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Il 2 giugno sia la festa della nostra Costituzione

2giugnoIn un paese in cui il termometro della sfiducia politica continua a salire e gli effetti della crisi economica continuano a farsi sentire, la rappresentazione della festa della Repubblica è ancora affidata a una parata militare seppure in forma dimessa. In più, alla vigilia della sua celebrazione, il ministro della Difesa Mauro conferma, altrettanto simbolicamente, come oltremodo necessaria la scelta di acquisto dei 90 F35.

Che rappresentazione si ha e si vuole dare del nostro paese? Che priorità si sottolineano di fronte all’opinione pubblica?
La nostra politica estera, quella di un paese europeo immerso nel mediterraneo, dove altri popoli soffrono e lottano per affermare democrazia e diritti, deve mostrare il volto di un paese armato, preparato a interventi offensivi o quello della diplomazia, di un paese artefice di relazioni e di pace?
La nostra politica interna, stretti nella morsa della crisi economica, non ha bisogno, oggi più che mai, di dare coerenza al motto “svuotare gli arsenali e riempire i granai”?
La festa della Repubblica ha bisogno ancora nel XXI secolo, quello della globalizzazione non dei confini da difendere, di rappresentare l’identità e l’unità del paese intorno agli strumenti di difesa armata?
La scelta di acquisto degli F35 è sbagliata da tanti punti di vista, da quello tecnico a quello economico, rappresentato dallo spreco di risorse pubbliche, tanto più in tempo di crisi, ma soprattutto, trattandosi di strumenti offensivi, è una scelta che viola l’articolo 11 della nostra Costituzione.

Il 2 giugno sia la festa della Costituzione, del patto di alta convivenza della nostra collettività nazionale, dei legami che ci uniscono in questa nostra Repubblica intorno ai diritti da difendere, da promuovere e da rendere esigibili, dell’ingresso di nuovi cittadini, del rinnovo del patto di cittadinanza scritto nella prima parte della nostra Costituzione.
Il 2 giugno di questo anno sia l’occasione per un ripensamento del nostro modello di difesa, per una riflessione sulla necessità della riduzione delle spese militari, per un investimento in nostre più adeguate politiche di pace e di convivenza civile nel mediterraneo.
Il 2 giugno di questo anno sia l’occasione per decidere di chiudere finalmente con una rappresentazione superata della nostra Repubblica e per metterci al lavoro per una nuova, intorno all’idea di una collettività che festeggia la sua Costituzione.

Paolo Beni, presidente nazionale Arci e Flavio Mongelli, responsabile nazionale Arci Area Pace e solidarietà internazionale

Noi abbiamo noi stessi e possiamo cambiare la storia dal basso

altersummitIntervento di Raffaella Bolini, presidenza nazionale Arci, alla manifestazione della FIOM del 19 maggio

Grazie Fiom, per questa giornata, e per la vostra lotta che ci difende tutti e tutte. Oggi questa piazza è anche la tappa più grande della carovana europea verso l’Altersummit di Atene.
Ad Atene, il 7 e 8 giugno, nascerà una alleanza di sindacati, movimenti, associazioni di venti paesi europei “contro l’austerità che uccide la democrazia”.

Arriveremo, da tutta Europa, nella Grecia che la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale – la Troika, hanno devastato con una violenza simile a una guerra.

In Grecia, la disoccupazione è triplicata in due anni. Salari e pensioni tagliati dal 30 al 50 per cento, metà delle famiglie non può pagare le bollette. I bambini svengono a scuola per la fame, gli ospedali non hanno più il plasma. E il debito continua a crescere.

Con tutti i problemi che abbiamo qui, la Grecia sembra lontana: ma è proprio per difenderci meglio che invitiamo tutti e tutte a venire ad Atene. Perché da soli, in Europa, non si salva nessuno.

Ad Atene firmeremo un Manifesto, un programma comune di passi concreti e fattibili per tirarci fuori dalla crisi con più diritti e più democrazia.

Non è vero che c’è un solo modo di rispondere alla crisi. Come andrà a finire non è scritto nel destino, dipende da chi vincerà -nei rapporti di forza e nell’egemonia culturale.

