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Tag: Lampedusa

#FateliSbarcare

Aprite i porti!

FARLI SBARCARE SUBITO, GOVERNO FORTE CON I DEBOLI

“Salvare vite è un dovere, a Lampedusa bisogna farli sbarcare”. Questa la dichiarazione della nostra presidente nazionale dell’Arci, Francesca Chiavacci. La nostra associazione sostiene da sempre l’ONG Mediterranea e le missioni della nave Mare Jonio. “Il Governo – continua Francesca – prosegue a criminalizzare chi fa solidarietà e chi si spende per i più deboli; proseguire con norme di chiusura dei porti rimane un comportamento inumano. Assistiamo di nuovo – sottolinea – con dolore e rabbia a un atteggiamento violento e cinico contro persone fragili, disperate e in cerca di futuro. Nessuno può impedire alle persone di sognare la propria sopravvivenza, chi ha subito torture e dolori estremi va aiutato. Qualcuno con tono sprezzante ci accusa di essere buonisti – conclude – lo siamo e ne siamo orgogliosi e continueremo ad esserlo”.

Vi anticipiamo che probabilmente per domani pomeriggio riusciremo, insieme a tante altre forze, a lanciare un’iniziativa di mobilitazione, da svolgersi nei vari territori, in tutta Italia.

Approfittiamo per ricordarvi che quest’anno il nostro 5×1000 sarà un contributo per Mediterranea.

 

 

 

Sabir: Festival diffuso delle culture mediterranee a Lampedusa

sabirfestival

 

Dal 1 al 5 ottobre a Lampedusa si terrà Sabir, festival diffuso delle culture mediterranee.

Il Festival internazionale SABIR intende promuovere un’altra immagine di Lampedusa, che sia legata ad una nuova idea di cittadinanza mediterranea, frutto di una combinazione virtuosa tra cultura locale, pratiche innovative di accoglienza, elaborazione di nuove soluzioni normative su scala nazionale ed europea.

Tutte le informazioni sul sito festivalsabirlampedusa.it

Vuole valorizzare il potenziale sociale, economico e culturale dell’isola di Lampedusa perseguendo il rafforzamento del suo tradizionale ruolo di ponte tra le due sponde del mare Mediterraneo, per la costruzione di uno spazio più aperto e solidale tra i paesi che vi si affacciano, anche nell’ottica di sostenere i processi di democratizzazione e di partecipazione dal basso.

Attraverso la produzione di un grande evento pubblico, si intende anche intervenire nel dibattito sui temi legati all’immigrazione in Italia ed in Europa, un dibattito che sia connotato dal protagonismo della società civile, in modo che la riflessione su questa questione centrale possa fungere da volano ad un dibattito su “l’Europa che vogliamo”, “l’Europa dei cittadini”.

Come nasce il Sabir festival
L’isola di Lampedusa, collocata al centro del Mediterraneo tra le coste del Nord Africa e i paesi del sud Europa, è divenuta negli ultimi due decenni un crocevia dell’immigrazione. Ogni anno approdano sull’isola migliaia di persone provenienti da paesi dell’Africa e del Medio Oriente, spesso governati da regimi autoritari o dittatoriali e spesso in guerra. L’assenza di politiche giuste ed efficaci per l’immigrazione e più in particolare la mancanza di un’idea di accoglienza adeguata agli standard dei diritti umani sanciti a livello internazionale, provoca di frequente tragedie e problemi umanitari e crea tensioni e conflitti politici e sociali. Al tempo stesso, la gestione improvvisata e perennemente emergenziale degli arrivi alimenta il razzismo e le paure costruite strumentalmente negli ultimi anni con la retorica pubblica dell’invasione.

La gestione improvvisata degli arrivi produce inoltre una immagine negativa dell’isola, nonostante la solidarietà mostrata in molte occasioni dagli abitanti. La principale risorsa dell’isola di Lampedusa, il turismo, ha rischiato tante volte in questi anni di essere compromessa, a causa di una politica miope e di un razzismo istituzionale che ha strumentalizzato il ruolo della frontiera italiana più vicina all’Africa.

