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2-4 giugno – Fuori Luogo: racconti e incontri di letteratura migrante

Il 2 e il 4 giugno Sesto San Giovanni sarà il centro della letteratura di tutto il mondo: autori e autrici, attori e attrici, ragazzi e ragazze porteranno nelle vie e nelle piazze della città le parole, le visioni e le storie che nascono dall’incontro delle culture.

FUORI LUOGO: RACCONTI E INCONTRI DI LETTERATURA MIGRANTE si svolgerà il 2 giugno a Carroponte e il 4 giugno lungo le vie, le piazze e i giardini di Sesto San Giovanni.
FUORI LUOGO è promosso dall’Assessorato alla Cooperazione Internazionale, pace e diritti umani in collaborazione con Arci Milano. L’Amministrazione comunale di Sesto San Giovanni è da sempre sensibile ai temi dell’intercultura nell’ottica della valorizzazione delle culture dei paesi del mondo. Promuove e valorizza altresì le attività culturali e l’interesse per la cultura in tutte le sue forme.
La letteratura migrante è un ottimo strumento per ribaltare lo stereotipo che affianca considerazioni negative a nazionalità di altri paesi. L’autore e l’autrice migrante, vivendo in un paese diverso da quello di origine, scrive in una lingua diversa dalla propria lingua madre, creando immagini e storie nuove dove si incontrano origini e desideri del futuro. L’associazione che si propone è inaspettata e restituisce alla cittadinanza un’immagine valorizzante delle altre culture e nazionalità.

 

PROGRAMMA

2 giugno a Carroponte

16.30: una Tavola Rotonda sul rapporto tra fenomeni sociali e produzioni letterarie migranti, alla quale parteciperanno il Sindaco Monica Chittò, l’Assessora Elena Iannizzi e i principali esperti delle letterature migranti e del mondo.

18.00: i laboratori per adulti e bambini permetteranno di scoprire le danze persiane, africane e l’arte giapponese.

19.00: discuteremo con Yvan Sagnet, autore camerunense. I suoi libri raccontano la sua esperienza come raccoglitore di pomodori e la dura realtà dei ghetti in cui sono costretti a vivere i braccianti stranieri, fino al loro primo sciopero in Italia.

La serata si concluderà con il concerto della Mamud Band, alfieri dell’Afro Future Funk, risultato di una profonda ricerca, spesso praticata in loco, nell’immenso patrimonio della musica africana, brasiliana, cubana, giamaicana e afroamericana.

4 giugno per le vie di Sesto San Giovanni

10.00: con reading diffusi in città la città sarà “contaminata” da attori e attrici che, accompagnati da un musicista, leggeranno brevi brani, passi o poesie tratti dai libri degli autori e delle autrici.

10.00 e 15.00: ci saranno due partenze del “tour migrante”: gruppi di cittadini e cittadine visiteranno la città seguendo un percorso significativo non solo per le peculiarità del territorio, ma soprattutto per scoprire angoli multiculturali. Speciali guide saranno ragazzi e ragazze sestesi di seconda generazione che accompagneranno i “turisti” per la città.

15.00: nei corner che saranno distribuiti nei diversi quartieri della città, gli autori e le autrici migranti presenteranno una loro opera e discuteranno della loro visione della produzione letteraria degli scrittori dal mondo. Ogni corner ospiterà più di una presentazione.

Abdel Malek Smari, Tahar Lamri, Anila Hanxhari, Youssef Marzouk, Sabatino Annecchiarico, Rachel Sambala, Ali Ehsani, Santino Spinelli, Urmila Chakraborty, Chaimaa Fatihi e Pap Khouma sono alcuni degli autori che ci racconteranno il delicato equilibrio delle molteplici appartenenze culturali, quelle d’origine e quelle vissute nella quotidianità, condividendo le particolarità del processo creativo che scaturisce da queste esperienze.
FUORI LUOGO è realizzato grazie ai partner e sponsor del progetto: Gruppo Cap Holding,
Fondazione Cariplo, Grand Hotel Villa Torretta, Mimesis Edizioni, Il Maglio e Radio Popolare,
che seguirà le giornate con dirette radiofoniche.

Cineclub27: Rassegna cinematografica su immigrazione e integrazione.11 ottobre – 1 novembre

cineclub27Il circolo Arci CLUB27 organizza l’evento CineClub27.

CineClub27 è una iniziativa che presenta proiezioni cinematografiche sui temi dell’immigrazione e dell’integrazione:

“IMMIGRAZIONE e INTEGRAZIONE: da settimane ormai, con la crisi in corso, queste due parole dominano le cronache, nazionali e non.
I politici le strumentalizzano, i giornali ci ricamano, gli analisti ne abusano.
Su queste due parole noi abbiamo deciso di focalizzare il primo ciclo del #CINECLUB27: storie di fughe, di accettazione e talvolta di morte”.

Il primo appuntamento sarà domenica 11 ottobre, apre la rassegna il capolavoro di Spike Lee: – Fa’ la cosa giusta

L’appuntamento è per le 18.30 : #CINEBUFFET e, a seguire, la proiezione del film.

 

Arci CLUB27, circolo affiliato ad Arci, è un’associazione senza scopo di lucro nata nel 2015 da un’idea di sei amici.
Luogo di aggregazione e promozione sociale, si rivolge al territorio con l’obiettivo di valorizzarne l’identità culturale.

Arci CLUB27 ha sede in via Demonte 8, Milano, (zona Bicocca), nell’ambito di Ospitalità Solidale (http://www.arcimilano.it/ospitalitasolidale/), negli spazi ad uso diverso previsti dal progetto.
Il circolo partecipa alla vita del quartiere realizzando iniziative e propondendo servizi e opportunità che nascono dalle esigenze degli abitanti, contribuendo con le proprie attività allo sviluppo de vicinato solidale nell’ottica della socializzazione e del miglioramento della qualità dell’abitare.

Il sito di Arci Club27: http://www.circoloclub27.it/

Presidio NO CIE NO CARA

Naga_NO_CIE_NO_CARAMartedì 6 maggio 2014 ore 18.30 davanti Prefettura di Milano – Corso Monforte, 31 un presidio contro la riapertura del Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) e l’apertura del Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA) a Milano

Promuovono: Accesso, Antigone, Arci, Campagna LasciateCIEntrare, Casa Pace, Circolo Arci La Scighera, Convergenza culture, Coordinamento Nord Sud del Mondo, Coro di Micene, Dimensioni Diverse, Emergency, European Network Against Racism, Il Sindacato è un’altra cosa- Gruppo Milano, Le Radici e Le Ali, Milano Senza Frontiere, Naga, Nella Stessa Barca – Milano, No Muos Milano, Rifondazione Comunista Federazione di Milano, Spazio Mondi Migranti, Studio3R, Todo Cambia

Per adesioni: naga@naga.it – 349 160 33 05

Nonostante sia dannoso, inutile, disfunzionale, diseconomico, un buco nero dove vengono ogni giorno violati i diritti dei cittadini stranieri reclusi, riapre il Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Milano in Via Corelli.