Dalla crisi degli anni trenta, gli Stati Uniti uscirono con Roosevelt e il New Deal, l’Europa con Hitler e Mussolini. Perché questa storia non si ripeta, serve un progetto alternativo, un campo di forze che lo sostenga. E portare il conflitto sociale laddove gioca l’avversario: in Europa.

Finora non ci siamo riusciti. Non abbastanza.

In Europa, i mercati e la finanza spadroneggiano, sostenuti da istituzioni non elette, da governi nazionali e forze politiche che rispondono alle loro regole e non al popolo. Hanno fatto dell’Unione Europea una oligarchia autoritaria, e da lassù bombardano noi, i diritti e la democrazia.

Noi proviamo a resistere, al lavoro, a scuola, nei quartieri, tante volte la fatica quotidiana ci impedisce di guardare oltre ai confini -e non riusciamo a contrattaccare insieme. A loro fa comodo se siamo divisi.

Ci separano, ci mettono in competizione: nord contro sud, giovani contro vecchi, uomini contro donne, nativi contro migranti, nazione contro nazione. E, uno per uno, ci distruggono.

Hanno prodotto la crisi per ingordigia di profitto, ora la sfruttano per vincere tutto, per cancellare tutto ciò che è impiccio ai mercati e alla finanza – i nostri diritti, frutto di secoli di lotte, la democrazia che li garantisce e li difende.

Per questo sono così accaniti contro di voi e contro la democrazia nei luoghi di lavoro.

Ci hanno riempito di bugie e falsità.

Non è vero che il debito è colpa nostra, che abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità. La crisi del debito viene dalla speculazione finanziaria. Viene dall’intervento degli stati a favore delle banche, che ha reso pubblico il debito privato. Una parte del debito viene dalla corruzione, dal malaffare, dalle grandi opere inutili.

Non è vero che un paese con più del 90 per cento di debito non può andare avanti. Dicevano che era scienza, poi uno studente ha dimostrato che i loro conti erano sbagliati. Ma intanto, noi abbiamo inserito il pareggio di bilancio in Costituzione e ratificato senza fiatare il Fiscal Compact.

Non è vero che la soluzione è tagliare la spesa pubblica. I paesi che resistono alla crisi sono quelli che fanno grandi investimenti pubblici, per sostenere il lavoro e il welfare e scegliersi il futuro.

Non è vero che in Europa non ci sono i soldi. Stanno in poche mani, e sbagliate: il 10 per cento degli europei possiede ormai il 50 per cento della ricchezza.

Non è vero che austerità e privatizzazioni salvano l’Europa. La ammazzano, con il rancore fra le nazioni, con la rottura della la coesione sociale, con l’anti-europeismo e i movimenti reazionari che crescono.

Ora che la recessione minaccia anche i paesi più ricchi, dicono che il rigore deve andare insieme alla crescita. Ma se pure fosse possibile, in una Europa desertificata di democrazia e diritti, i futuri punti di PIL se li spartiranno solo i ricchi.

Non possiamo più aspettare a fronteggiare la rivoluzione restauratrice che in Europa si sta compiendo. Gli elementi di una agenda post e anti liberista ci sono tutti, ci serve una alleanza sociale europea all’altezza di un grande progetto politico -perché se la politica è la cura del bene comune, allora non è solo proprietà dei partiti.

È possibile mettere in discussione il Fiscal Compact, il Two Pack, i trattati e i regolamenti che impongono l’austerità, a cui il nuovo governo invece continua a giurare obbedienza.

Si può imbrigliare la finanza e controllare le banche, sconfiggere mafia, affarismo e paradisi fiscali, avere un fisco giusto e progressivo, una politica pulita.

Si può ridistribuire tanto e bene la ricchezza, salvando e innovando così lo stato sociale, i servizi pubblici, il modello sociale europeo – la vera ricchezza dell’Europa.

