Tag: Francesca Chiavacci

A Gaza si è consumata una strage

A Gaza si è consumata una strage, mentre Trump e Nethanyahu festeggiavano il trasferimento dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme

Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

 

È un prezzo troppo alto quello che si sta pagando per l’ossessione di Israele di avere Gerusalemme come propria capitale.

Le oltre 50 vittime di ieri con quasi 3.000 feriti, tutti Palestinesi, ci raccontano qualcosa di molto diverso dalla narrazione degli “scontri” o del “legittimo dovere alla difesa dei confini”.

Quello a cui abbiamo assistito è una vera e propria carneficina con professionisti che, a distanza di grande sicurezza, sparavano ad altezza uomo e uccidevano gente disperata che da 11 anni vive segregata: 2milioni di persone in un fazzoletto di terra di 800 kmq, senza approvvigionamenti di alcun tipo.

Parlare di uso sproporzionato della forza è solo un eufemismo che copre delle responsabilità enormi, equamente suddivise tra Netanyahu e Trump.

Nell’assordante silenzio dei Paesi Arabi e nel balbettio della Anp, si sta consumando una tragedia che potrebbe innescare una destabilizzazione pericolosissima nell’area e che potrebbe portare nelle braccia della jihad un popolo che vorrebbe soltanto poter esistere dignitosamente.

Tutto ciò crea angoscia e preoccupazione. Saremo quindi al sit in organizzato per questo pomeriggio a Roma per scuotere il Parlamento e le istituzioni democratiche, e instancabilmente continuiamo a denunciare le violazioni della legalità internazionale alle Nazioni Unite e alla Ue.

Parteciperemo anche a tutte le iniziative che si terranno in altre città italiane. Moltiplichiamo le occasioni di sensibilizzazione, protesta e controinformazione, questo popolo è allo stremo, hanno bisogno di tutti noi.

 

Roma, 15 maggio 2018

I 40 anni della legge 194: una conquista di civiltà da salvaguardare

di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Dalla Polonia, dove in questi giorni migliaia di donne stanno manifestando nelle piazze, all’America di Trump la libertà di scelta sull’aborto è sotto attacco. E anche per questo è giusto oggi, a quarant’anni dall’approvazione della legge 194,  ricordare quella data. Anche per ribadire come in quella seconda metà degli anni 70 non ci furono solo terrorismo e violenze, ma anche conquiste di civiltà, frutto dell’iniziativa politica del movimento delle donne,  che seppe imporre nella società italiana questo  tema, insieme a tutti coloro che si battevano per la laicità dello Stato. Prima che venisse approvata questa legge, l’aborto era considerato un delitto contro la salute e  l’integrità della stirpe, punito severamente. Eppure centinaia di migliaia di donne, anche cattoliche,  lo praticavano clandestinamente, in condizioni sanitarie pessime, rischiando la vita, mentre molti medici si arricchivano. Abrogando il reato d’aborto, il fenomeno emerse dalla clandestinità e, anche se all’interno di rigide procedure e in nome della tutela della salute psicofisica della donna, anziché della sua libertà di autodeterminazione (come chiedeva il movimento femminista),   la legge   stabilì che comunque spettasse alla donna la decisione finale su questa scelta. All’art.9 la legge prevede la possibilità per il personale sanitario di dichiararsi obiettore di coscienza, e già 40 anni fa fu chiaro quanto sarebbe stato necessario vigilare perché l’obiezione non fosse usata come strumento per boicottarla. Nacquero così i Comitati per l’applicazione della 194, che videro il protagonismo di donne, associazioni, medici, operatori sanitari.

Nel 1981 la legge venne anche sottoposta a due referendum, di segno opposto, e ne uscì indenne. Stiamo parlando di un provvedimento che indubbiamente ha raggiunto con successo il suo obiettivo: in questi quarant’anni le interruzioni volontarie di gravidanza sono diminuite del 40%, sono praticamente scomparse le morti per aborto, il profilo sociale delle donne e delle coppie italiane è molto cambiato. Ma la sua applicazione sta diventando sempre più difficile, perché l’obiezione di coscienza, che sarebbe dovuta essere un fatto straordinario, è aumentata in maniera enorme, raggiungendo percentuali del 90% dei medici in alcune regioni. Tra il 2005 e il 2014 si è registrato un aumento dal 59% al 71% per i medici e quasi il 50% per gli anestesisti. Questo fa sì che i pochi medici non obiettori in alcune strutture siano costretti ad occuparsi per tutta la loro carriera professionale quasi esclusivamente di aborti, mentre le pratiche di IVG non sono contemplate dai programmi di specializzazione dei ginecologi. C’è allora da chiedersi come mai, mentre il numero di aborti è in costante calo, il personale medico accampi sempre più spesso problemi di coscienza. C’è chi ha parlato di una sorta di ‘agonia’ della legge 194. Siamo certamente di fronte a un arretramento della responsabilità pubblica nella tutela di un diritto, quello alla salute,  garantito dalla Costituzione.