O meglio, il fatto che sia dannoso, inutile, disfunzionale, diseconomico, un buco nero dove vengono ogni giorno violati i diritti dei cittadini stranieri reclusi, non ha nessuna rilevanza perché l’obiettivo del centro non è né l’identificazione, né l’espulsione né tantomeno l’accoglienza, ma il controllo.
Nella stessa logica è prevista anche l’apertura del Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA) entro la fine dell’anno.

Occorre una risposta forte della città di protesta, di ripudio contro ogni forma di discriminazione, reclusione e di razzismo!

Tra leggi, norme e regolamenti: favorire accoglienza integrazione e cittadinanza attiva

CorsoFormazioneSportelliLa Rete Sportelli Immigrazione di Arci Milano e Monza Brianza in collaborazione con ASGI e l’Università degli Studi di Milano Dipartimento di scienze sociali e politiche vi invita a partecipare al corso di formazione “TRA LEGGI, NORME E REGOLAMENTI… Le strade per favorire accoglienza, integrazione e cittadinanza attiva”: corso di formazione sulla gestione delle pratiche di soggiorno e asilo dei cittadini extracomunitari e sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e dei loro familiari

DIVENTA VOLONTARIO DELLA RETE SPORTELLI IMMIGRAZIONE!

Il corso offrirà gli strumenti di base per diventare cittadini attivi e consapevoli sul tema dell’immigrazione e permetterà a tutti i partecipanti di entrare a far parte di una rete consolidata e attiva nella difesa dei diritti dei cittadini stranieri.

Il miglioramento del background di conoscenze dei volontari rappresenta, inoltre, un valido e indispensabile supporto anche nell’organizzazione delle diverse attività di promozione sociale e di sensibilizzazione della cittadinanza sui temi dei diritti dei e delle cittadini/e immigrati/e.

** PRIMA SESSIONE

LA NORMATIVA IN MATERIA DI IMMIGRAZIONE E IL DISBRIGO DELLE PRATICHE DI SOGGIORNO PER I/LE CITTADINI/E EXTRACOMUNITARI/E

Modulo I
Sabato 10 maggio

Ore 9.30 – 13.00
I visti di ingresso – Il decreto flussi – L’ingresso per turismo – L’ingresso per motivi di studio
Ore 14.30 – 17.00
Il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro subordinato ed lavoro autonomo
Relatrice: Edda Pando (Coordinatrice della Rete Sportelli Immigrazione di Arci Milano)

Modulo 2
Domenica 11 maggio

Ore 9.30 – 13.30
Il ricongiungimento familiare, il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi familiari
Relatrice: Edda Pando (Coordinatrice della Rete Sportelli Immigrazione di Arci Milano)

Modulo 3
Sabato 17 maggio

Ore 9.30 – 13.30
Conversione del permesso di soggiorno da altro titolo a motivi di famiglia (Coesione familiare) – Il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo
Relatrice: Edda Pando (Coordinatrice della Rete Sportelli Immigrazione di Arci Milano)

Modulo 4
Sabato 24 maggio

Ore 9.30 – 13.30
La cittadinanza italiana
Relatore Livio Neri (Avvocato Asgi)

** SEMINARIO SPECIALISTICO:
IL DIRITTO DI ASILO E LA PROTEZIONE INTERNAZIONALE

Modulo I
Sabato 31 maggio

Ore 9.30 – 13.00

Nozioni di base sul diritto d’asilo e la protezione internazionale: dalla Convenzione di Ginevra al nuovo regolamento Dublino III

Ore 14.30 – 17.00
La procedura per la richiesta della protezione internazionale.
Relatrice: Avv. Anna Brambilla (Avvocato ASGI)

Modulo II
Domenica 1 giugno

Ore 9.30 – 13.30
Le procedure pratiche per la richiesta della protezione internazionale – Discussione sui diversi tipi di casi
Relatore Alberto Valli (del Coordinamento dello Sportello Immigrazione Arci Blob)

*** In preparazione:
A settembre corso sulla libera circolazione e il soggiorno dei e delle cittadini/e comunitari/e
Ad ottobre seminario specialistico sui Minori Stranieri non Accompagnati

INFORMAZIONI ED ISCRIZIONI

Per informazioni ed iscriversi al corso potete scrivere a retesportelliarci@gmail.com.

Le iscrizioni al corso devono pervenire entro la fine del mese di aprile. Il corso è gratuito ma per partecipare è necessario avere la tessera Arci 2014. È possibile farla il primo giorno del corso.
Le lezioni della prima sessione dedicata alla normativa in materia di immigrazione per i cittadini extracomunitari si svolgeranno presso il circolo Arci Corvetto a Milano in via Oglio 21 (MM Corvetto) e sono aperte a tutti.
Le lezioni del seminario specialistico sul diritto d’asilo si svolgeranno presso il Circolo Arci Blob in Via Casati, 31 Arcore (il circolo è molto vicino alla stazione di treno). Il seminario è riservato agli sportellisti della Rete Sportelli Immigrazione di Arci Milano e Monza e Brianza e a persone che abbiano già esperienza in materia.
Il corso è valido ai fini dell’acquisizione di 3 CFU per gli studenti iscritti al Corso di Laurea in Scienze Sociali e della Globalizzazione dell’Università degli Studi di Milano.

I candidati alla Presidenza Nazionale dell’Arci

quarto-stato-300x185Loro sono Francesca Chiavacci e Filippo Miraglia, la prima Presidentessa uscente del Comitato Territoriale di Firenze e il secondo Responsabile Nazionale dell’Immigrazione per la nostra Associazione.

Sono i due candidati alla Presidenza Nazionale dell’Arci e hanno scritto due importanti contributi alla discussione congressuale che si terrà nei giorni tra il 13 e il 16 marzo prossimo a Bologna.