È possibile investire risorse sulla transizione e la conversione ecologica, sulla cura dei beni comuni, sulla difesa del territorio, sulla ri-localizzazione della economia, sulla cultura e la ricerca per salvare insieme il futuro degli umani e del pianeta. È possibile disarmare.

Si possono costruire garanzie collettive europee per il lavoro, i diritti nel lavoro, la democrazia sindacale, la contrattazione, per i salari, la lotta alla precarietà, il reddito di cittadinanza – per finirla con la concorrenza al ribasso, e perché non c’è sviluppo senza dignità per tutti e tutte.

Usciamo dall’incubo: il disastro non viene dalla crisi ma dalla risposta alla crisi che ci hanno imposto, utile solo a obiettivi che sono opposti e contrari agli interessi dei popoli.

È tempo di rompere l’incantesimo nefasto che l’egemonia culturale liberista ha diffuso, anche fra tante forze progressiste. C’è una Europa intera da riconquistare alla democrazia, liberandola da chi l’ha occupata. Per farlo ci serve una nuova unità europea, popolare, ancorata nel sociale e fondata nella solidarietà.

Non siamo tutti uguali, in Europa, ma non dobbiamo essere uguali per essere uniti. A noi del sud ci chiamano Pigs, che vuol dire maiali, ci dicono che siamo pigri. Sì, siamo diversi, siamo Mediterranei, siamo l’Europa che è più vicina al Maghreb che a Francoforte.

E di questo siamo orgogliosi, perché intorno al nostro mare può essere fondato uno sviluppo nuovo, non predatore, che non umili né noi né i nostri vicini della sponda sud -non una inutile rincorsa di un modello calato dall’alto. E’ una Europa multicentrica e pluriculturale, quella che dobbiamo inventare.

I nostri avversari hanno dalla loro parte la finanza, le banche, i potentati economici, il potere. Noi abbiamo noi stessi, ma siamo tanti, e come tante volte è successo, possiamo cambiare la storia dal basso.

In Grecia sono nate centinaia di esperienze di mutuo soccorso, dove chi non ha niente aiuta chi non ha niente. Quelle migliaia di volontari non solo difendono la dignità degli altri, ma anche la propria, e intanto ricostruiscono una società altra, dove le persone non competono – si aiutano, dove non ci si salva da soli – ma tutti insieme. Questa è l’Europa di cui siamo cittadini orgogliosi, questa è la nostra Europa. Prossima tappa: Atene.

da: http://www.huffingtonpost.it/raffaella-bolini/grazie-fiom-per-questa-giornata-e-per-la-vostra-lotta-che-ci-difende-tutti-e-tutte_b_3301329.html

Toccato il fondo, ora rinnoviamo la politica

Le convulse giornate che hanno portato alla rielezione di Giorgio Napolitano sono la conferma della gravità della crisi italiana, coi partiti bloccati da veti incrociati e faide interne, costretti a supplicare la disponibilità dell’anziano presidente per un nuovo mandato. Eppure quel voto poteva offrire una prima risposta alla domanda di cambiamento che cresce nel paese ed aprire una fase nuova nel difficile avvio di legislatura. La candidatura di Rodotà rispondeva all’esigenza di una svolta nel segno della democrazia partecipativa, dei beni comuni, dei diritti. L’Arci l’ha sostenuta, in sintonia col sentimento di tanti elettori.

Un’opportunità sprecata, per l’incapacità di dialogare da parte del Movimento 5 stelle e soprattutto per le responsabilità del Pd. Un partito in confusione, che in 48 ore è stato capace di cambiare linea ben tre volte in una sconcertante catena di errori che ha bruciato le candidature di Marini e Prodi e prodotto la dissoluzione del suo gruppo dirigente. A quel punto l’unico modo per evitare altri danni è apparso rifugiarsi nella soluzione ‘istituzionale’. Un esito che non può essere certo letto come un successo. Il problema non è Napolitano, figura degna del massimo rispetto, ma i partiti costretti dalla propria impotenza ad affidarsi ad un ‘tutore’.