L’isola di Lampedusa ha una sua vocazione storica, che le discende dalla collocazione geografica e che ha visto, nel corso dei secoli, il passaggio delle grandi civiltà mediterranee. L’essere al centro del Mediterraneo fa dell’isola principale delle Pelagie un luogo di incontro e di scambio di culture, tradizioni e saperi.

A questa tradizione si richiama il titolo del progetto, SABIR: il Sabir, lingua franca del Mediterraneo, fu un idioma pidgin “di servizio” parlato in tutti i porti del Mediterraneo dal Medioevo e fino a tutto il XIX secolo. Uno strumento di comunicazione nel quale confluivano parole di molte delle lingue del mediterraneo. Una lingua ausiliaria che consentiva ai mercanti dell’area di comunicare tra loro.

Garantire a tutti uguale libertà di spostarsi o di restare: la Carta di Lampedusa

«La Carta di Lampedusa è un patto che unisce tutte le realtà e le persone che la sottoscrivono nell’impegno di affermare, praticare e difendere i principi in essa contenuti, nei modi, nei linguaggi e con le azioni che ogni firmatario/a riterrà opportuno utilizzare e mettere in atto».

Articolo di Giuliana Sanò, dirigente circolo Arci Thomas Sankara

A giudicare da queste prime battute la Carta di Lampedusa sembra interpretare al meglio il senso e l’autentico valore di una pratica politica condivisa e dal basso. La scelta di utilizzare la forma di un patto, infatti, avvicina l’impegno di chi sottoscrive questo documento al gesto radicale di chi non si limita a denunciare le politiche criminali e a segnalare le anomalie giuridico-istituzionali che ruotano intorno alle libertà fondamentali delle persone, ma di chi fa appello, in prima istanza, agli sforzi e alle potenzialità inscritte in un percorso collettivo e di rete. La posta in gioco è quella di riuscire a tenere insieme l’universalità dei principi sanciti dalla Carta e la singolarità delle esperienze territoriali, consegnando, così, a tutti e tutte l’opportunità di riconoscersi nei principi stabiliti e di sperimentare pratiche di lotta diversificate.
La natura positiva e dal basso del documento politico che il 2 febbraio è stato ufficialmente approvato a Lampedusa tiene sullo sfondo le politiche di governo e il controllo dei movimenti delle persone, segnalando, a più riprese, l’urgenza di una radicale trasformazione di tutti i rapporti sociali, economici, politici, culturali e giuridici che caratterizzano l’attuale sistema e che sono a fondamento dell’ingiustizia globale subita da milioni di persone.
Perché le libertà e i diritti fondamentali di tutte e tutti possano concretizzarsi è necessario, infatti, denunciare i disegni di politiche migratorie che, senza tener conto delle esigenze e dei desideri delle persone che si muovono, ricalcano le distinzioni di classe e le disuguaglianze prodotte dal capitale globale; ed è per questa ragione che la Carta di Lampedusa afferma «che non può essere accettata nessuna divisione tra gli esseri umani tesa a stabilire, di volta in volta, chi, a seconda del suo luogo di nascita e/o della sua cittadinanza, della sua condizione economica, giuridica e sociale, nonché delle necessità dei territori di arrivo, sia libero di spostarsi in base ai propri desideri e bisogni, chi possa farlo soltanto in base a un’autorizzazione, e chi, infine, per poter compiere quello stesso percorso, debba accettare di subire pratiche di discriminazione, di sfruttamento e violenza anche sessuali, di disumanizzazione e mercificazione, di confinamento della propria libertà personale, e di rischiare di perdere la propria vita». All’attuale sistema economico vengono imputati anche i conflitti armati, le catastrofi climatiche e l’ingiustizia globale; eventi, questi, che congiuntamente alle scelte personali, sono causa di migrazioni forzate e impediscono, a chi lo vorrebbe, di restare e, dunque, la Carta di Lampedusa afferma «la libertà di restare come libertà di tutti/e di non essere costretti/e ad abbandonare il paese in cui si nasce o che si abita quando non si sceglie di farlo. La Carta di Lampedusa afferma altresì la libertà di lottare, promuovere, costruire tutte le iniziative necessarie a rimuovere ogni forma di sfruttamento, assoggettamento economico, politico, militare e culturale che impedisca l’esistenza autonoma, libera, indipendente e pacifica di tutte le persone che abitano il mondo». Varrebbe senz’altro la pena soffermarsi su ogni singolo passaggio della Carta di Lampedusa, ma abbiamo scelto di congedarci dai nostri lettori con un suggerimento: «La Carta di Lampedusa afferma la libertà e il dovere di disobbedire a ordini ingiusti»

