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Referendum: rottamare gas e petrolio? Ma scherziamo?!

dal Blog di Mario Agostinelli

L’impegno di quegli accaniti sostenitori delle installazioni in mare che, ancora anneriti dai fumi del petrolio e del gas pompato dalle trivelle, sbraitano in TV per i posti di lavoro che andrebbero persi, male si attaglia all’ammirazione che gli stessi manifestano per un futuro fatto di smartphone di ultima generazione e per la “manifattura 4.0”, tutta impreziosita – a loro dire – di robot luccicanti, di software inodori e di pochi addetti, abbigliati in tute impeccabili con il brand della ditta. Una incoerenza, la loro, che si spiega col fatto che dietro l’oro nero che sgorga dal mare si cela la prosaica e sempiterna propensione a cercare affari attraverso le lobby attrezzate a stabilire le connessioni tra economia e politica mediante il familismo e l’intramontabile geometria del cerchio magico.

Non si direbbe il momento giusto per procrastinare la filiera dellefonti fossili dopo l’ammonimento della Cop21 di Parigi che, pur con limiti evidenti per mancanza di controlli e di vincoli cogenti per il contenimento delle emissioni, auspica un limite di 1,5 gradi di aumento della temperatura media terrestre entro il 2050. E ancor più temeraria si direbbe l’insistenza per l’estrazione di gas e petrolio in un mare tra i più belli e fruibili d’Europa, così come l’ammodernamento della più estesa e voluminosa piantagione idrocarburica di terraferma in Europa, con la disseminazione di pozzi di Total e Shell per le colline che circondano il Monte Vulture, scavando e perforando accanto ai filari dell’Aglianico, ai fagioli di Sarconi, le melanzane rosse di Rotonda, i peperoni gialli di Senise e il caciocavallo (lo dicono tutti i visitatori) più buono del mondo.

Ma, se le emissioni di climalteranti vanno ridotte, il petrolio è ai minimi e le royalties che può riscuoterne il governo pure e, per di più, si rischia su paesaggio e qualità dell’ambiente in cambio di pochi, improbabili e temporanei posti di lavoro, che vantaggio ci sarà mai per giustificare lo sconquasso dovuto a pozzi e trivelle? E se, oltre l’esiziale questione ambientale, ci sono sospetti e indagini che riguardano elementi di corruzione, diventa allora commendevole, dopo gli ipocriti apprezzamenti rivolti alla Laudato Sì e la condivisione dell’allarme lanciato da 135 Paesi sottoscrittori dell’accordo di Parigi, la difesa a tutto campo del sito petrolifero diTempa Rossa. E, nondimeno, di un emendamento, oggetto di una tempestiva e disonorevole comunicazione del ministro dello Sviluppo al fiduciario della Total.

Le attenzioni per il greggio italiano non rappresentano semplicemente un ‘caso Guidi’, come è stato frettolosamente catalogato dai media. C’è tutta una successione di eventi che dà il segno di una politica energetica del governo estranea agli interessi del paese, subalterna a vecchie logiche e interessi e contrapposta alla svolta invocata dalla crisi climatica in corso. Il passaggio da una strategia di conservazione, con un sistema centralizzato di produzione, ad un’alternativa energetica che conti sul risparmio, la micro-generazione e il coinvolgimento delle comunità locali, richiede discussione e democrazia. Solo se le si vuole evitare, si spiegano la disinvoltura con cui il referendum del 17 aprile è stato indetto in tempi impraticabili per un dibattito autentico; l’invito ai cittadini di disertare le urne; l’impedimento ai parlamentari, trattenuti a Roma anche la settimana ventura, di partecipare ad una campagna elettorale come auspica la Costituzione. ...continua la lettura

La transizione energetica in Italia: tra strategie di conservazione e comunità emergenti

