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Con la Grecia a Roma per cambiare l’Europa! – 23, 24, 25 marzo

 

Francesca Chiavacci, presidente dell’Arci:
“Con la Grecia a Roma per cambiare l’Europa”
Intervista ad Argiris Panagopoulos
pubblicata al giornale di SYRIZA “Avgi”, Mercoledì 22/3/2017

“Vogliamo un’altra Europa e andremo a rivendicarla a Roma con il contributo sostanziale della Grecia che ci piace e che è diventata una specie di esempio, che noi sosteniamo”, ha detto ad “Avgi”, la presidente dell’Arci Francesca Chiavacci che giovedì 23 marzo interverà con Alexis Tsipras nella Facoltà di Economia presso l’Università di Roma e venerdì nella Facoltà di Matematica all’evento che vedrà la partecipazione della ministra del lavoro Efi Ahtsioglou.

Come vede l’Europa sessant’anni dopo i Trattati di Roma?

L’ Europa sembra interessarsi solo della politica economica: è indifferente nei confronti della società e dei suoi cittadini, si disinteressa dei suoi principi di solidarietà. In Italia e in Grecia siamo di fronte ad uno dei più grandi problemi degli ultimi decenni. Vediamo il Mediterraneo trasformarsi in un cimitero e alcuni pensano solo al modo in cui erigere fili spinati. Purtroppo, il ministro dell’Interno dell’Italia sottovaluta il problema dei rifugiati e degli immigrati riducendolo ad un problema di sicurezza. Il nuovo governo non sembra seguire gli sforzi di solidarietà interni ed esterni che aveva invece seguito il governo precedente.
Ci incontreremo a Roma, anche con la vostra ministra Efi Ahtsioglou, non per rifiutare l’Europa, ma perché ne sogniamo una migliore, che vogliami costruire sui valori che le sono propri, lottando contro il razzismo, la xenofobia, il nazionalismo e il populismo, che molte volte trovano terreno anche tra la sinistra estrema, con la richiesta di un ritorno agli stati nazionali. La nostra Europa non ha invece confini. La crisi e le disuguaglianze le dobbiamo combattere e vincere con la democrazia e la partecipazione dei popoli d’Europa.

Perché ha firmato in questi giorni insieme ad altre personalità un appello di sostegno al popolo greco e al suo governo e perché vuole partecipare alle iniziative pubbliche con il primo ministro greco e la ministra del Lavoro?

L’appello ci ha piaciuto davvero perché ha cominciato dal basso, quello che abbiamo sempre voluto, e ha avuto un buon impatto. Questa è la vera democrazia. Vogliamo affrontare la crisi fornendo risposte nel luogo in cui la crisi si è presentata per prima volta. Questo è il nostro “gemellaggio” con la Grecia. Ci è piaciuto anche la reazione del popolo greco e il grande cambiamento che ha avuto luogo. In Arci vogliamo sempre la partecipazione della gente ad attività culturali, ricreative e sociali, e non solo a quelle di “alta politica”. Oggi la Grecia ci indica la strada, perché combatte con dignità la battaglia per uscire dalla crisi e salvare la sua gente. Purtroppo, gran parte della sinistra italiana ha seguito per di più modelli neoliberisti. Stiamo cercando, come tutti, di capire e di imparare per poter essere in grado di affrontare queste politiche distruttive. L’appello a favore della Grecia parte da questo.
L’Europa e il FMI non devono imporre alla Grecia e a nessuno misure che siano contro i diritti dei lavoratori, taglino i salari e le pensioni, smantellino lo stato sociale. Stiamo difendendo i valori europei della democrazia, della solidarietà, della coesione e della giustizia sociale. Stiamo difendendo la Grecia per difenderci. Sessant’anni dopo i Trattati di Roma lottiamo per costruire l’Europa che hanno sognato, dal confino fascista dell’esilio, Spinelli e Rossi.

Uniti e solidali con la Grecia per cambiare l’Europa

La Grecia ha intrapreso la strada per uscire dalla crisi. Il Fmi e la Commissione Europea pretendono nuove misure di austerità per dopo il 2018, peraltro in contraddizione tra di loro, che non sono previste né dai Trattati europei né nella costituzione di nessun paese al mondo, e per questo assolutamente ingiuste, dannose ed inaccettabili.

Non solo la Grecia, ma anche altri Paesi, subiscono le conseguenze nefaste delle politiche di austerità,  nuove richieste di sacrifici e contro riforme. Sessant’anni dopo la firma dei Trattati di Roma, l’Europa deve tornare alle sue radici democratiche, di pace, di solidarietà e di giustizia sociale. L’Europa deve riprendere il processo di integrazione, all’insegna di unità e solidarietà. Ciò significa archiviare la stagione dell’austerità con le sue ricadute negative, oltre che mettere in discussione la cultura del Patto di stabilità e del Fiscal Compact.

L’austerità ha scatenato la frammentazione dell’Europa, ha sfregiato le costituzioni democratiche con l’assurdo Patto di stabilità, ha creato disoccupazione di massa in tanti paesi, impoverimento e marginalizzazione.

L’Europa non deve tornare nei suoi nazionalismi egoistici, i fili spinati, la divisione dei suoi popoli e dei suoi lavoratori, la xenofobia e il razzismo.

