalla riunificazione, nel suo diario “In viaggio dalla Germania alla Germania”, il premio Nobel attaccherà ferocemente “Treuhandanstalt”, l’organismo creato dal governo di Helmut Kohl per privatizzare le ottomila aziende orientali accusandolo addirittura di essere una agenzia criminale. La sua tesi ricalca quelle della Wolf e di Biermann, seppur indirettamente: ci poteva essere un’altra strada che non l’annessione dell’DDR da parte della RFT. Grass usa volutamente il termine “annessione” per ricordare una pagina nera della storia tedesca, l’annessione dell’Austria alla Germania nazista. Ma quello che non capirono allora gli intellettuali e Grass, e chi si attaccò all’ultima illusione possibile mentre tutto si sgretolava e una valanga travolgeva idee, speranze, progetti, è che i cittadini dell’Est, gli “Ossie” nel gergo comune, avevano già scelto il loro destino e lo dimostrarono nelle prime elezioni libere il 18 marzo del 1990. La libertà, a lungo desiderata, era finalmente arrivata. Ma non il benessere economico. Nessuno voleva più aspettare. Ovunque riecheggiava lo slogan “se il marco non viene da noi, saremo noi ad andare dov’è il marco”. L’economia era al collasso e la disoccupazione ai massimi storici. L’unificazione da possibilità divenne necessità. La CDU vinse e nominò premier Lothar de Maziére col compito preciso di accelerare i tempi dell’unificazione. La scelta del governo fu di nuovo confermata nelle elezioni comunali del 6 maggio quando rivinse ancora, con largo margine il partito del premier. Tutto questo per spiegare perché non fu la caduta del muro di Berlino a chiudere la guerra fredda. I mesi successivi al novembre dell’89, confusi e tumultuosi, sono l’ultimo epilogo del mondo diviso, quello dove ancora trovavano spazio Kundera, Brant e Pertini; Gladio, i colonnelli greci e il maggio francese; il dissenso all’est e la contestazione all’overt; il “pensiero  di Francoforte” e la scuola di “Curciola”. Ma l’89 ebbe anche una incubazione lunga, almeno un decennio, il decennio “dell’ultima guerra fredda”.

La destra nazionalista europea guarda a Mosca

Il 3 e 4 ottobre si terrà a San Pietroburgo il Forum Nazionale Russo. L’evento, a cui dovrebbero partecipare circa 1500 persone,  è organizzato dall’Intelligent Design Bureau di Andrey Petrov, leader della sezione locale del partito Rodina, movimento russo della destra nazionalista vicina a Putin e ha l’obiettivo di “istituire un coordinamento delle forze nazionaliste in Europa“.

Sono invitati esponenti di Jobbik, il movimento neofascista ungherese, dei neonazisti greci di Alba Dorata, del Fronte Nazionale di Marine Le Pen, del Partito della Libertà Austriaco e di Forza Nuova. Non si esclude l’arrivo di Matteo Salvini che, al ritorno dal suo viaggio in Corea del Nord, ha comunicato che si sarebbe recato in Russia, senza specificare il perché, nei primi giorni di ottobre.

C’è un avvicinamento delle destre europee al governo russo, alle sue scelte fortemente nazionalistiche, un riconoscimento per un politica paneuropea che in nome dell’antiamericanismo e del rifiuto della società liberale rispolvera i vessilli della nazione, dell’identità, della sovranità e della tradizione”. Pochi giorni fa il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, unico italiano invitato, ha partecipato in Crimea ad un incontro promosso dal Cremlino.

Sul fronte interno, all’incontro di San Pietroburgo, è garantita la presenza di Alexandr Dugin, esponente dell’ideologia euroasiatica, di Eduard Limonov fondatore del Partito Nazional-Bolscevico,  e di Alexander Prokhanov, scrittore  russo il cui pensiero politico unisce stalinismo e ultranazionalismo. Come sicuro pare un intervento di Gennady Zyuganov, leader del Partito Comunista della Federazione Russa.

Belgrade – Waterfront

La stazione di Belgrado è un manufatto del 1884. Farebbe la gioia dei nostalgici della guerra fredda, degli aficionados dell’Istituto Luce, dei fan del neorealismo. Immutata negli anni anche perché il treno in Serbia non è molto popolare.