Con una postilla sul referendum del 17 aprile 2016

a cura di Giovanni Carrosio

Siamo nel mezzo di una crisi energetica, forse la più importante nella storia dell’umanità. Faccio riferimento al concetto di crisi, così come è stato adoperato da Immanuel Wallerstein: una fase nella quale le contraddizioni interne al sistema energetico dominante non possono più essere risolte ristrutturando il sistema tale e quale, ma inducono ad un periodo di transizione caratterizzato da instabilità e oscillazioni sempre più estreme tra varie alternative possibili di uscita dalla crisi. Una fase nella quale il sistema è aperto a diverse soluzioni alternative, ognuna delle quali è intrinsecamente possibile: si fronteggiano progetti di egemonia differenti, alcuni con più possibilità di affermazione, perché sorretti da poteri ancora dominanti, altri più fragili, perché decisamente discontinui rispetto ad essi. Nei periodi di transizione, chi del sistema è parte, sia in una logica consociativa che antagonistica (movimenti sociali, forze politiche organizzate, gruppi di interesse economici, governi e istituzioni, cittadini e comunità locali) esercita un ruolo importante: in base alla composizione delle pressioni esercitate, il sistema prende un orientamento che con il tempo si fa dominante. I periodi di transizione possono essere anche molto lunghi, certamente caotici: il sistema oscilla in modo disordinato spinto da logiche contraddittorie, ma a un certo punto, il risultato delle pressioni diventa coerente e ci si ritrova collocati in un sistema energetico differente. Assai difficile prevedere quali saranno i caratteri peculiari del nuovo sistema, non siamo ancora in una fase matura della transizione, e per questo i movimenti sociali, le nuove eco-imprese e le comunità locali hanno ancora molte possibilità per orientarne la direzione. Ciò che dobbiamo fare è innanzitutto cercare di comprendere in modo analitico ciò che sta succedendo. È indispensabile uno sforzo di analisi per collocare le nostre scelte nel presente, affinché le cose prendano verosimilmente il corso che auspichiamo.

Le ragioni della crisi energetica

La crisi energetica prende forma per una serie di ragioni interne ed esterne al sistema: sono ragioni interne l’esaurimento delle risorse e la crescita della domanda globale di energia; sono invece fattori esterni il cambiamento climatico, la nascita di gruppi di pressione che orientano il proprio agire politico per modificare il sistema energetico, le lotte ambientali portate avanti dalle comunità contro i danni ambientali provocati da grandi impianti per la produzione di energia.

Proviamo ad approfondire i vari fattori citati. Il progressivo esaurimento delle risorse fossili è uno dei fattori predominanti della crisi: su di esso esistono proiezioni condivise, nonostante sia molto difficile fare delle previsioni. I paesi detentori delle risorse fossili tendono a minimizzare i dati che mostrano la scarsità di risorse, così come le grandi compagnie di estrazione. La maggior parte degli scienziati, tuttavia, concorda su proiezioni che ci vedono nel pieno del picco del petrolio, con conseguenze imprevedibili sulla scala temporale: è difficile prevedere quando vi saranno conseguenze irreversibili sui sistemi socio-politici e con quale velocità. L’andamento del prezzo del petrolio sarà un nodo cruciale di accelerazione o rallentamento della crisi energetica: controllarne le dinamiche significa anche governare la crisi. Esistono perciò forze organizzate che certamente hanno più potere di altre nell’orientare il sistema durante la transizione. Il secondo fattore, strettamente connesso al primo, è l’incremento dei consumi da parte dei paesi emergenti. Il fatto che Cina, India e Brasile abbiano sempre più bisogno di energia per dare gambe alla crescita economica, introduce un elemento di instabilità nel sistema energetico globale. Non solo le risorse fossili sono in esaurimento, ma il numero di pretendenti si allarga ed i consumi globali crescono vorticosamente. Le instabilità che si producono sono soprattutto di natura geopolitica, dovute alla contraddizione tra sicurezza energetica degli stati nazionali e contrazione delle risorse disponibili e alle conseguenti tensioni tra stati per l’accaparramento di nuovi giacimenti. I recenti accadimenti in Ucraina ci mostrano con forza come la competizione per le risorse produca conseguenze geopolitiche incontrollabili. E le drammatiche tensioni che continuano a generarsi a partire dal Medio-Oriente, con l’avanzata del terrorismo di Daesh che si sorregge su un’economia petro-terroristica, ci ricordano come il legame tra consumatori occidentali di energia e padroni dei pozzi sia fatto di intrecci che producono commistioni e zone d’ombra tra apocalittiche categorie etiche come quella del Bene e del Male.