 

 

Il contributo di Francesca Chiavacci: “Per un rinnovamento vero con i circoli in testa”

Il contributo di Filippo Miraglia: “L’Arci attore sociale del cambiamento”

I lavori del congresso potranno essere seguiti in video e audio su sito www.arci.it

La Carta di Lampedusa per rilanciare il movimento per i diritti dei migranti

La posizione di Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione Arci

Sono trascorsi 4 mesi da quella notte del 3 ottobre in cui, davanti a Lampedusa, 368 persone hanno perso la vita. Una tragedia, come dicemmo allora, conseguenza di scelte politiche sbagliate, che non prevedendo canali di ingresso regolari, costringono a viaggi sempre più pericolosi. E infatti, dopo soli 8 giorni, altre centinaia di persone, a poche miglia dalle coste italiane, sono annegate per il mancato soccorso e il rimpallo di responsabilità tra Malta e Italia.

Il governo italiano, che in quelle ore aveva annunciato grandi cambiamenti, ha saputo proporre solo il programma Mare Nostrum e l’installazione di un costosissimo sistema radar per controllare le frontiere sud della Libia. Confermando, fra l’altro, in questo modo un’oggettiva e inquietante identità di interessi tra coloro che commerciano armi e sistemi di controllo e quanti speculano sui viaggi della morte. Interessi sostenuti dagli accordi tra Stati e governi della sponda sud e nord del mediterraneo. Intanto in Italia e in Europa crescono partiti xenofobi e razzisti, che potrebbero trovare ampia rappresentanza nel prossimo Parlamento europeo. L’assunzione in piccole dosi del veleno razzista (nella folle convinzione che questo servisse a evitarne la diffusione) ha ormai determinato una sorta di assuefazione delle nostre democrazie e indebolito gli anticorpi, compresi i principi scritti nelle Costituzioni. È arrivato il momento che la società civile organizzata, le reti e i movimenti dei migranti e coloro che in questi anni hanno cercato di tutelarne i diritti diano vita a una grande coalizione, per costringere la politica e le istituzioni a invertire la rotta.

In questi giorni a Lampedusa centinaia di organizzazioni si sono date appuntamento per scrivere la Carta di Lampedusa, tappa di un processo che deve crescere, radicandosi nei territori, per costruire un consenso diffuso. La Carta di Lampedusa, per il suo valore simbolico e per le proposte che contiene, può rappresentare l’inizio di una ripresa del movimento antirazzista italiano e internazionale. Per provare ad essere vincenti, bisogna riprendere il dialogo con tutte quelle comunità antirazziste, piccole e grandi, la cui frammentazione in questi anni ha prodotto una generale debolezza. Si deve dare finalmente la parola a rifugiati e migranti, sostenerne il protagonismo, a partire dal lavoro della coalizione ‘Siamo nella stessa Barca’, che dovrebbe portare a una grande manifestazione nazionale ad aprile, favorire tutte quelle azioni che facciano emergere l’esistenza dell’altra Europa. La ripresa di un ampio e plurale movimento antirazzista dovrebbe puntare a qualche risultato concreto: l’approvazione delle leggi d’iniziativa popolare della campagna L’Italia sono anch’io (cittadinanza e diritto di voto), una riforma del sistema d’accoglienza che preveda la chiusura dei grandi centri di contenimento (a partire dai CARA), la cancellazione definitiva dei CIE, l’abolizione della Bossi Fini, l’apertura di vie d’ingresso legale sia per ricerca di lavoro che per richiesta di protezione. Sono solo alcuni degli obiettivi che possono caratterizzare una nuova stagione del movimento antirazzista, che deve riuscire a tenere insieme realtà e modalità di iniziativa diverse. Se il prossimo 3 ottobre riusciremo a commemorare insieme a Lampedusa quei 368 morti, avendo nel frattempo ottenuto almeno in parte il cambiamento necessario, potremo offrire un piccolo risarcimento a tutti coloro che hanno perso la vita e a quanti chiedono giustizia e dignità.

Quando un Cie rinomina il suo acronimo

cieIl 14 ottobre 2013 il Cie di Via Corelli si presenta in modo differente da quello che sei abituata a vedere e sentire raccontare dall’ ufficio immigrazione della Questura di Milano e dalla Prefettura.

È una struttura a basso regime: 1 reparto su 7 attivo, 29 persone trattenute rispetto alle 132 di capienza dichiarata. Una struttura che potrebbe essere rinominata con il nuovo acronimo Centro Pericolosità Sociale Anti Rivolta (CPSAR). Oggi apprendiamo che i 6 reparti chiusi per gli incendi di settembre sono stati ristrutturati nell’ottica di rendere impossibili i danneggiamenti: letti bullonati al pavimento, eliminazione dei termosifoni (riscaldamento a pavimento), armadi in muratura, gabbie alle macchinette del caffè nelle sale di benessere. Rimane ancora un particolare da studiare…i telefoni della Telecom al muro, ma si sta provvedendo e intanto nei magazzini si fanno le scorte di apparecchi. Con orgoglio ci dicono che le rivolte future non peseranno più sulla manutenzione straordinaria.

Sempre oggi apprendiamo che la Questura applica con maggior rigore i criteri di selezione dei detenuti: la pericolosità sociale. Nulla che non sapevamo, ma sentirlo esplicitato in termini di scelta e strategia politica di controllo del territorio rappresenta una novità. Per tutti gli altri si applica la circolare europea in materia.

La pericolosità sociale si deve ricercare negli ex detenuti al momento della scarcerazione (80%) e nelle persone che hanno precedenti penali per reati significativi.

Altro criterio che si applica – anche se non viene detto esplicitamente – il livello di collaborazione con le Ambasciate. Impossibile ottenere il riconoscimento da Cuba, che dopo due anni cancella i nominativi dei suoi cittadini all’estero, dalla Cina, dal Brasile che ha modificato da poco la prassi di riconoscimento, introducendo la firma anche da parte del cittadino, oggetto di riconoscimento e di espulsione e da alcuni Stati Africani che non riammettono cittadini con esperienze carcerarie. Rimane sempre immutata la mancanza di dati certi sul tempo medio di permanenza: qualcuno balbetta 4 mesi altri 3 mesi, sulla macchina delle espulsioni – nel giro di pochi minuti si passa da una percentuale del 60 % a una del 30% – si articola meglio la funzione politica dei Cie ma la trasparenza rimane sempre una parola senza significato. La nostra visita prosegue nel girone infernale dell’unico reparto aperto, già a prova rivolta. Ecco la pericolosità sociale.

Sette uomini con il diniego dell’asilo politico o permesso umanitario per l’emergenza Nord Africa, 2 uomini caduti nella sanatoria truffa e gli altri 20 con storie di detenzione carceraria.