L’Europa deve e può uscire dalla crisi unita e solidale cambiando politica e riscrivendo i Trattati ingiusti, creando un grande programma di investimenti pubblici e privati per far ripartire le sue economie e creare posti di lavoro veri per la prosperità di tutti i suoi cittadini. È necessario che l’Europa avvii una politica di contrasto al dumping salariale e sociale e faccia di questo il fondamento del Pilastro europeo dei diritti sociali attualmente in discussione, rilanciando un’idea di welfare inclusivo e di protezione sociale su scala continentale. Si tratta di scelte urgenti soprattutto per restituire speranza e fiducia nel futuro si giovani europei.

Facciamo un appello a tutte le forze democratiche a prendere posizione e a mobilitarsi e al governo italiano di sostenere la Grecia nella riunione dell’Eurogruppo del 20 di febbraio e chiediamo che già il Consiglio Europeo del 25 di marzo per il 60° anniversario dei Trattati istitutivi dell’UE sia l’occasione per rivendicare un’Europa diversa e migliore, quella dei suoi popoli e dei suoi principi democratici.

L’Europa, il suo e il nostro futuro, sono nelle nostre mani!
FIRMA ANCHE TU: http://bit.ly/2mfDA1b

  •  Susanna Camusso, segretario generale CGIL
  • Francesca Chiavacci, presidente ARCI
  • Andrea Camilleri, scrittore, sceneggiatore e regista
  • Stefano Rodotà, giurista, politico ed accademico
  • Vezio De Lucia,  urbanista
  • Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
  • Olga Nassis, presidente delle comunità greche in Italia
  • Renato Accorinti, sindaco di Messina
  • Monica Di Sisto, giornalista, campagna contro il TTIP
  • Anna Falcone, avvocato, costituzionalista
  • Paolo Favilli, storico
  • Carlo Freccero, c.d.a RAI
  • Tomaso Montanari, storico dell’arte, vicepresidente di Libertà e Giustizia
  • Moni Ovadia, attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante
  • Marco Revelli, storico, sociologo e politologo
  • Lorenza Carlassare, costituzionalista

Shale gas: dalla rivoluzione ai necrologi

“Nonostante tutta la propaganda di petrolieri, investitori, banche e politici lo shale gas non sarà la soluzione di nessuno dei nostri problemi energetici o occupazionali”. Lo affermava nel suo blog Maria Rita D’Orsogna più di un anno fa e io stesso sono più volte intervenuto su questo blog per sfatarne le virtù salvifiche, che ogni ad che si rispetti delle corporation energetiche italiane andava proclamando in tutti i convegni in cui si auspicava un approdo delle tecniche da scisto in Europa.

Interi dossier sono stati curati per disegnare il primato che gli Usa avrebbero conservato a lungo nel settore dell’energia, stroncando sul campo Russi, Arabi, Iraniani e l’Opec tutta. Invece due fattori – uno di natura geopolitica (l’abbassamento del prezzo del petrolio da parte dell’Arabia saudita) e l’altro di natura locale (la crescente opposizione dei movimenti locali negli Usa) – hanno capovolto le previsioni. Sono in atto opposizioni per ragioni ambientali in più parti del mondo,dalla California, al Sussex, in Bulgaria, in Algeria, nel Queensland.

Sara Stefanini e KalinaOroschakoff in un recente articolo sulla rivista Politico hanno documentato le difficoltà enormi che il metodo di fratturazione idraulica sta incontrando in Europa ancor prima di essere sperimentato su larga scala. Il film Gasland ha aperto gli occhi a molti attivisti, dando luogo a proteste organizzate per impedire l’inizio delle perforazioni. Una previsione dell’Us Energy Information Administration valutava in 18 miliardi di metri cubi il gas recuperabile in Europa, in particolare in Polonia, con il 29%, e in Francia, con il 28%. Ma in Polonia, ConocoPhillips è ormai l’ultima compagnia internazionale che ha lasciato le prospezioni e nel Regno Unito un consiglio locale di contea ha bloccato in questi mesi un progetto sostenuto a forza dal governo inglese.

Molte cose in Europa hanno preso una brutta piega per lo shale. La Russia con una campagna di informazione si è impegnata attivamente con le organizzazioni non governative e le organizzazioni ambientaliste con il doppio scopo di frenare l’espansione della tecnica e mantenere la dipendenza europea dal gas importato attraverso i gasdotti. Le preoccupazioni locali sui processi, il rumore, l’inquinamento delle acque e i terremoti, hanno preso il sopravvento, uscendo dall’irrazionalità e creando una vastissima documentazione scientifica sui danni e rischi del fracking e mettendo a nudo l’imprevidenza delle autorità nazionali, concentrate sull’energia potenziale e i benefici economici, ma non sugli effetti ambientali.

L’incertezza normativa ha fatto la sua parte: nessun Paese nel continente ha la stessa normativa e le raccomandazioni della Commissione europea per gestire i potenziali rischi ambientali non sono vincolanti e aprono la porta a varie interpretazioni. Così Bulgaria e Francia hanno vietato il fracking, mentre la Germania si interroga su quali regole stabiliscano standard ambientali difficilmente garantibili. Inoltre, non tutte le rocce di scisto sono le stesse e la geologia sul posto smentisce le previsioni di abbondanza: Conoco, Chevron ed Eni tutto abbandonato le loro licenze di esplorazione in Polonia dopo non essere riuscite a trovare quantità commerciali di gas.