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Energie rinnovabili, New York investe sul solare. E Milano?

Dopo la Cop 21 di Parigi si stanno aprendo partite sostanziose per un radicale cambiamento del sistema energetico, a partire dalla riorganizzazione delle città, punte d’iceberg e spesso parafulmini degli imminenti rovesci climatici. Per questo Obama si è incontrato con Cuomo, il governatore di New York, e si è recato a Las Vegas a lanciare il suo programma solare che contempla ben 1 miliardo di dollari di garanzia pubblica sui prestiti disponibili per pannelli e impianti sui tetti residenziali. Emerge con nettezza, anche se contrastata dalle grandi lobby fossili, una concezione del futuro e un ordine di priorità, che denotano negli amministratori più accorti una visione dinamica mentre, tra i più indolenti, risalta l’appiattimento sulla routine quotidiana. Prendiamo il caso eccellente di New York e quello più fiacco del famoso “sistema Milano” anestetizzato e appagato dal buon esito della vetrina Expo 2015.

fotovoltaico 675

Cuomo, governatore dello stato di New York, si trova in questo frangente di fronte alla chiusura, prevista dalla Agenzia Usa per l’Ambiente, di due centrali nucleari. Una assai vicina alla città di New York, l’altra sul lago Ontario: vetuste e pericolose. Nonostante le pressioni dei colossi elettrici, da buon amministratore il governatore italo-americano non si cruccia per rimediare compensazioni a vantaggio delle corporation in dismissione, ma prospetta, in sostituzione all’atomo, una radicale riduzione di emissioni di Co2 (a cui è soggetto anche il ciclo nucleare!). A tal fine prescrive a tutti gli amministratori e alle municipalizzate del territorio vincoli invalicabili e incentivi allettanti affinché entro il 2030 la metà di tutta la potenza installata e destinata a soddisfare il consumo dei newyorkesi venga generata da fonti rinnovabili. Ne parla con piacevole sorpresa Patrick McGeehan, un noto commentatore del New York Times, sotto il titolo un po’ enfatico “Diventa pulita l’energia della metropoli più grande e cosmopolita d’America”.

Per raggiungere questo obiettivo ambizioso, la giunta di Cuomo ha istituito una “Commissione di servizio pubblico”, che programma interventi e emana direttive per le aziende elettriche che operano nello stato con il compito di verificare che riducano del 40% le emissioni di Co2 con il ricorso a fonti rinnovabili. Il rilancio di idro, solare ed eolico è in linea con gli auspici di decarbonizzazione di Cop21 e tiene conto della raggiunta parità o addirittura del vantaggio di costo del kw ora prodotto da queste fonti rispetto a fossili e nucleare.

Un portavoce dei proprietari delle centrali di potenza attualmente in funzione, citato da McGeehan, ha affermato di voler continuare a sostenere il mandato di Cuomo solo “se non interferisce troppo con il mercato dell’elettricità, dato che quello che i privati stanno cercando di raggiungere è un approccio basato sul mercato per risolvere i problemi del cambiamento climatico”. “L’impegno del Governatore Cuomo per l’espansione delle energie rinnovabili e per trasformare il panorama energetico nello stato di New York riflette la sua leadership di lunga data nel tentativo di risolvere la crisi climatica”, ha affermato invece Al Gore in un suo comunicato. Aggiungendo: “Abbiamo mandato un uomo sulla luna, possiamo certo arrivare al 50% di energia rinnovabile”.

Vi immaginate, in ruoli capovolti, i due manager Sala e Parisi – in lizza per la carica di sindaco di Milano  il ministro Guidi  ansiosa di insabbiare il referendum NO-TRIV – e, ancora, Renzi  euforico per la scoperta del gas Eni in Egitto, ma insensibile al declino del fotovoltaico nel nostro Paese?