Una comunità di ‘socialmente pericolosi’ che ti chiede di portarli in carcere (si sta meglio), che ti fa vedere tagli nel corpo e che si organizza per sopravvivere al nulla: la delazione per ottenere favori ( ipotetici) dalla polizia, la preghiera e il sonno aiutato dai tranquillanti. Una comunità di pericolosi che vuole solo riavere il suo cellulare….per chiamare a casa. Già perchè ora nella struttura Corelli il sequestro del cellulare è diventato parte integrante del regolamento interno. Il telefono era il veicolo delle rivolte e quindi nella riconversione della struttura si norma anche questo aspetto. Usciamo, e per la prima volta in 10 anni vedo esposti in bella vista manganelli e scudi antisommossa….

Molte riflessioni frullano nella mente: sono uscita da una struttura post-detentiva di massima sicurezza su basi etniche? Sì. Perchè in carcere non provvedono all’identificazione delle persone? Forse bisogna ragionare anche sulle riforme delle carceri?

Che discorso pubblico fare sul laboratorio Corelli, ora che rinchiude i pericolosi immigrati cattivi? Non lo so….so che è urgente pensare collettivamente.

Ilaria Scovazzi

 

 

Evitiamo altre stragi nel Mediterraneo

migranti4-400x215Secondo conteggi approssimativi, e certamente in difetto, il Mediterraneo ha inghiottito negli ultimi anni oltre 20.000 persone, esseri umani che fuggivano da guerre, fame e povertà con l’unica colpa di aspirare a un futuro, per sé e per le proprie famiglie. Un numero enorme e un numero così elevato e costante di naufragi che, quando non miete centinaia di vite come una settimana fa a Lampedusa, rischia di non fare nemmeno più notizia, creando una specie di pericolosa e disumana ‘assuefazione’. Chiediamo una volta per tutte che si fermi la strage di vite umane alle frontiere e un deciso cambio di rotta sull’immigrazione e sul diritto d’asilo, rendendo finalmente possibili gli ingressi legali in Italia e consentendo a chi arriva per chiedere protezione di farlo in sicurezza.

 

Ecco l’intervento di Filippo Miraglia, responsabile Immigrazione Arci

Rischiando di essere tra i pochi che cantano fuori dal coro, vogliamo fare una domanda a coloro che in questi giorni sono intervenuti sull’ecatombe di Lampedusa, sulle cause e sugli interventi da intraprendere per evitare simili tragedie proponendo la lotta ai cosiddetti trafficanti di essere umani, agli scafisti. La domanda è questa: una famiglia di siriani o di eritrei che fugge da morte certa ed è arrivata in Libia, pagando molto caro il viaggio e rischiando più volte la vita, a chi può rivolgersi per arrivare in Europa? Al ministro Alfano? Alle istituzioni europee? A Frontex con le sue dotazioni per il monitoraggio del mediterraneo? No, l’unica via per arrivare, anche dopo le stragi e le lacrime versate dai nostri rappresentanti istituzionali, è affidarsi proprio al famigerato scafista.

Non è una provocazione, ma purtroppo, per come stanno oggi le cose, l’unica risposta possibile. Chiediamo anche: da quando l’Europa finanzia il programma Frontex, tra i cui compiti c’è il salvataggio di eventuali naufraghi, le morti in mare sono diminuite? Sebbene le attività di Frontex non siano trasparenti, sappiamo per certo che negli ultimi tre anni c’è stato un rafforzamento di mezzi e personale e contemporaneamente un aumento di naufragi e di morti. Si potrebbe obiettare che i profughi sono aumentati, per la guerra in Libia e poi in Siria, ma a maggior ragione non si spiega come mai in un lembo di mare così frequentato continuino a scomparire tante persone.

Il rafforzamento dei controlli e di Frontex, come dimostra il recente passato, non sono la risposta giusta all’esigenza di rendere sicuro il viaggio di chi si dirige verso l’Europa e l’Italia per chiedere protezione.

Anzi, l’aumento dei controlli aumenta i rischi – perché si cercano nuove rotte – e il prezzo da pagare. Se si vuole davvero che la terribile tragedia avvenuta di fronte a Lampedusa – di cui l’Europa e soprattutto l’Italia, con le sue leggi, è la principale responsabile – sia l’ultima e che le persone possano arrivare in sicurezza, bisognerà ribaltare l’indirizzo prevalente negli interventi istituzionali di questi giorni, in particolare del ministro Alfano, ma non solo.

Per fortuna si sono levate anche tante voci che hanno invece insistito sulla necessità di abolire il reato di immigrazione clandestina e consentire ingressi regolari per ricerca di lavoro. Riguardo poi alla questione specifica dell’arrivo dei rifugiati, che sono la totalità di coloro che oggi sbarcano sulle nostre coste (numeri, è bene ricordarlo a chi chiede aiuto all’Europa, ancora molto limitati rispetto agli altri Paesi europei paragonabili al nostro) è urgente introdurre misure che rendano sicuro il loro arrivo.

Da un lato monitorare il canale di Sicilia, soccorrendo, con mezzi adeguati e un piano coordinato a livello europeo, le imbarcazioni che li trasportano. Non quindi maggiori strumenti per impedirne la partenza, ma esattamente il contrario: mezzi che intervengano per garantire una navigazione sicura. Dall’altro lato, l’apertura di canali umanitari, cioè la possibilità per chi si trova nelle aree di crisi o da quelle regioni è arrivato nel nord Africa, o comunque per tutti coloro che cercano protezione, di poter entrare in Europa con mezzi di trasporto normali, o straordinari se necessario, rivolgendosi direttamente alle istituzioni italiane ed europee. Riscrivere quindi gli accordi con i Paesi del nord Africa, prevedendo non respingimenti e detenzione, ma accoglienza e protezione. Infine è utile sottolineare che l’Italia, dopo anni di flussi migratori, non ha ancora un piano nazionale per l’accoglienza e strutture adeguate a garantire una protezione dignitosa a tutti.

Proprio il giorno prima della tragedia, con una delegazione dell’Arci presente sull’isola, abbiamo visto quello che tutti sanno, anche i ministri di questo governo: bambini, famiglie, uomini e donne costrette a vivere in una struttura inadeguata (il Cpsa di Contrada Imbriacola), privati della loro dignità, senza nemmeno il diritto a un letto e a un tetto, come invece le leggi e le convenzioni internazionali prevedono. Problemi organizzativi? Dopo tanti anni in cui nulla è cambiato a noi sembra più giusto parlare di cinismo e mancanza di senso di responsabilità.