Assistiamo  a una discussione pubblica (basti pensare a quella sulla legge sulla procreazione assistita) che sempre di più vuole imporre morali e modelli, riaffermare il controllo sul corpo femminile, restringere la libertà delle donne. Noi non ci stiamo e continueremo a batterci per la piena applicazione di una legge che resta ancora oggi una grande conquista di civiltà.

 

Approvata in via definitiva dal Senato la legge sul biotestamento

Una conquista di civiltà

Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

 

A larga maggioranza il Senato ha approvato questa mattina la legge sul “consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento” (Dat), cioè la legge che introduce, anche in Italia, il testamento biologico.

Un atto di civiltà, che riconosce l’autodeterminazione terapeutica del paziente e salvaguarda la dignità della persona anche quando non più autonoma o prossima alla fine.

La discussione nel paese è andata avanti per anni, sollecitata da alcuni casi emblematici come quelli  sollevati da Peppino  Englaro o Mina Welby, che chiedevano di mettere fine ‘legalmente’ alle sofferenze dei propri cari.

Dopo l’approvazione alla Camera, la proposta di legge si è arenata per mesi al Senato, fra ostruzionismo e migliaia di emendamenti che avevano il solo scopo di rallentarne l’iter.

Il testo che esce oggi dal Senato non è il migliore possibile: il medico conserva un forte potere discrezionale, non è chiaro se verrà istituito un registro nazionale per le Dat o solo quelli regionali, con la possibilità di differenze interpretative tra regione e regione. E tuttavia si tratta di un primo fondamentale passo in avanti che fa del nostro paese un luogo più civile.

 

Roma, 14 dicembre 2017

Catalogna: è un affare europeo

Condanniamo la violenza della Policia National e della Guardia Civil sulla popolazione inerme ai seggi in Catalogna domenica 1 ottobre ed esigiamo che si faccia luce sulle responsabilità politiche di una aggressione che non può trovare cittadinanza in uno Stato europeo del ventunesimo secolo.

 

Il fatto che, per la attuale Costituzione spagnola, il referendum fosse illegale in alcun modo giustifica la violenza contro una grande e nonviolenta espressione di partecipazione popolare.

I problemi politici si risolvono con la politica.

Facciamo appello urgente a una mediazione internazionale, per trovare una soluzione condivisa attraverso il dialogo e l’accordo, che eviti il ricorso ad atti unilaterali.

Chiediamo al governo spagnolo e a quello catalano di facilitare la ricerca di tale soluzione, alle forze politiche e sociali di tutta Europa di sostenere questo obiettivo.

L’Unione Europea, che interferisce in permanenza in scelte essenziali dei propri paesi membri, non può continuare a ripetere che il conflitto aperto fra la Catalogna e il governo spagnolo è un affare interno di uno stato.

E’ un affare europeo, non solo perché il destino della Spagna e della Catalogna avranno influenza su tutta l’Europa, ma perché il modello di democrazia e di convivenza in Europa è questione che riguarda tutti e tutte.

E’ interesse di tutto il continente trovare modi per dirimere la questione in modi pacifici, avanzati, produttori di maggiore democrazia, diritti, partecipazione.

 