Purtroppo, mentre New York prova a interpretare il ruolo di metropoli del futuro, nella campagna elettorale di Milano ancora non si è cominciato affatto a parlare di clima, inquinamento, combustioni e a riconsiderare il ruolo pubblico di A2A, ormai avviata ad una tacita privatizzazione e prigioniera di una politica industriale centrata sul gas (teleriscaldamento vs. edifici passivi) e gli inceneritori (combustione di rifiuti vs. raccolta differenziata). Non avremmo forse bisogno anche noi di sindaci che riabilitano le municipalizzate in quanto servizi pubblici ai cittadini e che ne orientano le politiche in funzione del clima e della salute? Certo non basta esser stati manager per sottrarsi alle tentazioni della finanza e alle pressioni lobbistiche quando si diventa amministratori. In particolare, in una fase come l’attuale in cui i cittadini hanno bisogno di sentirsi rappresentati nei conflitti che il potere economico lancia contro i loro diritti.

Sia di monito la vicenda americana sopra riferita: proprio sull’ambiente si misura spesso lo scontro tra bene comune e interessi privati. Battere l’arroganza richiede l’assenza di compromissione. Ne sa qualcosa perfino Obama che si è visto impugnare presso la Corte Suprema il piano di risparmio energetico varato dall’Epa e da lui sostenuto. Per ironia della sorte il ricorso contro il piano era stato presentato dalla lobby del carbone che si fa chiamare “Coalizione americana per il carbone pulito”. Nomen omen! Ovvero il lupo travestito da agnello…

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Cop21: Un accordo “storico” già sparito dai radar

SE 2C° VI SEMBRAN POCHI…

L’aspettativa con cui è stato a lungo invocato l’Accordo delle Parti (Cop 21) raggiunto a Parigi il 12 dicembre 2015, non metteva certo in conto una sua così rapida scomparsa dall’agenda dei 195 Governi che l’hanno sottoscritto a conclusione dell’anno più caldo della storia. Forse il colpo di teatro di fissare a 1,5°C anziché a 2 °C il limite massimo tollerabile per il riscaldamento del pianeta ha domato l’ansia e convinto che, una volta convenuta all’unanimità la soglia di pericolo, l’urgenza di non oltrepassarla non rimanesse più la questione autentica.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo una decarbonizzazione dell’economia che risulta sconvolgente per tutti gli equilibri (o gli squilibri!) geopolitici in divenire e per le fortune del capitalismo a livello globale. Ed è questa la questione che nessun governo si sente di affrontare in tempi immediati, quanto il degrado della natura e il cambiamento climatico richiedono in accordo con tutte le previsioni scientifiche.

Per raggiungere l’obiettivo di 2 °C, con una probabilità di almeno il 66% è necessario che tutte le emissioni di gas serra accumulate nel periodo 1850-2100 restino al di sotto dei 3.670 Gton di CO2 equivalente mentre la sola CO2 di futura emissione dovrebbe essere limitata a un massimo di 3.000 Gton nello stesso periodo. Il bilancio o quota massima di emissione disponibili per il periodo 2015-2100 è a soli 855 Gton, il che significa lasciare almeno due terzi di riserve comprovate di petrolio sottoterra e comunque, contemporaneamente, non emettere al ritmo attuale per oltre 17 anni!

Dobbiamo ammettere che lo scenario qui sopra, fornito come indifferibile dai 17 istituti di ricerca più prestigiosi, guidati dal Max Plank Institute, risulta inconcepibile per chiunque viva nel nostro quotidiano. Questo la dice lunga sull’egemonia ottundente esercitata sui modi di produzione e consumo. L’assoluta incompatibilità tra l’ideologia neoliberista e l’immagine del pianeta e del suo futuro restituita dalla scienza più recente costituisce un fatto nuovo nello svolgimento della modernità. E infatti il turbamento è palpabile: nessuno più osa parlare irridendo ai nostalgici del ritorno al tempo delle candele, ma semmai prende piede l’affannoso e mistico suggerimento di applicare le tecnologie più avanzate (quali?) per procrastinare l’impiego di petrolio, carbone e gas e di mascherarne gli effetti, al fine di sostenere la cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0”, in cui robot, intelligenza artificiale e energia a basso prezzo – anche se sporca – dovrebbero risparmiare manodopera e rinnovare una crescita economica fruibile da quote ristrette di abitanti, al riparo dai mutamenti catastrofici. Quindi, niente candele, ma enormi cucine e centrali a gas, navi per container a petrolio e fornaci a carbone sì.