Anche i costi si stanno rilevando poco attraenti. Le economie di scala devono ancora entrare in vigore in Europa. Negli Stati Uniti, la perforazione costa da 3 a10 milioni di dollari per pozzo. In Polonia, i 70 pozzi trivellati finora hanno un costo da 15 a 28 milioni di $ ciascuno. Ciò significa che i produttori di scisto avrebbero bisogno di un prezzo del gas ancora più elevato (circa il doppio di quello convenzionale) per giustificare il loro investimento. Infine, mentre negli Usa i proprietari terrieri hanno guadagnato molto dalle “royalties di scisto”, nella maggior parte dei paesi europei le licenze per un pozzo sono poco remunerate.

In conclusione, lo shale gas non è una priorità nemmeno per l’industria europea. E questa è una buona notizia, non solo per gli ambientalisti, ma per chi non vuole pagare con la distruzione della natura e con l’irreversibilità del cambiamento climatico uno sviluppo dissennato e una ricerca di competitività a tutti i costi, che portano alla dissoluzione dei legami di solidarietà tra i popoli e verso le future generazioni. The post Shale gas: dalla rivoluzione ai necrologi appeared first on Il Fatto Quotidiano.

Energia, diritto all’acqua e decarbonizzazione

Secondo Daryl Fields, vicepresidente della sezione Sviluppo Sostenibile della Banca Mondiale, capire il nesso acqua-energia è fondamentale per affrontare la crescita e lo sviluppo umano, l’urbanizzazione e il cambiamento climatico. E secondo il rapporto Onu “Percorsi di profonda decarbonizzazione” i Paesi sviluppati non dovrebbero considerare la riduzione della loro produzione di gas a effetto serra come un vincolo alla prosperità: l’una e l’altra vanno perseguite insieme come direzione di uno sviluppo desiderabile, che sostituisce la crescita dell’era industriale.

Ricorro a queste due autorevoli affermazioni anche per rispondere indirettamente a frequenti critiche su questo blog: critiche comunque apprezzate ma spesso espresse con un eccessivo richiamo al realismo e ad un’esperienza di consumo di materia ed energia oggi e nel futuro irripetibile. D’altra parte, molti politici o non credono all’urgenza dei cambiamenti richiesti dall’ambiente naturale da cui traiamo la vita o trovano difficile trasformare questo concetto in realtà. Preferiscono farci credere che tutto si risolva nelle alchimie di palazzo, dentro un gioco in cui a noi tocca fare solo da spettatori.

Secondo l’Environment Institute di Stoccolma, il cambiamento climatico aggraverà la pressione sulle risorse e quindi aggiungerà alla vulnerabilità delle persone e degli ecosistemi quella della penuria d’acqua. Sono infatti molti i legami e la dipendenza reciproca di energia e acqua. Ad esempio, la produzione di energia, che assicura l’affidabilità di approvvigionamento idrico e la manutenzione, influisce negativamente sulla qualità dell’acqua attraverso l’acidificazione delle piogge, gli scarichi e i reflui che “memorizzano” anche il calore e l’inquinamento prodotto, l’accelerazione dell’evaporazione al di fuori del ciclo naturale. D’altra parte, la qualità dell’acqua influenza la capacità di fornire energia. C’è, in sostanza, un “circolo virtuoso”. Si può ridurre la necessità di acqua per processi energetici così come lo spreco di energia che “consuma” e deteriora acqua.

Una gestione di acqua ed energia in modo integrato è stato storicamente reso difficile dal fatto che chi decide e lavora nei due settori parla spesso diverse “lingue”, segue diverse prospettive, è diversamente attratto dalla biosfera o dalla geopolitica.

Durante una recente conferenza internazionale a Trinidad è stato sottolineato che le regioni povere d’acqua rappresentano oggi circa il 36% della popolazione mondiale e il 22% del Pil mondiale e che la domanda di acqua è cresciuta di 600 volte nel corso del 21° secolo. Pertanto una buona gestione dell’acqua è importante per la crescita (sostenibile) e per costruire la resilienza al cambiamento climatico. L’esempio portato è quello del lago Cyhoha in Ruanda: il consumo di legna per cucinare e il taglio di alberi è stato evitato con l’impiego di fonti di energia alternative per la gente della zona (cucine solari, stufe a basso consumo di carburante e digestori di biogas), impedendo una deforestazione che stava modificando lo spartiacque e riducendo la superficie del bacino.

Una profonda decarbonizzazione delle economie sviluppate potrebbe aiutare l’Ue a superare la recessione. Si tratta di una linea ormai assodata, che sarebbe resa più efficace dall’organizzazione di una economia circolare intesa come spinta verso più elevati livelli di riutilizzo e di riciclaggio.

Le maggiori economie mondiali sono spinte dall’opinione pubblica ad adottare misure per limitare il riscaldamento globale entro i 2°C, un obiettivo che richiede una quasi completa decarbonizzazione entro la seconda metà del secolo.