È inevitabile che tutto ciò sia vissuto da tanti come una chiusura alla domanda di cambiamento, con l’effetto di aggravare la distanza fra istituzioni e cittadini e fomentare pericolose spinte populiste. Ma sarà bene ridimensionare il senso dell’intera vicenda. Non c’è stato nessun golpe né una mancata rivoluzione, non siamo in una repubblica presidenziale ma in una democrazia parlamentare. Ora, eletto il presidente che deve essere di tutti, restano sul tappeto le questioni politiche, a partire dall’esigenza di un governo che garantisca scelte efficaci per far fronte alla crisi. Soprattutto, oggi si squaderna in termini nuovi e urgenti il tema del rinnovamento della politica, tanto forte è la crisi dei partiti e l’assenza di un’adeguata forza di sinistra. È evidente lo scarto fra l’avanzamento di una sinistra sociale che produce contenuti e nuovo senso comune, e il deficit di rappresentanza politica di tutto ciò. Neanche l’Arci può sottrarsi a questo tema. Nel suo lavoro di animazione dei territori, con altre forze sociali e di terzo settore, può contribuire a cambiare la politica, innovare la rappresentanza, riunire i pezzi e le culture di una sinistra dispersa.

Paolo Beni

ArciReport, 24 aprile 2013

Quel doppio arcobaleno che illuminò Milano

Alla manifestazione di chiusura del Social Forum Mondiale, mentre ci avvicinavamo all’ambasciata palestinese a Tunisi, è spuntato un doppio arcobaleno. Il corteo è stato pervaso dallo stupore fanciullesco degli ‘oohh’. Io invece sono stata inondata da riflessioni. Mumble.

Ventidue mesi fa, un gigantesco doppio arcobaleno chiudeva la campagna elettorale e suggellava il rapporto mistico tra Milano e il suo futuro Sindaco. Pisapia osannato oltre la sua persona, i suoi sorrisi e le sue poche e pesate parole, quale incarnazione di una volontà di cambiamento, un vento collettivo, in una città vicina al soffocamento. Nel 2011 sono aumentati i nuovi residenti tra i 18 e i 35 anni, dopo anni di decrescita. Nel 2012 i lombardi guidano la spedizione degli emigranti trentenni, che crescono del 30%. Meta preferita la Germania. Non è certo colpa di Pisapia. Eppure vien facile la battuta: in attesa che il cambiamento giungesse al termine saranno andate ad annusare l’aria tedesca originale.

«Milano come Berlino» si diceva una sera di maggio in Piazza Leonardo, quella dei botellon che fecero arrabbiare il vicesindaco De Corato. Qualcosa di simile dobbiamo aver urlato qualche giorno dopo, mentre in Centrale gli artisti lasciavano il palco a Stefano Boeri e Giuliano Pisapia. Abbracciati e con le cuffie in testa, improvvisatisi dj, ci promettevano che Milano avrebbe liberato tutti, le piazze sarebbero state nostre e la musica protagonista della trasformazione.

Non sono un’amante dei programmi dei primi 100 giorni. Ne sono passati però più di 660 di giorni e, prima di arrivare a un anno dalle elezioni, quando ogni critica viene omologata agli autogol, qualcosa andrà pure detta. Potremmo dire che mentre guardavamo quell’arcobaleno pensavamo che nessun assessore si sarebbe permesso di proporre di restringere gli orari di apertura dei locali o di limitare la musica.

Non immaginavamo di dover aspettare più di 630 giorni perché la delega ai giovani fosse presa ufficialmente in mano da qualcuno (cui tra l’altro facciamo i nostri migliori auguri di buon lavoro, riponendo in lui grande fiducia). Soprattutto, mai e poi mai avremmo pensato che Stefano Boeri (mister 13.000 preferenze) tornasse a fare l’architetto. Amministrare non è facile. Farlo bene con pochi soldi è quasi impossibile. Eppure applaudiamo i due regolamenti (e zero investimenti) che permettono ai bambini di tornare a giocare nei cortili e agli artisti di esibirsi in strada. Eppure da oggi il bike sharing è prolungato alle due.