La Carta di Lampedusa per rilanciare il movimento per i diritti dei migranti

La posizione di Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione Arci

Sono trascorsi 4 mesi da quella notte del 3 ottobre in cui, davanti a Lampedusa, 368 persone hanno perso la vita. Una tragedia, come dicemmo allora, conseguenza di scelte politiche sbagliate, che non prevedendo canali di ingresso regolari, costringono a viaggi sempre più pericolosi. E infatti, dopo soli 8 giorni, altre centinaia di persone, a poche miglia dalle coste italiane, sono annegate per il mancato soccorso e il rimpallo di responsabilità tra Malta e Italia.

Il governo italiano, che in quelle ore aveva annunciato grandi cambiamenti, ha saputo proporre solo il programma Mare Nostrum e l’installazione di un costosissimo sistema radar per controllare le frontiere sud della Libia. Confermando, fra l’altro, in questo modo un’oggettiva e inquietante identità di interessi tra coloro che commerciano armi e sistemi di controllo e quanti speculano sui viaggi della morte. Interessi sostenuti dagli accordi tra Stati e governi della sponda sud e nord del mediterraneo. Intanto in Italia e in Europa crescono partiti xenofobi e razzisti, che potrebbero trovare ampia rappresentanza nel prossimo Parlamento europeo. L’assunzione in piccole dosi del veleno razzista (nella folle convinzione che questo servisse a evitarne la diffusione) ha ormai determinato una sorta di assuefazione delle nostre democrazie e indebolito gli anticorpi, compresi i principi scritti nelle Costituzioni. È arrivato il momento che la società civile organizzata, le reti e i movimenti dei migranti e coloro che in questi anni hanno cercato di tutelarne i diritti diano vita a una grande coalizione, per costringere la politica e le istituzioni a invertire la rotta.

In questi giorni a Lampedusa centinaia di organizzazioni si sono date appuntamento per scrivere la Carta di Lampedusa, tappa di un processo che deve crescere, radicandosi nei territori, per costruire un consenso diffuso. La Carta di Lampedusa, per il suo valore simbolico e per le proposte che contiene, può rappresentare l’inizio di una ripresa del movimento antirazzista italiano e internazionale. Per provare ad essere vincenti, bisogna riprendere il dialogo con tutte quelle comunità antirazziste, piccole e grandi, la cui frammentazione in questi anni ha prodotto una generale debolezza. Si deve dare finalmente la parola a rifugiati e migranti, sostenerne il protagonismo, a partire dal lavoro della coalizione ‘Siamo nella stessa Barca’, che dovrebbe portare a una grande manifestazione nazionale ad aprile, favorire tutte quelle azioni che facciano emergere l’esistenza dell’altra Europa. La ripresa di un ampio e plurale movimento antirazzista dovrebbe puntare a qualche risultato concreto: l’approvazione delle leggi d’iniziativa popolare della campagna L’Italia sono anch’io (cittadinanza e diritto di voto), una riforma del sistema d’accoglienza che preveda la chiusura dei grandi centri di contenimento (a partire dai CARA), la cancellazione definitiva dei CIE, l’abolizione della Bossi Fini, l’apertura di vie d’ingresso legale sia per ricerca di lavoro che per richiesta di protezione. Sono solo alcuni degli obiettivi che possono caratterizzare una nuova stagione del movimento antirazzista, che deve riuscire a tenere insieme realtà e modalità di iniziativa diverse. Se il prossimo 3 ottobre riusciremo a commemorare insieme a Lampedusa quei 368 morti, avendo nel frattempo ottenuto almeno in parte il cambiamento necessario, potremo offrire un piccolo risarcimento a tutti coloro che hanno perso la vita e a quanti chiedono giustizia e dignità.