Non sembra tuttavia che la classe dirigente globale colga pienamente i nessi della rete che connette energia, acqua, decarbonizzazione, riciclo e minor consumi. Eppure, creare le condizioni per una transizione verso un’economia verde, creerebbe nuova occupazione ed eviterebbe per l’Italia e l’Europa gran parte delle delocalizzazioni perseguite da un capitalismo industriale e finanziario in campo ormai senza vincoli.

Si è costituita il 23 febbraio la Rete della Pace

Dal 23 febbraio scorso il movimento per la pace italiano ha delle possibilità in più di incidere nella realtà del nostro paese. Domenica scorsa infatti 55 soggetti collettivi hanno costituito la ‘Rete della Pace’ approvando i documenti sulle finalità e sulle regole. Le hanno dato vita sia realtà locali, dalla Tavola della pace della Val Cecina a quella sarda, alla rete della pace umbra, sia nazionali, dall’Agesci alle Acli, dalla Cgil a Un ponte per e alle reti studentesche, dalle grandi reti delle Ong come Aoi, Link 2007 e Piattaforma Ong del Medioriente ad associazioni tematiche e di ricerca come Archivio disarmo e Corpi civili di pace, tutte espressioni del variegato mondo pacifista italiano.Il primo capoverso del documento finale recita: «La Rete della Pace è espressione della Tavola della Pace, cui si ispira e da cui trae origine».
La Rete è infatti il punto di arrivo di un percorso interno alla Tavola della pace, iniziato diversi anni fa e teso a rinnovare l’impegno pacifista, ad aprirsi alle altre realtà, a darsi una governance democratica e trasparente. Le dinamiche interne alla Tavola non hanno reso possibile concludere questo tragitto dentro la Tavola stessa, rallentando in questi anni anche l’efficacia della sua azione verso l’esterno. Per questo la componente di società civile della Tavola ha deciso di autorganizzarsi, sia per dare alle realtà sociali un proprio strumento di coordinamento e di iniziativa, utile alla domanda di mobilitazione diffusa e di impegno sui temi della pace declinata sui diritti, del disarmo, di una nuova politica estera del paese, sia per proporre la Tavola come luogo di incontro delle sue componenti storiche (Coordinamento enti locali per la pace, frati di Assisi, enti locali umbri, società civile) e della promozione della marcia Perugia-Assisi (lanciata unilateralmente per quest’ottobre solo dal coordinamento enti locali). La Rete della Pace rappresenta un nuovo inizio del rinnovato protagonismo dei soggetti sociali e su questi temi e sulla necessità di articolarli e agirli nei territori, di rendere popolari le battaglie pacifiste, di aprirsi alla collaborazione con altre reti.
Un primo riscontro positivo si è avuto con l’alto numero di adesioni anche di soggetti esterni all’esperienza della Tavola, e con il forte consenso per gli impegni programmatici.
Il primo è la mobilitazione per l’Arena di pace a Verona il 25 aprile, sul disarmo, la riduzione delle spese militari, la nonviolenza, occasione per creare comitati locali di sostegno, primi nuclei di nodi territoriali della Rete; poi la dimensione europea da affermare in occasione della campagna elettorale per il disarmo, per un sistema di difesa europeo che liberi risorse per il welfare, per una politica estera dell’Europa di promozione dei diritti; la dimensione mediterranea per rilanciare iniziative a fianco del diritto dei popoli all’autodeterminazione, alla democrazia, alla giustizia sociale, alla pace; in questo quadro l’adesione alla campagna per la liberazione di Barghouti e dei prigionieri palestinesi e la solidarietà al popolo siriano già a partire dalla manifestazione del 15 marzo; la partecipazione a giugno al Forum della pace a Sarajevo, la partecipazione alla campagna Taglia le ali alle armi.

Flavio Mongelli, responsabile Arci Pace solidarietà e cooperazione internazionale

L’Arci a proposito delle elezioni europee, un appuntamento cruciale

Fra pochi mesi si terranno le elezioni per il Parlamento Europeo. Sarà un appuntamento importante, più che in passato. E’ infatti dal livello europeo che oggi discende la maggior parte delle politiche che determinano e condizionano la vita e il futuro del nostro paese e delle nostre comunità.

Come dichiariamo nel nostro documento congressuale “l’unità dell’Europa sta correndo un grave rischio. Col dogma austerità e pareggio di bilancio imposto da tecnocrazia, finanza e politici liberisti, con lo smantellamento del modello sociale europeo e dei diritti sanciti dalle costituzioni nazionali si sta alimentando il fuoco dell’antieuropeismo, del populismo, del nazionalismo reazionario, della xenofobia. C’è bisogno di un progetto europeista fondato su istituzioni democratiche e legittimate, sui beni comuni e la riconversione ecologica, sul primato delle persone e dei loro diritti inalienabili rispetto al mercato.”

E’ importante che anche le nostre basi associative diano il proprio contributo a questo cruciale appuntamento elettorale. Possiamo svolgere nel territorio un ruolo prezioso, facendoci promotori di discussioni, dibattiti, iniziative per coinvolgere e rendere protagonisti persone e comunità, favorendo il dialogo fra il mondo dell’impegno sociale e le diverse forze politiche del centro-sinistra e della sinistra che si presentano alle elezioni europee.