I sondaggi dicono che il Sindaco continua incessantemente a crescere nel gradimento dei milanesi. I voti in città per le politiche e le regionali raccontano un elettorato di centrosinistra corposo oltre l’ottimismo più sfrenato. Eppure ai sondaggisti non crediamo più tanto. E, tra una birra e l’altra, ci si dice che la primavera quest’anno tarda.

Tante volte questa città ha ospitato il prologo dei fenomeni sviluppatisi lungo la penisola. Questa volta, il vento dovrebbe entrare nei luoghi delle decisioni, spolverare quei rapporti dati per scontati, trasportare le voci assenti dalle colonne del Corriere.

Forse non arriverà mai il mare a forza 5 (stelle), ma anche il nostro perbenismo che rifiuta i vaffanculo potrebbe trovare le forme per ricordarci che non siamo invincibili.

Valentina La Terza

laterza@arci.it

Grandi idee e piccoli passi avanti

Attraversiamo tempi bui, immersi in una nebbia che sembra non potersi diradare. Ma a ben vedere non mancano i segnali in grado di indicarci la strada verso nuovi orizzonti. A saperli ascoltare, sono molti gli echi di un pensiero nuovo che comincia a diffondersi nel mondo. Ad esempio le parole pronunciate da Papa Francesco nel bel discorso della sua cerimonia di intronizzazione. Tracciando le fondamenta del suo Pontificato, ha rivolto a credenti e non credenti un forte appello a prenderci cura del creato, degli esseri umani e dell’ambiente in cui viviamo, a custodire con umiltà e premura ogni persona, specie le più fragili. Ha esortato alla tenerezza, che non è la virtù dei deboli ma della forza d’animo, della capacità di attenzione e di apertura agli altri. Si è rivolto a chi ha responsabilità economiche, politiche o sociali, perché viva l’esercizio del potere come servizio alla comunità, anzitutto ai più deboli e più poveri. Concetti che evocano le migliori esperienze del pensiero progressista latino americano. Un grande messaggio di speranza per tutti. Sono gli stessi temi che ritroviamo nell’idea di dignità che in questi giorni richiama a Tunisi decine di migliaia di attivisti di movimenti e organizzazioni sociali da tutto il mondo per il Forum Sociale Mondiale. Il settimo Forum dopo dodici anni di cammino e il primo nel mondo arabo, nel cuore delle contraddizioni e delle speranze della rivoluzione dei gelsomini, in un paese nel mezzo della difficile transizione democratica. Sarà il più grande incontro di società civile mai visto nel Maghreb; per noi europei, l’occasione per ripensare il Mediter­raneo come spazio di una vera comunità democratica e laboratorio di un’economia e di una società di giustizia. Il cammino verso un mondo diverso è possibile, ma può avanzare solo sulle gambe della partecipazione democratica, legando la forza delle idee alla concretezza delle pratiche sociali. Guardare in faccia i problemi reali senza rinunciare alla visione dei grandi ideali è la condizione per fare i piccoli passi concreti che il cambiamento richiede. Ed è ciò che serve anche per affrontare i problemi di casa nostra. Intanto, è una novità che per la prima volta chi viene incaricato di formare un governo scelga di iniziare il suo lavoro ascoltando i sindaci e il mondo del terzo settore: la conferma che si parte dai bisogni del paese reale e non dalle alchimie politiciste. Non sappiamo se avrà successo, ma è già un segno del cambiamento.

Paolo Beni

Caro Grillo…

È ancora troppo presto per poter fare una analisi. Le urne sono ancora calde e la delusione troppo cocente. Abbiamo bisogno di più lucidità e soprattutto di più informazioni sui flussi elettorali. Ma qualcosa si può già dire. Intanto che le sinistre ed il centrosinistra nel complesso hanno deluso le aspettative. Che Berlusconi c’è ancora. Ma soprattutto che questa legge elettorale è peggio che una porcata. Possiamo dire che le sinistre, non scegliendo l’unità, a differenza di altri Paesi europei, di fatto scompaiono, lasciando scoperta un’ampia area sociale e culturale che ha dimostrato di poter diventare maggioranza su alcuni grandi temi, come è successo col Referendum sull’acqua. Temi che paradossalmente potrebbero avere una vasta maggioranza in Parlamento proprio per la grande affermazione del M5S.