Francesca Chiavacci – Presidente Nazionale ARCI
Martina Carpani – Rete della Conoscenza
Andrea Torti – Link Coordinamento Universitari
Francesca Picci – Unione degli Studenti
Rossella Muroni – Presidente Nazionale Legambiente
Nicola Fratoianni – Segretario Sinistra Italiana
Giuseppe Civati – Segretario Possibile
Arturo Scotto – Articolo 1 MDP Movimento Democratico e Progressista
Maurizio Acerbo – Segretario Rifondazione Comunista
Roberto Musacchio – L’Altra Europa con Tsipras
Lorenzo Marsili – DiEM 25
Roberto Morea – Transform Italia
Alfiero Grandi – presidente Associazione Rinnovamento Sinistra
Vincenzo Vita – presidenza ARS
Alfonso Gianni – direttivo Coordinamento Democrazia Costituzionale
Monica Di Sisto – Fairwatch
Marco Bersani – Attac Italia
Silvia Stilli – Portavoce AOI
Daphne Buellesbach – European Alternatives
Domenico Rizzuti – Forum per la Cittadinanza Mediterranea
Nicola Vallinoto – Comitato Centrale Movimento Federalista Europeo
Lamberto Zanetti – Istituto studi sul Federalismo Paride Beccarini
Roberto Castaldi – CesUE Centro Studi Unione Europea
Vittorio Bardi – Associazione Sì Energie Rinnovabili
Marco Revelli – sociologo
Francesca Fornario – giornalista
Moni Ovadia – artista

 

Rinvio ius soli: un boccone troppo amaro da ingoiare

Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Quel che temevano è purtroppo diventato realtà. Grazie a un gioco di scaricabarile fra il segretario del Pd e il governo, il rischio che neanche in questa legislatura venga approvata la legge di riforma della cittadinanza è altissimo.

Il boccone da ingoiare è veramente amaro. Prevale nuovamente il calcolo elettorale.
Il segretario della principale forza politica che sostiene il governo aveva assicurato che una legge di civiltà come questa non si poteva non approvare subito, ma poi ha aggiunto che la decisione sulla fiducia sul c.d. ius soli “temperato” spettava al governo e solo al governo.

Cosi il presidente del Consiglio si è ritrovato col cerino acceso in mano. E Gentiloni ha preferito dire no e rinviare.
Invece di ribadire le ragioni di una legge giusta e urgente, si è preferito evitare incognite su un voto dagli esiti incerti.

Dunque ora si parla dell’autunno. Questo però significa praticamente mai in questa legislatura, perché a settembre  il Parlamento sarà impegnato su una difficile legge di Stabilità e la sessione di bilancio durerà tutto dicembre.

Sarebbe più onesto dire chiaro e tondo che dello ius soli si parlerà ormai nella prossima legislatura, sempre che gli equilibri che usciranno dalle elezioni lo consentano.
E così più di un milione di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, nati o cresciuti in Italia da genitori stranieri continueranno a vedersi esclusi dalla cittadinanza italiana, nonostante italiani si sentano a tutti gli effetti.

Una decisione ipocrita e crudele per gli effetti che comporta. Due ragazzi seduti nello stesso banco, o che giocano insieme a pallone, o che frequentano lo stesso gruppo di amici, non avranno uguali diritti. Un’ingiustizia insopportabile.

Roma, 17 luglio 2017

20 giugno: Giornata Mondiale ONU del Rifugiato

 

 

Care e cari ,

il prossimo 20 giugno è la Giornata Mondiale ONU del Rifugiato.

 

Per noi è da molti anni un appuntamento importante e molti comitati e circoli hanno già programmato iniziative ed eventi che sottolineano, tanto più in questa fase complessa e difficile, la rilevanza dei diritti umani e in particolare del diritto d’asilo, per la nostra democrazia.

Raccogliendo un invito che arriva dall’UNHCR, vorremmo proporre ai comitati di aderire alla campagna Porte Aperte, organizzando il 20 giugno o intorno a quella data, visite guidate per cittadini/e, istituzioni, giornalisti, nelle nostre strutture d’accoglienza o in quei circoli dove vengono realizzate attività a favore dei richiedenti asilo e rifugiati.

Ci piacerebbe che questa nostra adesione, laddove lo riteniate, possa essere caratterizzata da un invito ad assaggiare i piatti della cucina dei nostri ospiti e delle nostre ospiti, nei centri d’accoglienza o nei circoli, invitando quest’ultimi a preparare piatti della loro tradizione culinaria.

L’invito andrebbe esteso al territorio, alle comunità locali nelle quali sono inseriti i centri d’accoglienza, proponendo di entrare in relazione in maniera piacevole e festosa con chi viene accolto, facendosi raccontare le storie attraverso la cucina.

Allo stesso tempo, poiché come sapete è partita la campagna “Ero Straniero. L’Umanità che fa bene”, che promuoviamo insieme a tante altre organizzazioni sociali sarebbe utile che negli stessi giorni, ci piacerebbe che negli stessi giorni si raccogliessero le firme per la legge di iniziativa popolare che introduce tanti ed importanti elementi di miglioramento nella legislazione sull’immigrazione, superando di fatto la Bossi-Fini.