Il cartello che disegna la “nuova” Belgrado è proprio alla sinistra della stazione. Venendo dal centro lo vedi subito: grattacieli di tutte le forme, parchi, vie d’acqua, palazzi in vetro con grandi terrazze, alberghi e centri congressi: “Beograd water front” si chiama. Capitali degli Emirati Arabi, il progetto disegna una Dubai dei Balcani. Per ora solo una proposta, di cui non sono chiari i tempi, ma certamente con fondi icuri e agganci utili.

Girare per il quartiere che sarà “giustiziato”, Mala Slava, è come stare in centro nella Milano di Expo 2015. Grandi roll up con la scritta “Beograd water front” campeggiano ovunque. Una palazzina antica, di gran lusso, è la sede del consorzio: hostess e steward, pannelli colorati, monitor che rimandano i piani della ristrutturazione in tridimensionale, l’immancabile plastico. “Beograd water front” campeggia anche sugli autobus e sui cartelloni pubblicitari in giro per la città.

Il progetto avrebbe un impatto terrificante su una città in cui ritardi nelle infrastrutture, nei servizi, nella conservazione del patrimonio immobiliare sono enormi. Con la zona  di Novi Beograd, grande come mezza Belgrado, che cade letteralmente a pezzi. Il quartiere di “Mala Slava” è una delle zone più popolari di Belgrado. Caratteristica di tutte le contraddizioni della città.

Il progetto parla di 1.800.000 mq, 5.700 residenze, 2.200 stanze d’albergo, 12.700 uffici ma nessuno ha ancora calcolato quante decine di migliaia di persone dovrebbero trovarsi un’altra abitazione e quante centinaia di attività dovrebbero chiudere

Il quartiere di “Mala Slava”, in questi ultimi anni, ha tentato, invece, un suo rilancio puntando sull’underground. Ogni magazzino abbandonato,  ogni scantinato, ogni stabile in disuso è sede di un baretto di artisti, di un atelier di artigiani, di un centro culturale, di un ostello a basso prezzo.

Vittima della furia islamico balcanica sarebbe anche lo sbocco della Slavia nel Danubio. Luogo  di fascinazione immensa, di ricordi storici, riserva ambientale nel centro della città. Qui si incontrano il fiume della purezza slava con quello dalle contaminazione europea. Qui più che altro è la zona mista delle tante cultura che hanno convissuto e combattuto nei Balcani.

Di questo parlavo con alcuni amici di Belgrado l’altra sera bevendo una birra su un barcone posto proprio dove le acque dei due fiumi si mischiano. Un dondolio pigro, accogliente. Ma la storia corre più veloce, e anche il bussines. Così il mondo ortodosso, da sempre in guerra con l’Islam oggi ne diventa socio nel nome degli affari. Il cerchio dell’eterno ritorno dei vincitori che diventano vinti e viceversa pare chiudersi nel “pax economy”.

http://www.belgradewaterfront.com/Belgrade-Waterfront/1/Belgrade-Waterfront.shtml

 

Ionesco e Pirandello a Belgrado

Fa un certo effetto vedere la mostra esposta nella piazzaa della fortezzza di Belgrado relativa ai bombardamenti subiti dalla città durante il novecento. Gli anni sono il 1914, il 1915, il 1941, il 1944 e il… 1999.

Le bome della Nato, nell’ultimo anno del millennio passato hanno lasciato segni difficili da cancellare. Se ha livello europeo i protagonisti di quella decisione sono quasi tutti fuori dalla politica, a livello della Serbia sono invece al potere ed oggi usano linguaggi ben diversi dal nazionalismo di quegli anni.

Ionesco e Pirandello a Belgrado sono i più rappresentati in assoluto.