Come si è conclusa la Carovana dello Ius Migrandi

Articolo di Stefano Galieni pubblicato su Corriere Immigrazione

Il Festival della Libera Circolazione è stato un successo. Un passo in avanti verso la piena eguaglianza nei diritti.

Si è chiusa in maniera splendida la Carovana dello Ius Migrandi, in una cornice naturale e storica terribilmente evocativa. Nel salone del Palazzo Lanfranchi, nei cortili e nelle sale che ospitano spazi museali preziosi e sorprendenti si è definita in due giornate, l’ultima tappa del percorso iniziato a Bolzano il 10 luglio. Venerdì mattina, dopo avere disinnescato con creatività alcuni incidenti organizzativi, si è tenuta una assemblea plenaria dei carovanieri che ha consentito lo svolgimento regolare dei tre workshop messi in calendario. Si è parlato di frontiere, libera circolazione, accesso alla cittadinanza e della connessione tra lavoro e immigrazione.
Fra i carovanieri, provenienti da organizzazioni e realtà diverse fra loro, si registrava una analisi ed una critica totale delle norme attualmente vigenti in materia di immigrazione. Da qui, proposte concrete, forse scontate per chi opera nel settore ma tuttora dirompenti, che potrebbero essere considerate sia a breve termine che in prospettiva.

La cittadinanza, da estendere non solo ai figli di chi è nato in Italia in cui almeno 1 dei genitori sia residente regolarmente da almeno 1 anno (come indicato nella proposta di legge de L’Italia sono anch’io) ma anche ai figli degli irregolari con almeno 3 anni di scolarizzazione per non far cadere sui figli i problemi dei padri. L’equiparazione fra “affidamento” e “adozione” per i minori non accompagnati. Il diritto di voto, che va esteso alle amministrative ma anche alle regionali, enti che hanno oggi forte potere legislativo. Per quanto riuarda il lavoro, il recepimento reale della direttiva 52 (sfruttamento del lavoro nero), più strumenti per affrontare il caporalato, il riconoscimento dei titoli di studio conseguiti in patria e la ratifica della Convenzione Onu per i diritti dei lavoratori migranti e le loro famiglie.
Dal workshop sulle “frontiere” sono partiti richiami le autorità nazionali ed europee. All’Italia si chiede di rendere pubblici i trattati stipulati con alcuni paesi, in cui si barattano ipotetiche politiche di sviluppo con l’esternalizzazione dei centri di detenzione, il controllo militare alle frontiere marittime e terrestri, la possibilità di rimpatrio coatto. Si tratta molto spesso di paesi che regolarmente violano i diritti umani (vedi la Libia) e ciò potrebbe/dovrebbe condurre alla invalidazione dei patti. Si chiedere conto poi delle ingenti risorse impegnate – con esiti fallimentari – per scoraggiare gli ingressi irregolari. Risorse che invece potrebbero essere impiegate per pratiche di accoglienza e di inclusione. L’Italia dovrebbe poi rivedere le modalità di accoglienza per i richiedenti asilo e prendere atto del fallimento strutturale, oltre che della disumanità, dei Cie. Ovviamente – e su questo hanno convenuto i 3 diversi workshop – va abrogata la Bossi-Fini e vanno predisposte nuove leggi, magari frutto di maggior partecipazione dei soggetti interessati. Il tutto sulla base di un semplice concetto: migliorare l’accesso ai diritti degli uomini e delle donne migranti, significa migliorare la qualità della vita e della “salute sociale” dell’intera collettività. Ma si è chiesto all’Italia di intervenire anche in sede europea per una modifica radicale del regolamento di Dublino che imprigiona i rifugiati nei paesi di approdo, garantendo loro di poter decidere dove vivere, facendo diventare insomma lo “spazio Schengen” di libera circolazione non solo per i cittadini dei paesi membri ma per chiunque risieda in uno di questi. E si chiede all’Europa di non dilapidare risorse con l’Agenzia Frontex o con altri strumenti di contrasto, dannosi e inutili quanto di divenire continente capace di accogliere e di avere normative e pratiche comuni non solo per gli aspetti repressivi.

I testi elaborati, su cui i carovanieri hanno lavorato fino a tarda notte, sono stati presentati pubblicamente sabato mattina alla presenza di numerose autorità. Il sindaco di Matera, Salvatore Adduce, rappresentanti della Provincia e della Regione, il Prefetto, il vice presidente del parlamento europeo, Gianni Pittella, il vice ministro dell’interno, Filippo Bubbico, entrambi provenienti dal territorio lucano e la ministra per l’integrazione e la gioventù Cécile Kyenge. L’ingresso della ministra è stato salutato, in una sala stracolma, da un interminabile applauso, segno tangibile di una solidarietà che si va sempre più consolidando nella parte più sana del Paese. Dopo l’intervento delle autorità locali si sono avvicendati sul palco i carovanieri a cui era stato dato il compito di illustrare le proposte elaborate. Si è partiti dal racconto della carovana e dei soggetti che l’hanno attraversata, figli di una lunga storia antirazzista di cui il Paese dovrebbe essere orgoglioso. L’intero testo, che presto sarà pubblicato, ha suscitato applausi e consensi ed i rappresentanti politici hanno risposto, almeno in parte, alle sollecitazioni rivolte.

Una attenzione che non è sembrata soltanto di, ma di cui è stata forse colta la loro validità come prodotto di una intelligenza collettiva e competente che si è messa a disposizione. Ed è stato detto anche in maniera molto netta da una delle relatrici, Edda Pando: «Vi consegniamo le nostre proposte e riflessioni, alla politica, a chi ci governa, il compito di rispondere, a noi quello di costruire massa critica e spazio pubblico di mobilitazione e lotta per vederle soddisfatte, in un rapporto di interlocuzione». Cécile Kyenge, nell’intervento conclusivo, oltre che nel ringraziare, citandoli nome per nome, le persone che si sono impegnate in questo percorso, ha annunciato l’apertura di tavoli di elaborazione insieme ai ministeri interessati, alle forze sociali, al tessuto che può contribuire a far valere simili istanze. Il primo, sulle discriminazioni e il razzismo, partirà fra pochi giorni insieme all’Unar, gli altri vedranno la luce a settembre. In questi mesi la ministra, oltre che rispondere con la sua ormai consueta pacata fermezza alle tante provocazioni di cui è stata oggetto, ha incontrato in tante realtà territoriali, contesti molto forti determinati a partecipare nella produzione di cambiamenti. Si continuerà con questo registro, è stato detto dalla ministra. C’è da sperare che questo possa determinare processi di partecipazione attiva e diffusa, unico antidoto verso un razzismo mai sopito che una città simbolo come Matera – che si è proposta come “Capitale europea della cultura” per il 2019 – ha mostrato concretamente di saper rifiutare.