Come certamente saprete, nel campo di forze della sinistra sta maturando in vista delle elezioni europee una nuova esperienza, quella di una lista autonoma della società civile per Tsipras. Lista che però, a differenza delle altre, in base ai regolamenti deve riuscire a raccogliere 150.000 firme certificate in poco tempo per essere ammessa alla competizione elettorale.
Uno sforzo enorme. Per questo invitiamo i nostri circoli ad aprirsi, compatibilmente con le loro possibilità, all’ospitalità di iniziative di raccolta delle firme per la presentazione di questa lista. In tal senso, quando avremo indicazioni organizzative da parte dei promotori, ve le faremo avere.

E’ bene chiarire che questo invito non rappresenta in alcun modo un posizionamento politico dell’associazione per una singola forza politica, ma piuttosto la conferma del nostro impegno in nome del diritto/dovere di facilitare la partecipazione democratica, come abbiamo fatto ospitando le primarie, le raccolte di firme per i referendum e in tante altre occasioni.
L’Arci è indipendente, autonoma e plurale. Siamo sempre stati e vogliamo continuare ad essere una “casa comune della sinistra”. Nei nostri circoli lavorano fianco a fianco persone con differenti appartenenze e collocazioni partitiche, unite però da forti valori e principi comuni che le diverse scelte al momento del voto non hanno mai messo in crisi. E’ la nostra ricchezza e il nostro valore aggiunto, che insieme difendiamo e rivendichiamo.

Anche alle elezioni europee, come sempre, i nostri soci sceglieranno liberamente chi a loro parere meglio interpreta i principi e i valori di sinistra in cui comunemente ci riconosciamo. Ma è essenziale che tutti abbiano la possibilità di farlo, e pensiamo sia giusto adoperarsi per questo. Tanto più nel momento in cui una drammatica crisi della politica e della rappresentanza rischia di allontanare milioni di cittadini dalla partecipazione democratica o consegnarli all’antipolitica.
C’è bisogno di favorire e incentivare tutte le espressioni che possono contrastare la disillusione e l’astensionismo, per ridare dignità e forza alla politica, perché solo una politica più forte può farci uscire dalla crisi nell’orizzonte dei diritti, della democrazia e della giustizia sociale.

Le alternative per un’altra Europa di Sbilanciamoci!

Sintesi del Rapporto 2014 di Euromemorandum a cura di Sbilanciamoci!

L’Unione Europea è in condizioni di uscire dalla recessione, ma alcune parti d’Europa sono ancora in depressione; la disoccupazione è particolarmente elevata nei paesi periferici e non si ridurrà sensibilmente nel prossimo futuro. Le politiche di austerità hanno generato una polarizzazione sociale e hanno indotto un processo di ristrutturazione industriale in cui si è rafforzata la posizione della Germania e degli altri paesi del Nord, mentre si è indebolita la posizione produttiva dell’Europa meridionale. La crisi ha determinato anche una significativa trasformazione della distribuzione del reddito. Nella maggior parte dei paesi esterna al “core” dell’area dell’euro i salari reali sono diminuiti, in maniera più intensa nella periferia dell’area dell’euro e in gran parte dell’Europa orientale. Le attività della Commissione europea sono sempre caratterizzate da un grave deficit democratico e da una mancanza di trasparenza. Decisioni chiave sono prese in riunioni a porte chiuse senza dover rispondere ai parlamenti nazionali o al Parlamento europeo. Con l’entrata in vigore del Trattato di stabilizzazione, coordinamento e governance e la direttiva ‘Two Pack’ la politica economica nei paesi della zona euro è ora assoggettata al pieno controllo centrale. Anche se i poteri dei parlamenti degli stati membri sulla politica economica sono stati radicalmente ridotti, non sono aumentati i poteri del Parlamento europeo. La moltiplicazione dei rozzi vincoli aritmetici sulla spesa pubblica e sull’indebitamento non solo sono controproducenti ma esprimono una sfiducia per le democrazia e una sovrastima della capacità dei processi di mercato di stabilizzare la vita economica. La retorica della competitività utilizzata dai leader europei ha anche la funzione di limitare il controllo democratico sull’economia. Le restrizioni legali in materia di politica economica sono ormai così pesanti che efficaci politiche alternative impongono l’abrogazione delle nuove misure di governance e il loro esplicito assoggettamento ad altre priorità: l’occupazione, la sostenibilità ecologica e la giustizia sociale.