Da Tom Fogerty a Roma nun fa’ la stupida stasera

Caldo umido a Belgrado rarefatto dal lento traffico domenicale.  Nuvole su Zemun

“Quando il Danubio porta nubi vuol dire che dall’Europa arrivano problemi”. Stevo l’ho conosciuto sabato sera nella piazza centrale di Belgrado, a un ristorante mentre guardavo svogliatamente la partita Olanda Costa Rica. E’ serbo ma pensavo fosse l’incarnazione di Tom Fogerty. Stessi capelli, stessa barba, stessa età. Ha studiato musica in molti conservatori italiani e adesso vive facendo l’artista di strada. Mi chiede dell’eliminazione dell’Italia dal mondiale , gli spiace molto. Poi mi da appuntamento per la domenica, davanti all’Accademia delle scienze dove suona abitualmente. La mattina dopo lo trovo nel luogo convenuto: “Sono anch’io un intellettuale, dice ridendo, e rivendico il diritto di stare qua.”  Stevo conosce bene l’italiano ma gli sfugge il significato di certe parole: flessibilità, rigore, pareggio di bilancio, spending review.

“Hai miei tempi, dice, l’alfabeto europeo era altro: Sartre, Adorno, Pasolini. Kreuzebrg, Christiania, Ovada. Pace. libertà, amore libero.

Mi viene spontaneo di chiedergli se conosce i Crass (da non confondere con i Class). Mi risponde attaccando:“Siamo le ragazzacce di Greenham / e non ce ne frega un cazzo / facciamo casino, siamo roche / e lottiamo per i nostri diritti / e il nostro sesso, divertendoci, e vinceremo!” dedicata dal gruppo dell’Essex alle “ragazzacce” di un famoso campo pacifista inglese.  

Me ne vado sorridendo e mentre sfuma “Women for life on Earth”, un fisarmonicista poco più avanti attacca “Roma nu fa’ la stupida stasera”.

 

Diritti della terra e dei popoli: il caso dell’India 15 giugno al Carroponte e 16 giugno alla Casa dei Diritti

indexDiritti della terra e dei popoli land grabbing vs sicurezza alimentare: il caso dell’India

15 giugno al Carroponte di Sesto San Giovanni e il 16 giugno alla Casa dei Diritti di Milano alla presenza del media/attivista Sanjay Kak

Sicurezza alimentare vs sviluppo industriale, risorse fondamentali e beni comuni sacrificati sull’altare delle SEZ (Zone Economiche Speciali), antiche popolazioni indigene e territori quanto mai ricchi di tradizioni e biodiversità spazzati via nel più indiscriminato land grabbing per favorire gli interessi dell’industria estrattiva. E’ la drammatica attualità dell’India di oggi, che improvvisamente fa notizia per l’obbrobrio dei quotidiani stupri, per lo scempio dei corpi impiccati dopo essere stati violati, per l’ulteriore brutalità con cui la forza pubblica punisce i sit in di protesta invece che difenderli; mentre nelle zone rurali e tribali si consuma ormai da tempo la violenza degli espropri di terre fertilissime, il forzato esodo dalle campagne, il sistematico inquinamento e prosciugamento dei corsi d’acqua – con le conseguenze di siccità, livelli emergenziali di fame e violazione dei diritti più fondamentali (in primis il diritto alla vita e al cibo), che non fanno notizia…

Se ne parlerà in un doppio appuntamento

– il 15 giugno (dalle 19.30 alle 21) al Carroponte, Via Granelli 1, Sesto San Giovanni
– il 16 giugno (dalle 18 alle 21) alla Casa dei Diritti, Via De Amicis 10, Milano

In occasione dell’anteprima in Italia del documentario RED ANT DREAM di Sanjay Kak

Il 15 giugno al Carroponte di Sesto San Giovanni (dalle 19.30 alle 21), si analizzeranno le difficoltà di vedere riconosciuti i cosiddetti “diritti indigeni” all’interno di una considerazione internazionale dei Diritti Fondamentali, con gli interventi di:

Sanjay Kak media/attivista, autore del documentario RED ANT DREAM

Alfredo Luis Somoza
Presidente ICEI, ex rappresentante della Lega per i Diritti dei Popoli presso il Working Group on Indigenous Affairs/UN, docente nella Winter School dell’ISPI

Luigi Lusenti
ARCS/Expo dei Popoli

La proiezione del film RED ANT DREAM, in programma il 16 giugno alla Casa dei Diritti (dalle 18 alle 21), verrà introdotta da Francesca Casella, che dall’interno di Survival International ha contribuito in modo rilevante alla campagna internazionale in difesa degli indigeni Dongria Kondh contro la multinazionale Vedanta – tra i conflitti ambientali ripresi appunto anche nel film.
Comunicato Stampa

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