I precari non possono che essere nichilisti come Twilight?

precariatoccupyTeoria e Prassi del Precariato secondo un Precario
di Alex Foti, autore di Essere di sinistra oggi e presidente di Arci Milano X
Pubblicato originariamente su
milanox.eu

Allora, sorelle e fratelli che soffrite per disoccupazione o precarietà: il precariato siamo noi. Il precariato è socialmente composto da chi è precari@ (truismo), vale a dire sottoposto a condizioni di lavoro e vita precarie causa mancanza reddito e lavoro intermittente. Tecnicamente il precariato è composto da chi nella generazione X+Y+Z (i nati dopo il 1965): lavora con un contratto precario (parasubordinato, apprendistato, tempo determinato, lavoro in cooperativa, part-time subìto, interinale ecc ecc), è disoccupato oppure è un NEET, cioè chi non studia e non è nel mercato del lavoro (il 30% degli under 25 in Turchia, il 25% in Grecia, il 20% in Italia e Spagna) né fa la formazione finanziata a caro prezzo dall’UE e invariabilmente intascata dalle amministrazioni regionali (vedi anche Sergio Bologna sul sito della furia dei cervelli); oppure ancora, è solo formalmente un lavoratore autonomo (partite iva monocommittente, freelance, consulenze ecc). La società fordista era fatta di tute blu e colletti bianchi, la società neoliberista è fatta di colletti rosa e creativi: tutti precari. Ma sono in completo disaccordo con Standing: il precariato proviene prevalentemente dalla classe media, non dalla underclass. Del resto non ci si può aspettare da un britannico l’elaborazione accurata di un concetto, il precariato, coniato dai precari dell’Europa continentale. L’espressione precariousness of labor compare nell’edizione inglese del libro I del Capitale, ma precarity e precariat sono importazioni recenti dai movimenti di Italia, Francia, Spagna.

I numeri del precariato

Numericamente il precariato consta 5/6 milioni di giovani donne e uomini (spesso con bambini) sommando/incrociando dati ISTAT in Italia (vedi Gallino) e forse 30 milioni di precari/e nell’eurozona. La stima di eurostat è che ci sono 19,4 milioni di disoccupati nell’eurozona, di cui 3,6 milioni under 25. Nella primavera 2013, Il tasso di disoccupazione fra i giovani toccava il 63% in Grecia, il 56% in Spagna, il 41% in Italia. Tipicamente, in Europa, il tasso di disoccupazione giovanile è sempre il doppio di quello complessivo. Al momento nell’eurozona è al 12% e rotti, per i giovani è a più del 24%: una/o su quattro è disoccupato in Europa, uno su due nell’Europa mediterranea. E la stima dell’economist è che ci sono oggi almeno 300 milioni under 25 senza lavoro nel mondo. La procedura statistica risolutiva sarebbe calcolare la forza lavoro under40 (occupati+disoccupati) e determinare quanta percentuale di occupazione under40 è non-standard (nel senso che nn né long-term né full-time) per arrivare al calcolo definitivo dei precari/e in Italia, eurozona, UE, USA, OCSE (i dati ci sono, ma sono sparsi, bisogna solo mettersi di buzzo buono iniziando dai vari numeri di OECD Employment Outlook). Il fatto stilizzato ma prossimo alla realtà è che il 25% degli under 40 è disoccupato, il 50% è precario e il restante 25% gode di un’occupazione stabile. Il che vuol dire che il precariato è composto da decine di milioni di persone che vivono in Europa. Molte di esse lavorano come precarie nei servizi poco qualificati (cura, ristorazione, logistica ecc.), altre come cognitarie nelle c.d. industrie creative (la classe creativa che lavora nell’informazione, cultura e conoscenza è un sottoinsieme del precariato), altre ancora come stagisti e precari in aziende private e amministrazioni pubbliche, svolgendo le stesse mansioni degli assunti a lungo termine. Se il precariato è sezionalmente differenziato, la sua unità sociale e politica è possibile intorno a un nuovo welfare e a un nuovo progetto di società, democraticamente discusso, deliberato e, soprattutto, conquistato contro le forze sia moderate sia reazionarie.

I primi nemici dei precari sono i politici e i sindacati confederali

In Italia, politicamente il precariato o non vota o vota a 5stelle, e qualcuno ancora a sinistra. I primi nemici dei precari sono i politici, italiani ed europei, che hanno scientemente perseguito dietro la cortina di fumo della flessibilità, politiche del mercato del lavoro volte ad aumentare precarietà e ricattabilità delle Generazioni X+Y+Z (dai crashati delle dotcom gli zombies della Great Recession). Sindacalmente i precari italiani non li rappresenta nessuno, se si eccettuano esperienze creative, meritorie, ma limitate come EuroMayDay, San Precario e ACTA. I sindacati confederali sono nostri avversari. Non l’abbiamo scelto noi. L’hanno scelto loro quando hanno deciso di puntare sulla tutela degli assunti a tempo indeterminato e dei pensionati. I sindacati di base (parlo soprattutto dell’USB) fanno qualcosa per i/le precari/e delle amministrazioni pubbliche, ma il loro quadro di riferimento ideologico è il seguente: tutto ciò che è accaduto dopo lo Statuto dei Lavoratori è da rinnegare. Ora, il mondo in 40 anni è cambiato. Non c’è più l’Unione Sovietica, ma c’è Internet. E l’agente rivoluzionario non è più l’operaio socialista, ma la/il shabab facebook, la/il giovane studente/ssa o precaria/o che fa fatto la rivoluzione da Tunisi al Cairo.
La crisi, che ho chiamato fra i primi Grande Recessione e che ho in qualche modo previsto (vedi rekombinant, nettime, leftcurve fra il 2003 e il 2006), ha reso l’intera società precaria, col ritorno della disoccupazione di massa. Sì, ma della disoccupazione di massa giovanile. La disoccupazione fra i giovani ha raggiunto livelli parossistici in Grecia, Portogallo, Spagna, Italy. Questo è il risultato più evidente del processo di precarizzazione che ha investito la società europea negli ultimi vent’anni, ossia da Maastricht in poi, e soprattutto delle politiche suicide di austerity portate avanti da Germania e UE. L’austerity delle élite neoliberiste ancora al potere ha costituito quella che è indiscutibilmente la parte ribelle ed esplosiva del precariato italiano ed europeo. In una situazione così, con i banchieri che s’intascano soldi a tasso zero mentre i giovani sono lasciati a marcire, chi non tira sassi contro i vetri del potere è irrazionale.