Ed è su questa valanga di voti che fermo ogni tipo di analisi in attesa di avere maggiore informazioni, lasciandovi un post che ho scritto venerdì prima del voto su Facebook e che riguarda proprio Grillo e i suoi elettori.

«Caro Grillo, ieri ti ho ascoltato bene, parola per parola. In questi giorni sto ascoltando le parole di tanti che voteranno la tua lista, che ci stanno pensando, che vorrebbero farlo. Non tutti convinti, ma molti realmente speranzosi. Molti di questi alla fine non ti voteranno, o attueranno una strategia molto complicata tra voti disgiunti, utili e inutili perché la paura è tanta. Anche la paura di sostenerti è tanta. Lo sento, lo dicono. Tra l’ultima spiaggia e il timore di fare una scelta solo di pancia. Non sarebbero in grado di reggere un altro fallimento. Un’altra scelta di mera protesta, che potrebbe risolversi nell’ennesimo nulla di fatto. Ogni tanto affiora tra i più lucidi la sensazione di prestarsi ad un esperimento di sociologia virale. I dubbi più forti sono proprio sulla tenuta del movimento una volta in Parlamento. E non è solo questione di esperienza. Soprattutto per chi è di ‘sinistra’ il timore è che il ruolo di M5S in Parlamento sia solo sfascista (da sfasciare ndr.) e cioè non consenta davvero di battere le destre, ma piuttosto costringa il Paese a nuove elezioni… Nonostante questo, la tentazione di votarti rimane alta, la frustrazione è tale che in fondo molti sono affascinati dal ‘the day after’, dall’idea di un momento zero della politica. Per questo credo che, a pochi giorni dal voto, tu ti sia reso conto del pericolo di quello che hai messo in piedi. Se dal ‘giorno dopo’ non reggerà alla prova della verità, questo Tsunami si ritorcerà contro se stesso, no non contro di te, che ti sarai ritirato a vita privata come promesso, ma contro tutto il resto, mettendo davvero a rischio la democrazia fragile di questo Paesucolo che è l’Italia. A te dico che ti sei assunto una responsabilità impressionante. Ai ‘grillini’ candidati auguro che se eletti sappiano distinguere tra percezione della democrazia e democrazia vera, che è fatta anche del rispetto delle idee altrui per quanto indigeste e di reale partecipazione, che significa cessione di potere dall’alto verso il basso e non il contrario. A chi è ancora indeciso chiedo di pensare e ripensare, la storia ci insegna che non si esce da crisi come queste con una cessione di cittadinanza come quella che in fondo viene richiesta per sostenere il Movimento 5 Stelle.

Credi di poter contare e scegliere, ma non devi mettere in discussione mai nulla, perchè la strada è tracciata e ogni deviazione porta al dilemma e il dilemma porta al ripensamento, che porta alla messa in discussione. In fondo è questo il populismo. In fondo questa è la fede».

Ed è questo che una forza del 25% deve evitare, se vorrà essere davvero cambiamento.

Ad un grande potere spettano grandi responsabilità diceva per bocca dell’Uomo Ragno il mio filosofo preferito Stan Lee da New York.

Emanuele Patti

ArciReport, 27 febbraio 2013

Un voto che serve al cambiamento

Siamo agli ultimi giorni di una strana e confusa campagna elettorale, caratterizzata da risse e insulti, menzogne e promesse irrealizzabili. E costellata di scandali giudiziari, sintomo della gravità di una questione morale che va ben oltre l’immaginabile. La corruzione è un problema gigantesco, succhia risorse alla ricchezza pubblica, è una zavorra per la società, l’economia e lo sviluppo del paese. Il ritorno alla legalità è la condizione per ridare ossigeno all’economia onesta, creare lavoro, coesione sociale, offrire prospettive di futuro ai giovani. D’altra parte c’è chi come Berlusconi in campagna elettorale ripropone l’apologia delle mazzette e la filosofia dei condoni, incita all’evasione e strizza l’occhio a quella parte del paese che ha fatto dell’illegalità diffusa divenuta normalità quotidiana il suo principio morale. É l’idea di una società che premia il più furbo e non il più capace, in cui per competere bisogna barare e calpestare i diritti degli altri.