Vi preghiamo quindi di segnalare al più presto a immigrazione@arci.it le iniziative che avete già programmato e quelle che state programmando, per dare visibilità alla nostra rete territoriale sul piano nazionale e unità alla nostra iniziativa.

Siamo come sempre a disposizione per qualsiasi informazione e chiarimento e restiamo in attesa di vostre comunicazioni

 

Un caro saluto.

 

Francesca Chiavacci

Presidente nazionale
Filippo Miraglia

Vicepresidente nazionale

 

Walter Massa

Coordinatore nazionale Diritti migranti e richiedenti asilo, politiche antirazziste

 

 

Il dolore di Francesca Chiavacci per quanto successo ad Alatri

Il nostro profondo dolore per la morte di Emanuele Morganti

Ci stringiamo alla famiglia e a tutti i suoi cari

Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

 

Il nostro primo pensiero va alla famiglia di Emanuele Morganti, il ragazzo ventenne di Alatri morto per le lesioni riportate in una rissa. A loro ci stringiamo, con profondo dolore e angoscia.

La violenza è inaccettabile sempre, ma quando assume caratteri di tale ferocia non può non lasciare attoniti e sconvolti.

Emanuele era un socio Arci, tesserato al circolo davanti al quale si è consumato l’omicidio.

Questi, se possibile, aumenta il nostro dolore.

Come già hanno dichiarato i locali dirigenti dell’Arci, c’è la massima disponibilità dell’associazione a mettersi a disposizione degli inquirenti perché vengano chiarite le dinamiche dell’episodio e i responsabili assicurati alla giustizia.

Lo dobbiamo a Emanuele. Lo dobbiamo alla sua famiglia e a tutti noi.

Le ragioni del NO al referendum costituzionale

leragionidelnoMartedì 8 novembre alle ore 18.30 nell’aula 208 delll’Università degli Studi di Milano, via Festa del Perdono, le ragioni del NO spiegate da alcuni dei principali promotori della campagna referendaria.

Intervengono:

Carlo Smuraglia (Presidente nazionale ANPI)
Francesca Chiavacci (Presidente nazionale ARCI)
Danilo Barbi (Segreteria nazionale CGIL)
Martina Carpani (Coordinatrice nazionale Rete della Conoscenza)

Perché NO?

Come cambia realmente la nostra Costituzione? Quali sono le principali critiche che vengono mosse alla riforma costituzionale? Garantisce maggiori spazi di democrazia e partecipazione?

Non è vero che si stanno tagliando i costi della politica, perché a scapito della democrazia del Paese si riducono solo l’9% dei costi secondo la ragioneria dello stato.

Non è vero che la riforma non è antidemocratica. L’antidemocrazia, nell’Italia del 2016, si esprime con l’accentramento dei poteri nelle mani del governo a scapito dei nostri territori, si esprime con la modifica di 122 punti della carta costituzionale da parte di un Governo sostenuto da un parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale, si esprime costruendo una riforma incomprensibile ai cittadini con procedimenti legislativi non chiari, si esprime mettendo in ostaggio del partito di maggioranza scelte di delicata importanza.

Non è l’espressione della volontà popolare, quanto la mancata risposta da parte dei Governi ai bisogni materiali di chi vive la crisi a lasciare spazio a fenomeni di xenofobia, razzismo e neofascismo in Italia ed in Europa. Per troppo tempo si sono portati avanti interessi di pochi a scapito di quelli di molti, gli interessi dei potenti che avevano tanto a scapito di chi ha poco e non ha mai deciso nulla.

Solo una politica di pace può sconfiggere la barbarie del terrorismo – Dichiarazione di Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

bruxellesGli attentati all’aeroporto e a una stazione del metrò di Bruxelles ci riempiono di orrore e di dolore per le vittime.

Il computo dei morti, già oltre trenta, e dei feriti, almeno cento, si allunga di ora in ora. Siamo di fronte ad un terribile salto di intensità nella strategia terroristica. Probabilmente da ascrivere anche alla cattura di uno dei terroristi jihadisti ricercato dopo la strage di Parigi e alla sua decisione di collaborare con le forze di polizia. Ma al di là delle analisi e delle supposizioni è evidente l’intento politico dell’atto terroristico: colpire il cuore politico e istituzionale dell’Europa, non semplicemente una capitale europea, ma quella dove hanno sede le istituzioni dell’ Unione europea.