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3/03 – Laudato sì e Cop21. Tra il dire e il…decarbonizzare

Un bilancio dopo il messaggio dell’Enciclica e le conclusioni della conferenza di Parigi

Giovedì 3 Marzo 2016 – dalle 18 alle 21

Centro Culturale San Fedele P.za San Fedele – via Hoepli, 3/b – MILANO

Solo una fiammata profetica e uno sgravio di coscienza dei governanti? O l’avvio di una svolta irreversibile nel produrre consumare, amministrare?

PROGRAMMA

Ore 17.45 – Accoglienza e distribuzione materiale

Ore 18.00 – Discussione

Un impegno popolare per un’ecologia integrale

Don Virginio Colmegna, Casa della carità

 

Luci e ombre da Parigi

Stefano Caserini, Politecnico di Milano

 

L’esperienza locale e le sue criticità

Fulvio Fagiani, già presidente Agenda 21 Laghi

Decarbonizzare la Lombardia: soggetti e scelte

Debora Rizzuto, consulente energia

Interviene un esponente del Comitato per il Sì al Referendum Trivelle

Ore 19.30 – Tavola Rotonda

Quanto manca a mezzanotte? Che fare?

con

Massimo Scalia, facolta Scienze di Roma

Antonio Pizzinato , già Segr. Gen CGIL

Giovanni Pivetta, HabitaMi

Pierattilio Superchi, direttore ANCI Lombardia

Alfredo Somoza, presidente ICEI>/p>

coordina

Mario Agostinelli Energiafelice

Programma completo

Aggiornamento Energia: preconsuntivi 2015

di Roberto Meregalli

I dati definitivi del bilancio energetico italiano, preparato dal Ministero per lo sviluppo economico Mise, mostrano che anche nel 2014 si è verificata una diminuzione della domanda di energia, pari al 4%; un dato che si inserisce nel percorso che dal 1995 ha fatto costantemente calare i consumi di energia primaria. Il contributo delle fonti rinnovabili è salito al 21%.

2015: inversione di tendenza

Nel 2015 è però avvenuta una inversione di tendenza, secondo le prime stime dell’Unione Petrolifera risulta una crescita dei consumi di energia del 3%. Questa crescita non ha influito nel trend di diminuzione dei costi della bolletta energetica totale italiana, che sempre secondo le stime UP, dovrebbe essere calata di quasi 10 miliardi di euro rispetto al 2014.

Questo calo è dovuto quasi totalmente al calo del costo del petrolio che è stato pari a circa il 47% se espresso in dollari, il costo del greggio importato in Italia nel 2015 è però diminuito un po meno, del 36%, per effetto dell’indebolimento dell’euro nei confronti del dollaro.

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Tariffe elettriche, con la riforma le bollette diventano più care?

Secondo una prassi che ci propina ad ogni alzata dal letto qualche modifica imprevista sulle tariffe o sui risparmi bancari o sull’entrata in vigore della pensione, dal primo gennaio sono state varate le nuove tariffe per l’energia elettrica. Come sempre, strombazzate la sera prima come un colpo di fortuna per i consumatori. Esaminiamone qui la ratio e gli effetti per 30 milioni di utenti e, infine, traiamone le conclusioni. (Per un’analisi dettagliata e i grafici illustrativi, Roberto Meregalli su energiafelice).