Mentre in Europa i leader, vista la malaparata, in queste settimane decidono di come allentare il piedino malese dell’austerità e del rigore, i ghetti vanno in fiamme da Londra a Stoccolma e la gioventù multietnica senza speranza e senza giustizia risponde come da sempre nella storia della democrazia dal 1300 in poi: ribellione, tumulto, riot. The politics of austerity is the politics of riots, e il precariato lo deve sapere anche se è non violento. Da Tahrir fino a Taksim passando per Sol e Zuccotti, si sta da una parte sola della barricata. Dalla parte dei ribelli, contro il potere. In nome di una democrazia della piazza, dei media, autorganizzata, radicale, partecipata. Cosa vogliono i movimenti indignati e blockupy d’Europa animati da centinaia di migliaia di studenti e precari/e? La fine dell’austerità e del saccheggio della democrazia a opere delle élite. Aggiungo che dobbiamo coalizzarci intorno a un’ampia rivendicazione: ci dobbiamo conquistare una montagna di miliardi di euro (finanziata da eurobond monetizzati da Francoforte) da spendere in quelle persone, progetti, esperienze che creano realmente società e socialità, condivisione e convivialità, tolleranza e rispetto, fiducia e solidarietà invece di paura e ostilità.

L’advocacy sindacale del precariato non può che essere laica e pink

Il precariato non ha ideologia né soggettività che non sia oggettiva: rimane ancora classe ex se. Il precariato (assai più classe del proletariato, i cui contorni rimasero sempre vaghi e che escludeva i lumpen) è una generazione che il processo storico ha trasformato in classe sociale nel senso marxiano o weberiano del termine. Il precariato è soprattutto il prodotto della distruzione della classe media a opera del neoliberismo e della crescita di una classe servile, ricattabile e precaria, nella conoscenza e nei servizi. Come il fordismo aveva generato il proletariato industriale, il neoliberismo ha generato il precariato sociale. Il precariato non ha ancora quindi coscienza di sé ed è impolitico. I precari, soprattutto in sud Europa, aspettano la vita che gli passa di fronte inesorabile, lasciandoli al margine delle grandi scelte, mentre il tempo passa e nessuno può più permettersi di fare bambini. In assenza di ogni speranza ragionevole di futuro, i precari non possono che essere prevalentemente nichilisti, come del resto tutta la cultura pop contemporanea da Twilight in poi. Tuttavia, se vuole essere politicamente e sindacalmente efficace, il precariato deve dotarsi di una visione politica e di un’organizzazione che persegua i propri interessi di generazione-classe (e di classe generale, come lo fu quella operaia – che tutti a sinistra se lo mettano in testa): un reddito stabile, una città conviviale, accesso a istruzione, cultura, ecologia, tecnologia, servizi sociali e sanitari gratuiti, una casa e la scuola per i figli delle coppie precarie. Il precariato non è al momento di sinistra. Del resto la sinistra è stata massimamente ipocrita sui precari e nei fatti si è attardata su battaglie di retroguardia invece di fornire tutele adeguate alla massa crescente del precariato. Può tuttavia avere molte chance un’organizzazione implicitamente di sinistra (come battaglie e rivendicazioni, ma non come simboli e riferimenti) che difenda i diritti dei precari/e in Italia e in Europa, vale a dire un’advocacy moderna, strutturata come una ONG internazionale.

Il precariato è per metà figlia/o di immigrati. Gli immigrati sono l’avanguardia del precariato e le loro lotte (penso alla logistica) sono fiere e coraggiose. Lo ius soli non è più indifferibile, proprio come il matrimonio e le adozioni gay. Il precariato prenderà coscienza di sé quando diventerà attivamente multietnico e meticcio come è già il popolo europeo. Tante culture e pratiche devono alimentare la soggettività del precariato. Un soggetto ribelle e barricadero, escluso e sfruttato, e per questo tutt’altro che pacificato, è l’unica scossa che può rianimare un’Europa morente, in solidarietà con le sorelle e i fratelli di tutto il bacino mediterraneo.
La politica autonoma del precariato non può che essere il populismo di sinistra, l’agire e la comunicazione che costituisce il popolo in opposizione alle oligarchie finanziarie e agli eurocrati in nome dell’Altra Europa: ecologista, libertaria, femminista, socialista. Contro la BCE e la Commissione Europea, diamo forza inedita a quelle tendenze nel Parlamento Europeo per rivendicare una nuova sovranità nell’UE, non più quella intergovernativa e tecnocratica di poche elite, ma quella democratica del popolo che la crisi l’ha pagata eccome.
Islamofobia e islamismo sono i due pericoli che abbiamo di fronte sia in Europa sia nel Magreb e in Turchia. Anche a Tunisi e al Cairo i salafiti sono una brutta storia, un acerrimo nemico. I giovani precari di Tahrir e Taksim si oppongono ad autoritarismo e islamismo, anche moderato, in nome di una società attiva, secolarizzata, creativa, sovversiva. Proprio per questo, l’advocacy sindacale del precariato (Precarious Anonymous?) non può che essere laica e pink. Si batte per i diritti sociali di tutte e tutti i precari nell’Euromediterraneo, qualunque sia il loro genere e la loro fede religiosa, porta solidarietà ovunque i diritti di donne, gay, minoranze siano violati nel mondo. Coordina proteste transeuropeee come quelle di Blockupy. Lancia e realizza scioperi e campagne del precariato, che rilanciano l’indignazione di Puerta del Sol e di Gezi Park: OCCUPY EVERYWHERE. Il precariato deve continuare a conquistare l’agorà pubblica e mediatica come ha saputo fare da Occupy Wall Street fino ad Occupy Taksim. La sua costituzione online e sulle piazze centrali delle città del globo, è il passaggio necessario perché il precariato diventi soggettività politica autonoma, sovversiva e potenzialmente rivoluzionaria.
Il precariato arabo-turco differisce da quello europeo e quello americano, anche se è il prodotto delle stesse politiche neoliberiste. I precari del Cairo e d’Istanbul hanno dalla loro parte la forza della demografia; i precari di Madrid e di Milano sono invece immersi in società ingrigite dall’invecchiamento della popolazione. L’America è un caso intermedio: l’immigrazione clandestina la mantiene giovane. Mentre Intern (lo stagista, lavoro usa-e-getta che spesso non riceve alcun rimborso e cova vendetta) è la commedia amara dell’estate cinematografica statunitense, la disoccupazione dilagante fra i neolaureati oberati di debiti per pagare le costose università americane ha portato diversi trentenni a dover rispolverare la cameretta nella casa di mamma e papà. Fenomeno senza precedenti, che porta il Nordamerica ad assomigliare sempre più all’Europa mediterranea, dove i figli non se ne sono mai veramente andati dalla famiglia d’origine. Hanno preferito mantenere il proprio livello di consumo, piuttosto che metter su casa (occupandola, magari) lontano dalla protezione di genitori che lavorano ancora a tempo indeterminato oppure percepiscono laute pensioni e godono di discreti livelli di ricchezza immobiliare e finanziaria. Per chi lavora, il salario minimo (che ancora non esiste nell’eurozona) è la norma, i benefits di chi invece è assunto a lungo termine (contributi medici e pensionistici) una chimera. E in un’economia in cui la libertà di licenziare è raramente messa in discussione, i licenziamenti fra i neoassunti hanno falcidiato un’intera generazione. I giovani USA, proprio come quelli UE, sono la prima generazione ad avere la certezza di avere un futuro peggiore di quello dei propri genitori. Le aspettative crescenti sono finite, dilagano pessimismo e profezie di declino. In America non c’è la stessa rigida divisione corporativa del mercato del lavoro che esiste in Europa, fra insiders di mezza età protetti dai sindacati e ousiders precari (giovani, donne, immigrati): tutti sono a rischio e alla mercè dei datori di lavoro, ma gli ultimi arrivati sono come in Europa nelle peggiori condizioni possibili di partenza. Tuttavia, la precarietà negli Stati Uniti è un prodotto della Grande Recessione; nell’Unione Europea ha ulteriormente aggravato una questione sociale già esistente.