Le immagini di Lampedusa mettono a nudo una realtà indegna di un paese civile

640x344_1387233696672_centro_disinfestazione_lampedusa“Abbiamo già avviato indagini sulle condizioni deplorevoli in molti centri italiani di detenzione e non esiteremo a lanciare una procedura di infrazione per garantire che gli standard e gli obblighi europei siano rispettati”. Con queste parole, e la minaccia di tagliare i fondi Ue concessi all’Italia per l’assistenza nella gestione dei flussi migratori, la Commissaria Ue agli Affari Interni, Cecilia Malmstrom, ha stigmatizzato le condizioni degradanti e le brutali violenze – perché di questo si tratta e le cose vanno chiamate col loro nome – cui sono sottoposti i migranti nel centro di Lampedusa.

Sono state le immagini girate col cellulare da uno degli ‘ospiti’ del centro e trasmesse dal Tg2 a mettere tutti di fronte a una realtà che per troppo tempo e in troppi, nelle Istituzioni, hanno finto di ignorare.

Immagini che arrivano, ironia della sorte, proprio alla vigilia della Giornata Mondiale dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, che si celebra oggi.

Quei corpi nudi, la brutalità, l’umiliazione inflitta a persone indifese che in quei centri dovrebbero essere ‘accolte’, resteranno nei nostri occhi a lungo.

Nessuno d’ora in poi potrà dire “io non sapevo” , in primo luogo chi della gestione dell’accoglienza e degli arriviporta la responsabilità, diretta o politica.

Sono anni che, inascoltate, le organizzazioni che lavorano per i diritti dei migranti ne denunciano l’inumanità e propongono soluzioni alternative. Per le nostre denunce, anche quest’anno all’Arci è stato impedito di entrare nel centro di primo soccorso e accoglienza di Lampedusa.

Ancora una volta le reazioni del capo del governo e del ministro dell’Interno hanno l’amaro sapore della retorica di circostanza. Tutti sapevano, ma hanno deciso consapevolmente di non intervenire.

Non abbiamo sentito parole oneste su questo caso come sugli altri centri in cui i migranti sono sottoposti alle stesse umiliazioni, privati di tutti i diritti.

Né abbiamo sentito parole responsabili per il giovanissimo eritreo rinchiuso da 7 mesi nel Cara di Mineo, in attesa di una risposta sulla sua richiesta d’asilo, e che l’altra notte si è tolto la vita.

Ne’ dolore né impegni concreti per rendere l’attesa meno lunga e frustrante per i tanti disperati che fuggono da guerra e violenza e si illudono di vedere rispettato qui il loro diritto a un futuro.

Avete reso l’Italia un paese incivile, ferito la democrazia, trasformato i diritti in privilegi da concedere, sottratto a migliaia di persone la loro umanità. Vergogna!

Dichiarazione di Filippo Miraglia, responsabile immigrazione Arci

Evitiamo altre stragi nel Mediterraneo

migranti4-400x215Secondo conteggi approssimativi, e certamente in difetto, il Mediterraneo ha inghiottito negli ultimi anni oltre 20.000 persone, esseri umani che fuggivano da guerre, fame e povertà con l’unica colpa di aspirare a un futuro, per sé e per le proprie famiglie. Un numero enorme e un numero così elevato e costante di naufragi che, quando non miete centinaia di vite come una settimana fa a Lampedusa, rischia di non fare nemmeno più notizia, creando una specie di pericolosa e disumana ‘assuefazione’. Chiediamo una volta per tutte che si fermi la strage di vite umane alle frontiere e un deciso cambio di rotta sull’immigrazione e sul diritto d’asilo, rendendo finalmente possibili gli ingressi legali in Italia e consentendo a chi arriva per chiedere protezione di farlo in sicurezza.