bolletta 675

Come nei riti migliori, è stata introdotta una nuova veste grafica della bolletta: potremo così fare il confronto con quella dei nostri amici e non sfuggirà certo la “rivoluzione” che la denota: l’abbandono del sistema progressivo (ossia un sistema per cui il costo per kWh aumenta all’aumentare dei kWh prelevati dalla rete elettrica) in vigore sino ad oggi. Fino al 2015 il costo dell’energia di un kWh consumato da un cliente che in un anno ne consuma in totale 1.500 è diverso da quello di un cliente che ne consuma 2.700: in base ad un sistema di tariffazione che favoriva chi consumava poco, facendo pagare di più oneri e trasporto a chi consumava di più. Possiamo dire che quell’impianto tendeva a stimolare consumi ridotti. Con la riforma, per i clienti residenti (la maggioranza), la struttura degli oneri di sistema rimane fissa per kWh, qualsiasi sia il livello di consumo.

Tutti (tranne le seconde case) pagheranno un eguale contributo fisso per coprire gli oneri del sistema, indipendentemente dal possesso di impianti in proprio e dalla fascia di consumo. Viene cioè penalizzato chi ha installato un piccolo impianto fotovoltaico, mentre viene premiato chi consuma di più invece di risparmiare energia. Per essere chiari, chi ha sostituito le lampadine a incandescenza con quelle a led, o chi ha investito negli ultimi anni in un impianto solare rischia di non aver fatto un buon affare.

L’abolizione della progressività viene giustificata dall’Authority “per favorire l’elettricità rispetto ai fossili e liberarla da vincoli ereditati dal passato”. Tutto bene, se l’elettricità non provenisse a sua volta per la gran parte dalla combustione in centrale di gas carbone o olio. Al solito, nonostante le indicazioni fornite dall’Ue e dalla Cop21 – miranti a favorire anche attraverso le tariffe la decarbonizzazione e la produzione elettrica decentrata da rinnovabili – ministero e governo hanno partorito il compromesso più vantaggioso per il sistema energetico in auge. Difensori ad oltranza di un modello arcaico che penalizza il mercato della generazione distribuita e dell’efficienza energetica, favorendo la generazione centralizzata di energia.

Alla fine, per il consumatore tipo ci dovrebbe essere un aumento di circa 20 euro l’anno: per chi consuma meno un aumento maggiore e per chi consuma di più un risparmio. Ricordando che oltre l’81% degli attuali utenti (circa 24 milioni) ha consumi inferiori a 2.640 kWh/anno, in effetti per la maggioranza la riforma si tradurrà in una bolletta più cara.

Per chi ha installato negli anni scorsi un impianto fotovoltaico, questa riforma avrà effetti negativi perché la nuova tariffa sarà meno conveniente rispetto a quella attuale. Questo “effetto collaterale” è rilevante perché ufficialmente la riforma dovrebbe favorire le fonti rinnovabili. Stimolare l’aumento dei consumi elettrici ha senso solo aumentando la generazione di elettricità da FER, solare in primis, essendo la principale risorsa nazionale. Altrimenti, come sta accadendo quest’anno, l’aumento della domanda si traduce in un aumento dell’uso delle fonti fossili e delle relative emissioni. La riforma in definitiva sfavorisce il risparmio energetico e le rinnovabili elettriche, mentre risulta chiaro che si stabilizzano i ricavi dei distributori perché i loro costi saranno fissi, non più dipendenti dalla variabilità dei consumi.

Contestualmente, è stata approvata anche la legge (539/2015) che regolamenta la realizzazione e l’uso di reti private di distribuzione. Anche per questa via si penalizza lo sviluppo di reti intelligenti e i sistemi di stoccaggio e si assesta un duro colpo per le rinnovabili, che richiedono reti intelligenti, capaci di dosare e compensare gli input di energia. Sulla gestione delle reti, si gioca una grande partita per la transizione energetica, ma non è certo un governo intrecciato alle lobby del passato che può affrontare le sfide del futuro.