Sconfiggere l’Europa di Maastricht con un’altra Europa

Oggi la missione sociale fondamentale del precariato è sconfiggere l’austerity e imporre soluzioni fiscalmente espansive alla crisi che vadano in direzione di un miglioramento netto complessivo delle condizioni educative, lavorative, sociali della generazione precaria. Solo nuovi e ingenti trasferimenti sociali come il reddito minimo di base, l’istituzione del salario minimo orario nell’eurozona, il lancio di programmi europei per l’impiego di giovani artisti e scrittori, l’ampliamento dell’Erasmus, il credito a tasso zero dato a startup d’impresa e sociali animate da comunità di precari/e, istruzione universitaria gratuita e altre misure radicali ma fattibili, potranno consentire all’economia europea di uscire dalla Grande Recessione, di cui soffre più di ogni altra regione al mondo, a causa della politica macroeconomica autolesionista di aggressione alla società imposta dalla Troika. Il precariato deve far saltare Maastricht e ottenere mutualizzazione/amnistia del debito ed emissione di eurobond per avere il reddito di base (e non chiamiamolo di cittadinanza, perché al momento larga parte dei potenziali beneficiari non sono ancora cittadini). Questo è il problema centrale e la sfida esiziale. Per vincerla, il precariato deve allearsi con chiunque condivida la negazione dell’austerità, ma sapendo che quando dalle politiche restrittive si passerà alle politiche espansive, dovrà attentamente vegliare a che i nuovi soldi siano spesi a beneficio del proprio interesse sociale, e lì i vecchi alleati saranno inservibili. Per esempio, riguardo all’attuale piano del lavoro ai giovani di Letta benedetto dall’UE possiamo scommettere che non darà un’oncia di stabilità e prevedibilità in più alla vita dei precari.

Ogni governo di larghe intese va contro gli interessi del precariato. Dal ’68 fino all’Hartz IV le Grosse Koalition si sono fatte contro la gioventù tedesca. Dal ’77 al 2011-2013 i governi di solidarietà nazionale si fanno sulla pelle dei giovani disoccupati e precari. Soprattutto i governi di grande coalizione perseguono la politica conservatrice della sua parte destra, Merkel in Germania, Berlusconi e Monti in Italia. E’ vitale che verdi, socialdemocratici e sinistra tornino maggioranza in Germania e in Europa. La politica di popolari e conservatori porta solo a povertà crescente e pulsioni di destra razzista e nazionalista sempre più incontrollabili. Il fronte populista del precariato è antifascista e anitrazzista, così come antiautoritario e antiproibizionista. Solo una base sociale attiva e conflittuale può imprimere una svolta di sinistra alla politica europea. Se il precariato non si ribellerà, ogni riforma del welfare è preclusa. Questa è la scommessa politica e di piazza oggi. Ogni illusione di fuga dall’Europa si rivela presto o tardi nazionalismo/populismo di destra. Bisogna sconfiggere l’Europa di Maastricht con un’altra Europa, non con la fine dell’Europa. L’Europa bisogna affrontarla frontalmente rivendicando una fonte alternativa di tradizione e legittimità politica: quella giacobina, garibaldina, comunarda, consiliarista, partigiana, contestaria, noglobal, occupy. Un bivio storico si è aperto con la Grande Recessione, saprà il precariato essere il soggetto sociale che cambia l’equazione del potere in Europa, in America e Medio Oriente? Che impone una soluzione climaticamente sostenibile e socialmente egualitaria alla crisi?

Visto il discredito in cui è caduta la politica, l’importante è diventare parte di un fronte sociale che cambi il corso del futuro e ricostruisca radicalmente la democrazia. Che svolga il ruolo che fu del Fronte Popolare in Europa e in America negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso: sconfiggere il fascismo nel mondo e dare una soluzione di sinistra (forti sindacati, alti salari, welfare state) alla Grande Depressione. Voglio chiudere con un sogno giacobino: che il precariato europeo emuli il precariato arabo e rovesci il potere europeo attuale. Occupiamo il Parlamento Europeo e facciamone un potere in opposizione a Consiglio, Banca e Commissione. Perché per difendere la società, il precariato deve prendere il potere. La generazione dei social media non si può più far governare dalla gerontocrazia.

Destinazione Lampedusa, cronache e racconti dall’isola: 20 maggio ore 17

Ancora un appuntamento organizzato dalla Rete Sportelli Immigrazione Arci: il 20 maggio prossimo si torna a parlare di Lampedusa, tappa di tante vite e meta di illusioni e speranze.

Presso Villa Pallavicini (Via Meucci 3 MM2 Crescenzago) inaugurazione della mostra fotografica di Flavio Lo Scalzo “Lampedusa un anno fa. Reportage dall’isola” e testimonianze a cura della Rete Sportelli Arci.

Ingresso con sottoscrizione