 

Ecco l’intervento di Filippo Miraglia, responsabile Immigrazione Arci

Rischiando di essere tra i pochi che cantano fuori dal coro, vogliamo fare una domanda a coloro che in questi giorni sono intervenuti sull’ecatombe di Lampedusa, sulle cause e sugli interventi da intraprendere per evitare simili tragedie proponendo la lotta ai cosiddetti trafficanti di essere umani, agli scafisti. La domanda è questa: una famiglia di siriani o di eritrei che fugge da morte certa ed è arrivata in Libia, pagando molto caro il viaggio e rischiando più volte la vita, a chi può rivolgersi per arrivare in Europa? Al ministro Alfano? Alle istituzioni europee? A Frontex con le sue dotazioni per il monitoraggio del mediterraneo? No, l’unica via per arrivare, anche dopo le stragi e le lacrime versate dai nostri rappresentanti istituzionali, è affidarsi proprio al famigerato scafista.

Non è una provocazione, ma purtroppo, per come stanno oggi le cose, l’unica risposta possibile. Chiediamo anche: da quando l’Europa finanzia il programma Frontex, tra i cui compiti c’è il salvataggio di eventuali naufraghi, le morti in mare sono diminuite? Sebbene le attività di Frontex non siano trasparenti, sappiamo per certo che negli ultimi tre anni c’è stato un rafforzamento di mezzi e personale e contemporaneamente un aumento di naufragi e di morti. Si potrebbe obiettare che i profughi sono aumentati, per la guerra in Libia e poi in Siria, ma a maggior ragione non si spiega come mai in un lembo di mare così frequentato continuino a scomparire tante persone.

Il rafforzamento dei controlli e di Frontex, come dimostra il recente passato, non sono la risposta giusta all’esigenza di rendere sicuro il viaggio di chi si dirige verso l’Europa e l’Italia per chiedere protezione.

Anzi, l’aumento dei controlli aumenta i rischi – perché si cercano nuove rotte – e il prezzo da pagare. Se si vuole davvero che la terribile tragedia avvenuta di fronte a Lampedusa – di cui l’Europa e soprattutto l’Italia, con le sue leggi, è la principale responsabile – sia l’ultima e che le persone possano arrivare in sicurezza, bisognerà ribaltare l’indirizzo prevalente negli interventi istituzionali di questi giorni, in particolare del ministro Alfano, ma non solo.

Per fortuna si sono levate anche tante voci che hanno invece insistito sulla necessità di abolire il reato di immigrazione clandestina e consentire ingressi regolari per ricerca di lavoro. Riguardo poi alla questione specifica dell’arrivo dei rifugiati, che sono la totalità di coloro che oggi sbarcano sulle nostre coste (numeri, è bene ricordarlo a chi chiede aiuto all’Europa, ancora molto limitati rispetto agli altri Paesi europei paragonabili al nostro) è urgente introdurre misure che rendano sicuro il loro arrivo.

Da un lato monitorare il canale di Sicilia, soccorrendo, con mezzi adeguati e un piano coordinato a livello europeo, le imbarcazioni che li trasportano. Non quindi maggiori strumenti per impedirne la partenza, ma esattamente il contrario: mezzi che intervengano per garantire una navigazione sicura. Dall’altro lato, l’apertura di canali umanitari, cioè la possibilità per chi si trova nelle aree di crisi o da quelle regioni è arrivato nel nord Africa, o comunque per tutti coloro che cercano protezione, di poter entrare in Europa con mezzi di trasporto normali, o straordinari se necessario, rivolgendosi direttamente alle istituzioni italiane ed europee. Riscrivere quindi gli accordi con i Paesi del nord Africa, prevedendo non respingimenti e detenzione, ma accoglienza e protezione. Infine è utile sottolineare che l’Italia, dopo anni di flussi migratori, non ha ancora un piano nazionale per l’accoglienza e strutture adeguate a garantire una protezione dignitosa a tutti.