Voglia di guerra e Cop21: palle di fuoco e buchi nell’acqua

di Mario Agostinelli

Scrivo queste note in partenza per Parigi, dove si sta aprendo la Conferenza Mondiale sul clima (Cop 21). Come ricorda l’acronimo, si tratta della 21esima Conferenza sul clima e se ci aggiungiamo anche tutti i “meeting” preparatori di natura politica e tecnica, sono diverse centinaia gli incontri svolti ad oggi a livello internazionale (migliaia se ci aggiungiamo quelli a livello interregionale) per cercare di adottare una politica climatica che sia “compatibile” con la sopravvivenza della specie umana, almeno alle condizioni di cui una parte della popolazione terrestre beneficia già oggi e tenendo in mente i limiti fisici che dobbiamo porre alla nostra impronta ecologica.

L’atmosfera di creativa mobilitazione che sta accompagnando in tutto il mondo l’attenzione della società civile all’evento – la preparazione delle marce del 29 Novembre è stata laboriosa e diffusa anche territorialmente -, si scontra con i cupi bagliori che stanno attraversando la capitale parigina e con le immagini senza rumore delle bombe sganciate dai “raid notturni”. Vita di giorno – per quanto si riesce a sottrarla civilmente alla paura – coprifuoco, morte e distruzione di notte, in una dicotomia in cui i cittadini da una parte e gli stati “democratici” e le organizzazioni terroristiche dall’altra, accettano di fare due parti distinte: prendere il sonno necessario da un lato, proteggerlo o interromperlo per sempre dall’altro.

Così, non posso evitare la domanda se vi siano comuni interessi tra gli attacchi terroristici accaduti pochi giorni fa e un malaugurato (e prevedibile) fallimento della ventunesima conferenza delle parti, circoscritta a ben 14.000 delegati, isolati però dagli attivisti ed esponenti della società civile provenienti da tutto il mondo e ridotti nella presenza da un disincentivo all’accesso non dichiarato. ...continua la lettura

 

Energie rinnovabili: chi ne sminuisce la crescita?

L’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) è stata creata nel 1974 da parte dei Paesi che avevano appena vissuto la crisi petrolifera per raccogliere e condividere informazioni su energia, modelli e tendenze future e contribuire a mitigare gli impatti negativi (o evitare) crisi energetiche successive. Da allora, la Iea è diventata una fonte ampiamente rispettata di dati energetici e analisi di scenari futuri. Il suo annuale World Energy Outlook (Weo) è considerato il “gold standard” nelle previsioni di energia: ha una copertura mediatica enorme ed è come una bibbia per i governi di tutto il mondo. Stupisce allora che quasi dormisse quando si diffondevano inaspettatamente sul pianeta l’eolico e il solare.

Se ne è scandalizzato un recente rapporto della Energy Watch Group (Ewg), un think tank indipendente con sede a Berlino. Con estremo dettaglio sono state riportate le installazioni effettive e il contributo alla produzione delle nuove fonti, che sono stati confrontati con le proiezioni al ribasso dell’Agenzia.

IEA: proiezioni sottostimate rinnovabili vs. realtà

IEA-  proiezioni sottostimate rinnovabili

Come si può vedere, l’Iea continua ad aggiustare le sue proiezioni di anno in anno, ma mai abbastanza da catturare la realtà. Addirittura, Weo 2010 prevedeva 180 Gw di capacità installata in solare fotovoltaico entro il 2024, senonché tale obiettivo è stato raggiunto nel mese di gennaio del 2015. La capacità eolica installata nel 2010 ha superato le proiezioni di Weo 2002 e 2004 del 260 e 104 per cento rispettivamente.

Altri, analisti indipendenti (come quelli di Bloomberg New Energy Finance) si sono avvicinati a prevedere con precisione lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Le uniche previsioni che corrispondono al pessimismo impreciso dell’Iea sono quelle delle grandi corporation: BP, Shell e Exxon Mobil.

Inoltre, le stime della Iea riguardo al costo d’investimento del fotovoltaico al 2020, avendone amplificato oltremodo le componenti, stanno già ora risultando sballatissime. Ad esempio, il modello di valutazione dell’Agenzia utilizza un tasso di interesse dell’8% (superiore a quello che gli sviluppatori effettivamente pagano); presuppone che gli impianti solari abbiano una durata di 25 anni (quando la prova è che decadono a meno dell’1% l’anno, dando loro molto più tempo di vita); presuppone che i buoni siti stiano scomparendo quando, in realtà, c’è un’abbondanza di buoni siti solari, e, sull’altro fronte, migliori turbine eoliche stanno aprendo nuovi siti per il vento.