La crisi finanziaria ed economica ha avuto un impatto sociale profondamente regressivo per l’alto tasso di disoccupazione, la povertà e per molti giovani la perdita di un futuro. Un quarto della popolazione europea è infatti in condizioni di povertà e un ottavo della sua forza lavoro è disoccupata. I livelli di disoccupazione giovanile sono, per l’intera UE, di uno su quattro, mentre nei paesi del sud come Grecia, Spagna e Italia si sale a uno su due o uno su tre. Il lavoro è sempre più precario: uno su cinque contratti nell’Unione europea è a tempo determinato e i lavori a part-time involontario sono aumentati. La risposta UE non è riuscita a fornire le risorse per attenuare l’impatto della povertà e della disoccupazione giovanile. Le sue istituzioni dovrebbero valutare l’impatto sociale causato dai tagli alla spesa che essa ha imposto agli Stati membri. Dovrebbe quindi fornire un sostegno nei settori chiave e assicurare il necessario supporto per bambini e giovani che stanno subendo il peso della disoccupazione e della povertà, oltre a introdurre tutele sociali ed economiche per ridurre gli effetti negativi della precarietà.
Tutto il rapporto su www.sbilanciamoci.info

ArciReport Nazionale, 9 gennaio 2014

Europa, invertire la rotta

Il 2014 è l’anno del semestre italiano della Presidenza Ue, ma è soprattutto l’anno delle elezioni europee, un appuntamento decisivo per tentare, attraverso il voto, di modificare le attuali politiche europee che hanno impoverito popoli e democrazia. Da questo numero, Arcireport ospiterà contributi al dibattito sull’altra Europa possibile. Cominciamo col pubblicare l’appello promosso da Étienne Balibar, Alberto Burgio, Luciano Canfora, Enzo Collotti, Marcello De Cecco, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Adriano Prosperi, Stefano Rodotà, Guido Rossi, Salvatore Settis, Giacomo Todeschini, Edoardo Vesentini.

Appello al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, al Presidente della Commissione Europea, al Governatore della Banca Centrale Europea
«La crisi dura ormai da sei anni. Innescata dalla povertà di massa figlia di trent’anni di neoliberismo, esaspera a sua volta povertà e disuguaglianza. Moltiplica l’esercito dei senza lavoro. Distrugge lo Stato sociale e smantella i diritti dei lavoratori. Compromette il futuro delle giovani generazioni. Produce una generale regressione intellettuale e morale. Mina alle fondamenta le Costituzioni democratiche nate nel dopoguerra. Alimenta rigurgiti nazionalistici e neofascisti.
Concepita nel segno della speranza, l’Europa unita arbitra della scena politica continentale rappresenta oggi, agli occhi dei più, un potere ostile e minaccioso. E la stessa democrazia rischia di apparire un mero simulacro o, peggio, un pericoloso inganno. Perché? È la crisi come si suole ripetere la causa immediata di tale stato di cose? O a determinarlo sono le politiche di bilancio che, su indicazione delle istituzioni europee, i paesi dell’eurozona applicano per affrontarla, in osservanza ai principi neoliberisti?
Noi crediamo che quest’ultima sia la verità. Siamo convinti che le ricette di politica economica adottate dai governi europei, lungi dal contrastare la crisi e favorire la ripresa, rafforzino le cause della prima e impediscano la seconda. I Trattati europei prescrivono un rigore finanziario incompatibile con lo sviluppo economico, oltre che con qualsiasi politica redistributiva, di equità e di progresso civile. I sacrifici imposti a milioni di cittadini non soltanto si traducono in indigenza e disagio, ma, deprimendo la domanda, fanno anche venir meno un fattore essenziale alla crescita economica. Di questo passo l’Europa, la regione potenzialmente più avanzata e fiorente del mondo, rischia di avvitarsi in una tragica spirale distruttiva.
Tutto ciò non può continuare. È urgente un’inversione di tendenza, che affidi alle istituzioni politiche, nazionali e comunitarie il compito di realizzare politiche espansive e alla Banca centrale europea una funzione prioritaria di stimolo alla crescita. Ammesso che considerare il pareggio di bilancio un vincolo indiscutibile sia potuto apparire sin qui una scelta obbligata, mantenere tale atteggiamento costituirebbe d’ora in avanti un errore imperdonabile e la responsabilità più grave che una classe dirigente possa assumersi al cospetto della società che ha il dovere di tutelare».

ArciReport Nazionale, 9 gennaio 2014

Ue, l’incudine del clima e il martello della competitività low cost

Sono ormai alcuni gli stati europei che hanno abbracciato la contro-argomentazione secondo cui l’Unione europea dovrebbe essere solo a rimorchio e non più la punta degli sforzi per affrontare il cambiamento climatico globale. E ciò in nome della competitività, “minacciata” – sostengono – dai costi di un’imprescindibile attenzione all’ambiente. Riconosco che alcuni dei commenti a questo blog si basano sulla medesima convinzione. Una convinzione a mio giudizio non corretta, ma da valutare senza alcuna presunzione, poiché è sostenuta ufficialmente in sede europea dalla Polonia in veste di capofila ed è appoggiata, anche se solo a mezza bocca, dal nostro Governo, ovviamente disponibile alle pressioni di Confindustria e delle grandi aziende energetiche.

Ma – sostiene Germanwatch, un think tank dei ministeri del governo tedesco – un’abdicazione dell’Europa dalla guida del controllo del clima, deprimerebbe lo sviluppo nel vecchio continente e consegnerebbe un enorme vantaggio economico alla Cina e agli Stati Uniti, che si impadronirebbero della quota di mercato delle tecnologie a bassa emissione, stimata in centinaia di miliardi di dollari l’anno.