Respingere quest’attacco richiede una grande fermezza da parte delle istituzioni, dei governi, dei popoli e dei movimenti per la pace europei.

Una risposta basata sull’accelerazione dei preparativi della guerra in Libia non farebbe che dare respiro ad una strategia terrorista e la aiuterebbe a stringere le proprie fila. D’altro canto la barbara chiusura verso i processi migratori, con muri, filo spinato o “accordi” di rimpatrio forzato, ovvero di deportazione, come quello con la Turchia, ottengono solo il risultato di accrescere la disperazione, contribuendo a creare un clima favorevole al terrorismo omicida.

L’Europa è di fronte a una prova decisiva. Se vuole salvare sé stessa, l’incolumità di chi la abita, sia nativo quanto migrante, deve muoversi sullo scenario mondiale con i mezzi della politica; agendo per spegnere gli incendi e i focolai di guerra; evitando di dare credito a regimi che praticano al loro interno le più pesanti misure repressive, fino alla tortura e agli omicidi di stato; sgombrando il campo da relazioni ambigue con governi ed elite che sostengono gruppi terroristici e lo stesso Daesh; abbandonando l’idea che dai conflitti armati, dai bombardamenti indiscriminati che spesso colpiscono civili inermi e dalle possibili scomposizioni geopolitiche nel medio oriente possano derivare benefici e vantaggi economici.

E’ facile predicare politiche di pace quando il pericolo è più lontano. Assai più difficile è farlo di fronte a guerre che si allargano e a un terrorismo che agisce su uno scenario mondiale.

Ma dare forza a politiche di pace, cooperazione e integrazione proprio ora è tanto più necessario, per salvare la nostra libertà, la nostra democrazia.

Francesca Chiavacci
Roma, 22 marzo 2016

Da Arci Nazionale:

http://www.arci.it/news/comunicati/solo-una-politica-di-pace-puo-sconfiggere-la-barbarie-del-terrorismo/

#JesuisCharlie

Dopo l’attentato nella redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, il mondo del fumetto italiano si è mosso in solidarietà esprimendosi col proprio linguaggio. In questa gallery Fumettologica ha selezionato alcuni disegni fra i primi pubblicati sui social network.

Quello che è accaduto rappresenta uno dei più gravi attentati avvenuti in Europa, non solo per la crudeltà e l’efferatezza con cui si è svolto, ma soprattutto per la valenza simbolica che assume: si è colpita la libertà di espressione e di pensiero, il pensiero critico, la laicità nel paese che lo ha rappresentato storicamente, la Francia, e si è colpita la satira, cioè la forma più “scomoda” ed “irriverente” di manifestare le proprie opinioni, che fa pensare attraverso il sorriso, che getta uno sguardo obliquo oltre il pensiero conformista a metà tra il lazzo e l’amarezza con una “coraggiosa mancanza di rispetto”, dice Salman Rushdie.

“Non c’è niente da negoziare con i fascisti.
La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.
Grazie, banda di imbecilli”
Aveva scritto profeticamente nello scorso 2012 Charb.

Oltretutto, in un momento in cui si rafforzano le spinte razziste, xenofobe e fasciste in Europa, e in particolare in Francia, questa strage appare anche come un inaspettato regalo a chi (anche nel nostro Paese) l’ha immediatamente collegata in maniera strumentale al fenomeno dell’immigrazione.

La sensazione di impotenza e di “inutilità” di fronte ad avvenimenti come questo è indubbiamente forte, ma credo che un’associazione culturale come la nostra, più di altri soggetti, debba reagire organizzando sia oggi, nel momento del clamore, presidi di solidarietà e di testimonianza.

Anche nei prossimi mesi, quando l’attenzione mediatica sarà minore, dovremo tenere alta l’attenzione sull’importanza della libertà di pensiero e di espressione, rafforzando la nostra iniziativa di promozione culturale.

Francesca Chiavacci, presidente Arci

La neopresidente Chiavacci: ci faremo sentire di più

Intervista di Daniele Biella pubblicata su Vita.it

Alla fine, l’impressione è molto di più di una pax romana: l’Arci, Associazione ricreative e culturale italiana, emerge dall’incontro di sabato 14 giugno con un nuovo presidente, Francesca Chiavacci, donna (è la prima volta, in concomitanza con la nomina della presidente onoraria Luciana Castellina), 52 anni e due figli, fiorentina. Al suo fianco, come vicepresidente con ‘poteri’ comunque ampi è l’altro candidato, Filippo Miraglia, 49 anni e tre figli. “Già da ieri, primo giorno vero di lavoro, ci siamo sentiti per concordare i primi passi del nuovo corso”, spiega Chiavacci a Vita.it. A tre mesi dall’impasse del Congresso di marzo, dove è esplosa la tensione per le diversità di opinione sulla strada da intraprendere e sulla composizione del Consiglio nazionale (rinnovato anch’esso sabato scorso), e soprattutto a dieci anni dalla morte (era il 20 giugno 2004) del compianto presidente Tom Benetollo, l’Arci si ricompatta e rilancia la sua azione sociale. Come? Ecco le risposte della neopresidente.