Proprio il giorno prima della tragedia, con una delegazione dell’Arci presente sull’isola, abbiamo visto quello che tutti sanno, anche i ministri di questo governo: bambini, famiglie, uomini e donne costrette a vivere in una struttura inadeguata (il Cpsa di Contrada Imbriacola), privati della loro dignità, senza nemmeno il diritto a un letto e a un tetto, come invece le leggi e le convenzioni internazionali prevedono. Problemi organizzativi? Dopo tanti anni in cui nulla è cambiato a noi sembra più giusto parlare di cinismo e mancanza di senso di responsabilità.

La tragedia di Lampedusa pesa sulla classe politica

lampedusaDov’erano le motovedette di Frontex, il sistema di avvistamento in mare voluto dall’Ue, che oltre a garantire l’inviolabilità delle frontiere europee – nelle intenzioni di chi lo ha ideato e finanziato – dovrebbe, almeno sulla carta, intervenire anche per operazioni di salvataggio in mare?

Cosa deve ancora succedere perché il governo si decida a cambiare radicalmente rotta sull’immigrazione, rendendo finalmente possibili gli ingressi legali in Italia e consentendo a chi arriva per chiedere protezione di farlo in sicurezza?

Si additano giustamente gli scafisti come spregevoli trafficanti, ma non ci si interroga sul perché i profughi, per arrivare in Europa, non hanno altra possibilità se non quella di affidarsi a loro, pagando cifre enormi.

L’ipocrisia di una classe politica che in tutti questi anni non ha messo mano a una legislazione che criminalizza i migranti, non si occupa della loro sicurezza, non prende misure per garantire un’accoglienza dignitosa e ora si dice addolorata è diventata davvero intollerabile.

Pensare che la risposta a simili tragedie stia in un ulteriore giro di vite della chiusura delle frontiere e della cosiddetta lotta all’immigrazione clandestina – come si sente dichiarare in queste ore – significa soltanto rafforzare irresponsabilmente le cause che le provocano.

Partecipiamo alla giornata di lutto nazionale per ricordare e onorare come è giusto tutte queste persone che hanno perso la vita per fuggire da guerre e violenze e trovare ospitalità in un’Europa che ha blindato le proprie frontiere.

Chiediamo che vengano sospesi tutti gli accordi bilaterali sottoscritti dall’Italia con i paesi del nord africa, a cominciare da quello con la Libia.

Chiediamo che vengano immediatamente adottate le misure necessarie a garantire un’accoglienza dignitosa e rispettosa dei diritti umani per le persone che sbarcano sulle nostre coste. Non si può scaricare sulla sola comunità di Lampedusa la gestione degli arrivi.

Chiediamo che il governo italiano proponga con forza all’Europa di aprire un corridoio umanitario per i profughi siriani e per quanti arrivano dai paesi del corno d’africa per chiedere protezione.

Questa strage deve finire. Vogliamo poterci sentire cittadini di un paese che rispetti i valori di umanità e civiltà.

Destinazione Lampedusa, cronache e racconti dall’isola: 20 maggio ore 17

Ancora un appuntamento organizzato dalla Rete Sportelli Immigrazione Arci: il 20 maggio prossimo si torna a parlare di Lampedusa, tappa di tante vite e meta di illusioni e speranze.

Presso Villa Pallavicini (Via Meucci 3 MM2 Crescenzago) inaugurazione della mostra fotografica di Flavio Lo Scalzo “Lampedusa un anno fa. Reportage dall’isola” e testimonianze a cura della Rete Sportelli Arci.

Ingresso con sottoscrizione

Destinazione Lampedusa

Il 3 marzo all’Arci Corvetto la Rete Sportelli Immigrazione Arci Milano organizza e presenta Destinazione Lampedusa – Cronache e racconti di un’estate, con testimonianze dell’esperienza dei volontari a Lampedusa. Leggi tutto