Già ora le esportazioni cinesi di apparecchiature solari (35,8 miliardi di dollari) valgono quasi quanto le esportazioni di scarpe (39 miliardi dollari). Il produttore asiatico ha pianificato entro il 2050 il raddoppio della quota, in un mercato dei prodotti energetici a basse emissioni di carbonio stimato attorno ai 500 miliardi dollari annui. Peraltro, Germanwatch giudica un grave errore il blocco da parte di Angela Merkel della legislazione Ue per migliorare l’efficienza dei carburanti, proprio quando gli Stati Uniti, noti per gli sprechi del loro parco macchine, hanno adottato norme per raddoppiare l’efficienza delle automobili nuove. Ma, si sa, la cancelliera si è giustificata dicendo che stava salvando posti di lavoro da “normative troppo severe per il settore di lusso”, com’è il caso della Bmw, il più noto finanziatore bavarese del suo partito.

Alla fine – e questa è la conclusione della ricerca dell’organismo tedesco citato – se il resto del mondo innova per migliorare la qualità dell’aria e tagliare la bolletta energetica e le emissioni, chi temporeggia perde posti di lavoro e vede peggiorare il proprio conto economico. E’ vero che la competitività della Cina è ancora sostenuta da manodopera a basso costo e che l’industria degli Stati Uniti ha un enorme vantaggio dall’energia a basso costo prodotta dal gas di scisto (i prezzi europei del gas sono circa tre volte superiori a quelli degli Stati Uniti e nell’UE i prezzi dell’elettricità sono circa 2,5 volte più alti). Ma i costi dell’intero ciclo di prodotto, non i prezzi di un settore, sono il problema e possono essere affrontati con una trasformazione produttiva e sociale che assicura interventi preventivi a monte, assai meno cari degli interventi riparatori a valle e capaci di offrire comparativamente più occupazione – come nel caso degli edifici ad alta efficienza energetica nel settore delle costruzioni.

E’ in base a queste considerazioni che la Commissione Europea punta ad una riduzione del 50% delle emissioni per il 2050, valutando che già una riduzione del 40% dovrebbe aggiungere circa lo 0,5% al Pil annuo, in particolare perché le bollette di importazione di combustibili fossili si ridurrebbero. Ragionamenti, questi, argomentati con studi approfonditi, verificati su modelli realistici e confrontabili, che tuttavia rimangono estranei a gran parte della discussione sulla politica energetica nazionale, tutta improntata a improvvisazioni e a luoghi comuni che ripetono le ricette del passato. Opinioni molto diffuse, anche perché difese a spada tratta da una cultura energetica che, a partire dai grandi gruppi fino alle municipalizzate, si fa guidare più dalla contabilità a breve, che dal debito accumulato e da risarcire prima o poi nei confronti della natura e della salute. Opinioni che non temono di mettere in contrapposizione le leggi dell’economia a quelle della fisica e della biologia.

Così ci si finisce per illudere che la riduzione delle emissioni non sia dovuta principalmente alla crisi economica, ma a qualche sbaglio di previsione degli scienziati del clima e si continua a sperare che sia meglio scambiare quote di emissioni di CO2 a basso prezzo, che investire in nuove tecnologie alternative. In questo modo si giustifica l’incentivazione e la ricerca verso “i fossili di nuova generazione” – un ossimoro! – come il gas da scisto o il petrolio marino e artico. Lo scenario prospettato dal punto di vista ambientale è quello minimale di indirizzare gli investimenti previsti per il sistema dell’efficienza e delle rinnovabili verso moderni impianti a gas, che emettono sì meno del carbone, del petrolio e delle vecchie centrali, ma compromettono comunque l’obiettivo di mantenere la temperatura del pianeta al di sotto di un aumento di 2°C. E se ci sarà ripresa, farà davvero caldo.

Cambiamenti climatici, anche dopo il tifone europei in ordine sparso

Come da copione, la tragedia delle Filippine non riesce a turbare la coscienza dei governanti del vecchio mondo. “In fondo – pensano – per ora non ci tocca e i Paesi meno sviluppati soffrano perché non hanno ancora sistemi di prevenzione all’altezza delle catastrofi. Peggio per loro, finché qui ne siamo immuni e possiamo lavarci la coscienza con un po’ di carità a disastro avvenuto”.

Che la prevenzione stia invece nel ridurre noi le emissioni climalteranti, con tutto quanto consegue sull’uso delle risorse, sugli stili di vita, sulla convivenza con l’ambiente e sulla qualità del lavoro, non è argomento di riflessione per una politica che, se si compiace di esibire “palle d’acciaio”, inconsciamente manifesta una propensione più androide che umana.

Eppure, si aprirà a giorni in Polonia il vertice sui cambiamenti climatici: i governi dell’Europa purtroppo ci arriveranno in ordine sparso, mentre tutto il mondo della finanza fiuterà affari e le banche faranno pressioni per drenare risorse verso i loro bilanci, anziché per ripianare il debito verso la natura.

L’Ue, per la verità, si era posta l’obiettivo per la riduzione delle emissioni di CO2 e aumentare la quota di energia rinnovabile entro il 2030. Ma le differenze tra gli Stati membri e gli interessi economici divaricanti potrebbero compromettere questa ambizione. Mentre la Danimarca rinuncia alle trivelle in mare a favore dei mulini a vento e la Germania si è da tempo impegnata sull’energia verde, la Polonia punta sull’estrazione di gas da scisto (shale gas) e l’Inghilterra annuncia la costruzione di nuove centrali nucleari. In compenso, l’Italia si accontenterebbe di smistare il gas che le viene portato da lontano, rinunciando ad una politica industriale e occupazionale che la sua esposizione naturale favorirebbero.