Si può concludere semplicemente che l’Iea venga pesantemente influenzata dagli interessi delle utility dei combustibili fossili. Ma c’è di peggio e di cui preoccuparsi ancor più. Il prestigio di cui gode il Weo induce in errore i governi nel disinvestire in eolico e solare e spinge a mantenere incentivi nei settori meno innovativi, dando l’immagine di uno status quo che cambia molto, molto lentamente (è il caso purtroppo del nostro governo). Nel settore dell’energia è assai diffuso il conservatorismo istituzionale (il sistema energetico mondiale è sempre stato enorme e lento) e, mentre vengono accettate in ogni branca delle nuove tecnologie curve di accrescimento esponenziali, il mondo economico vuole rimanere ancorato alla rendita del sistema energetico tradizionale e simula una crescita solo lineare per le energie rinnovabili.

Strano a dirsi, ma il modello di previsione migliore per le rinnovabili è stato quello di Greenpeace, che ha fatto una stima politica di che cosa sarebbe dovuto accadere e, quindi, ha utilizzato un modello di previsione per dimostrare che sarebbe stato possibile. Questo fa pensare che le previsioni spesso sono solo una dichiarazione politica in cui noi indichiamo quello che vogliamo vedere accadere Sta quindi a noi decidere che tipo di mondo si vuole vedere e costruire uno scenario per realizzarlo. Ed impostare le azioni per fare che quello scenario diventi una realtà.

È chiaro allora perché i grandi interessi economici sottovalutano e nascondono volutamente la crescita impetuosa di sole e vento: fornirebbero agli elettori qualcosa a cui aspirare e ridicolizzerebbero gli incauti trivellatori dei nostri mari.

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Appello al Governo sulla Strategia Energetica Nazionale

FIRMA L'APPELLO >>

Siamo un gruppo di docenti e ricercatori dell’Università e dei Centri di ricerca di Bologna. In virtù della conoscenza acquisita con i nostri studi e la quotidiana consultazione della letteratura scientifica internazionale, sentiamo il dovere di esprimere la nostra opinione sulla crisi energetica e sul modo di uscirne.

Abbiamo quindi scritto al Presidente del Consiglio ed ai Ministri competenti una lettera aperta nella quale critichiamo la politica energetica del Governo e presentiamo proposte alternative.

Chiediamo ai colleghi delle Università e Centri di ricerca di altre sedi e a tutti i cittadini interessati di firmare questo appello nella apposita sezione (firma).

Definire le linee di indirizzo per una valida Strategia Energetica Nazionale è un problema complesso, che deve essere affrontato congiuntamente da almeno cinque prospettive diverse: scientifica, economica, sociale, ambientale e culturale. I punti fondamentali dai quali non si può prescindere sono i seguenti:

1) È necessario ridurre il consumo eccessivo e non razionale di energia. Sia i singoli cittadini che le aziende devono essere indotte  a consumare di meno, non solo per i vantaggi economici che ne derivano, ma anche perché il consumo di energia è collegato al consumo di materiali e alla produzione di rifiuti. L’obiettivo fondamentale della riduzione del consumo di energia deve essere perseguito mediante un aumento dell’efficienza energetica e, ancor più, con la creazione  di una cultura della parsimonia, principio di fondamentale importanza per vivere in un mondo che ha risorse limitate.

2) La fine dell’era dei combustibili fossili è inevitabile e ridurne l’uso è urgente per limitare l’inquinamento dell’ambiente e per contenere gli impatti dei cambiamenti climatici che potrebbero avere, in alcuni casi, conseguenze catastrofiche. Ridurre il consumo dei combustibili fossili, che importiamo per il 90%,  significa anche ridurre la dipendenza energetica del nostro paese da altre nazioni e migliorare la bilancia dei pagamenti. ...continua la lettura