In che modo siete riusciti ad arrivare a una decisione condivisa da tutti?
Siamo ripartiti dai contenuti, più che dalle persone. Il confronto di marzo è stato aspro e doloroso, ma l’essere arrivati a una soluzione che va al di là delle cariche formali e soprattutto non genera ‘correnti’ è un ottimo punto di partenza. Sabato scorso si è vista molta voglia di convergere: siamo caduti, ora ci si è rialzati, con più cura verso noi stessi e quello che rappresentiamo. Il nuovo corso vedrà un Arci più veloce a reagire e a farsi sentire dal punto di vista politico su tutti i temi a noi cari, partendo comunque da un radicamento sul territorio che è la nostra forza sociale.

Si legge in questo senso il lavoro in tandem con il nuovo vicepresidente Miraglia?
Sì. Siamo in una fase politica difficile a livello nazionale, in cui i corpi intermedi, ovvero il Terzo settore, la società civile, fatica ad avere gli spazi che gli competono e che merita, soprattutto quando c’è una relazione troppo diretta tra il leader di governo e il popolo. L’associazionismo in generale, e in particolare la nostra realtà di promozione sociale, non può stare a guardare: dobbiamo necessariamente farci vedere di più, e se non ci sono gli spazi bisogna prenderseli a tutti i costi. Finora siamo stati ‘lenti’ in questo senso, sulle questioni fondamentali dobbiamo agire più in fretta, essere più riconoscibili a livello mediatico.

Quali sono le questioni fondamentali?
Quelle che più di altre fanno parte della nostra storia e dei nostri valori: i diritti civili, la cultura, e ovviamente l’immigrazione, su cui comunque siamo già in prima linea da tempo: il diritto di cittadinanza, l’accoglienza dei rifugiati sono due dei temi urgenti da trattare. Poi c’è la riforma del Terzo settore: vogliamo dire a tutti che ci siamo anche noi. In tal senso abbiamo già inviato le nostre indicazioni alla piattaforma messa a disposizione dal governo, e naturalmente ci sentiamo rappresentati dal Forum del Terzo settore, di cui facciamo parte. E’ chiaro che partiamo da un punto di vista diverso: come Aps, Associazione di promozione sociale, siamo diversi dal volontariato vero e proprio, avendo realtà come i circoli che hanno una dimensione economica fondamentale per la loro esistenza. Ma proprio il valore sociale delle atività ricreative e culturali delle nostre strutture ci fa sentire in pieno parte integrante di questo mondo che oggi più che mai ha un ruolo centrale nello sviluppo della società.

Con il nuovo corso, a livello interno cambierà qualcosa nella struttura organizzativa dell’Arci?
Ci sarà senz’altro una riorganizzazione interna, per rendere più rapido ed efficiente proprio il nuovo modo di agire a livello nazionale. Non sarà semplice, perché stiamo parlando di strutture virtuosamente autonome a partire dal bilancio stesso, ma dovremo trovare una soluzione efficace per tutti. Un segno del cambiamento è già arrivato dalla soluzione al problema della rappresentatività in Consiglio nazionale: quello che è stato eletto sabato è composto da ben 185 membri, espressione non solo dei territori con più soci ma anche di tutti quelli che ne hanno di meno ma che svolgono un lavoro politico che deve essere assolutamente rappresentato.

Quale sarà un punto fermo del suo mandato?
Girare i circoli di tutta Italia. Lo sto già facendo da tempo, ma ora più che mai c’è bisogno di vedersi, confrontarsi, condivedere esperienze e battaglie. L’incontro è la parte più bella della nostra associazione, ed è anche la più utile. In questo senso, proporrò di realizzare veri e propri gemellaggi tra le varie realtà.

Articolo originale su vita.it/non-profit/promozione-sociale/arci-chiavacci-nuova-presidente-ci-faremo-sentire-di-pi.html