La Commissione Europea continua ad affermare che la matrice energetica è di competenza esclusiva degli Stati membri, ma, se questo valeva nel secolo scorso, il cambiamento climatico e le rivoluzioni informatica ed energetica portano a omogeneizzare in dimensione continentale una strategia dell’efficienza, della cooperazione, dell’accumulo della produzione rinnovabile, dell’impiego di reti intelligenti. Le iniziative non coordinate dei singoli Stati non sono più senza conseguenze, come dimostra lo stesso esempio della transizione energetica in Germania, dove la sospensione della produzione nucleare e il conseguente sviluppo della produzione sostitutiva da vento e sole hanno avuto un forte impatto sui paesi limitrofi. Già nel 2013 durante il picco di produzione, volumi di elettricità verde che la rete tedesca non poteva assorbire sono stati trasferiti alle reti polacca e ceca.

Una Europa sempre più liberista e sempre meno sociale mostra tutti i suoi limiti anche in campo energetico. Con una strategia incerta, piegata alle privatizzazioni e influenzata dalle lobby energetiche che stazionano a Bruxelles, gli ingenti fondi a disposizione non servono a conseguire gli obbiettivi dichiarati. Gli inglesi vogliono sovvenzionare la costruzione di centrali nucleari? I polacchi vogliono avere una legislazione che non consideri i guasti ambientali del gas da scisto? I tedeschi vogliono difendere un’industria automobilistica che sforna vetture a elevate emissioni? Niente di meglio che non pestarsi i piedi e evitare di armonizzare le politiche energetiche di 27 nazioni.

Tuttavia, il futuro procede in altra direzione: già ora nessun paese è un’isola energetica e la rete elettrica a venire è irreversibilmente europea! Sarà pertanto residuale la battaglia dei grandi gruppi per mantenere sistemi centralizzati e impianti di grande dimensione alimentati da fonti non rinnovabili, pur con minori emissioni climalteranti. Perdente, dal momento che le tecnologie – nucleare e CCS (cattura e sequestro di CO2 sotto terra) – che dovrebbero rispondere a questi requisiti, sono in crisi dopo Fukushima e la decisione della Norvegia di porre fine all’ambizioso progetto di cattura nella raffineria di Mongstad.

La decarbonizzazione dell’economia funziona all’origine dei processi, comportando che i capitali siano dirottati verso le fonti rinnovabili – in grado di eliminare le emissioni di oggi – anziché verso la realizzazione di insicure discariche dei combustibili nucleari e fossili del passato. La diffusione delle rinnovabili entra ormai definitivamente in collisione strutturale con gli interessi dei monopoli nazionali, che proteggono il loro mercato locale anche a dispetto del clima.

Si può ben dire, in conclusione, che la diffusione delle rinnovabili costituisce l’antidoto più potente al catastrofico riscaldamento del pianeta.

BASTA MORTI NEL MEDITERRANEO! DIRITTO DI ASILO E ACCOGLIENZA PER TUTTE/I!

stragelampedusaOggi un presidio alle 18 in Piazza Duomo a Milano

Le centinaia di morti della strage di migranti di giovedì scorso davanti alle coste di Lampedusa si aggiungono alle migliaia di vittime che hanno trovato la morte nel Mediterraneo negli ultimi vent’anni.

Morti dopo essere fuggiti da paesi sotto brutali dittature, da guerre (spesso combattute con armi made in Europe), dalla miseria accentuata da una crisi globale che viene scaricata sui più deboli. Morti anche solo per aver scelto di andare altrove.

Non possiamo più sopportare i morti, non possiamo più tollerare l’ipocrisia di chi piange le vittime provocate dalle politiche criminali e criminogene volute dall’ “Europa fortezza”, di chi parla e straparla di pace e vorrebbe che i militari (preferibilmente direttamente nord africani) pattugliassero le coste e impedissero lo sbarco delle/dei migranti sulle nostre coste, di chi ritualmente ripete “la UE non ci lasci soli”.
Chiediamo un cambio radicale delle politiche disastrose praticate finora, la cancellazione della legge Bossi-Fini, una legge organica e avanzata per il riconoscimento del diritto di asilo, un’immediata accoglienza di tutte/i coloro che sbarcano sulle coste e di coloro che fuggono da guerre, dittature, miseria.

Lunedì 7 ottobre, alle 18.00, troviamoci in piazza Duomo a Milano.
Portiamo tutte/i un lenzuolo, simbolo dei sudari che coprono i corpi delle/dei migranti uccise/i nel Mediterraneo ma che non possono coprire la vergogna di quelle politiche.

Questa è una proposta aperta a tutte e tutti, per una presenza senza bandiere e comunicativa.

E’ una proposta nata da Arci, Naga, Todo Cambia, Ri-Make, Rivolta il debito, Immigrati autorganizzati, Ass. Dimensioni diverse