Di fronte a tutto questo è forte il rischio che in tanti cittadini prevalgano la rabbia e la rassegnazione, la sfiducia nella partecipazione civica e nella politica, la convinzione che è meglio astenersi, oppure seguire chi urla più forte, affidarsi al demagogo che promette di mandare tutti a casa. Ma la storia ci insegna che il vento del populismo non porta niente di buono e produce solo rischi per la democrazia. Bisogna recuperare il rispetto delle regole e il senso del limite: delle leggi, della politica, e anche dell’azione giudiziaria, perché non basta il diritto penale a riscattare il bisogno di giustizia di una società impoverita e mortificata. L’Italia ha bisogno anzitutto di liberarsi di chi l’ha portata in questo disastro, restituire dignità alle sue istituzioni democratiche, recuperare la fiducia nella vita pubblica e nella politica, che non è tutta uguale e tutta ugualmente collusa.

Le elezioni del 24 febbraio sono l’occasione per il cambio di marcia. Serve un moto di riscatto civico che imponga moralità, legalità, lavoro e giustizia sociale come priorità del prossimo governo. Il voto di protesta contro tutto e tutti non basta, rischia solo di produrre il caos dell’ingovernabilità o favorire il ritorno al potere di chi ci ha spinti sull’orlo del baratro. L’unica possibilità per garantire un governo in grado di avviare il necessario cambiamento è che dalle urne esca una solida maggioranza di centrosinistra. Su questo dovremmo riflettere tutti prima del voto.

Paolo Beni

La cultura non si mangia. Ma ci nutre

Ci sono notizie che meriterebbero più attenzione di poche righe sui giornali. Come quella sul calo delle immatricolazioni nelle università, che in Italia si sono ridotte del 15% in otto anni. Un dato significativo di quanto il nostro paese si stia impoverendo culturalmente e di come si sia fermato il suo ascensore sociale. D’altronde la cultura è un tema rimosso in questa campagna elettorale, mentre dovrebbe essere una delle priorità su cui intervenire. Per troppi anni si è disinvestito su scuola e università, si è favorito la frammentazione delle conoscenze e mortificato gli strumenti del sapere critico, si è sposato l’idea della formazione come strumento di competizione economica più che di crescita umana e civile, si sono ignorati i rischi del divario digitale. L’invadenza di modelli commerciali poveri di valori e significati ha fatto il resto. Troppi cittadini vivono una condizione di subalternità culturale che li spinge nella marginalità sociale. Tanto più in una fase di crisi, le persone hanno bisogno di strumenti per sapere e capire, coltivare capacità critiche e competenze di cittadinanza. Dove ci sono più opportunità culturali migliorano qualità di vita e relazioni sociali. Investire nella cultura diffusa e nell’educazione permanente, contrastare il nuovo analfabetismo, favorire l’accesso ai consumi culturali alla portata di tutti e in tutte le fasi della vita, qualificare l’offerta culturale nelle periferie e nei piccoli centri con l’apertura di biblioteche, cinema, teatri, spazi musicali: tutto questo non è un costo, ma un investimento nel capitale umano del paese. La cultura è una scelta strategica per lo sviluppo. L’industria culturale in Italia occupa un milione e mezzo di addetti e produce il 5% del pil, il nostro patrimonio artistico e paesaggistico offre enormi possibilità di nuova occupazione. È insensato che nel dibattito sulla crescita manchi ogni riferimento agli incentivi per le attività produttive legate alla cultura o alle politiche di sostegno all’associazionismo culturale, migliaia di esperienze che contribuiscono a qualificare le opportunità dei territori con offerte diversificate in cui ciascuno può trovare stimoli per la propria crescita personale e sociale. Veniamo da anni bui, in cui si è sostenuto che «con la cultura non si mangia». Bene, dobbiamo far capire a tutti che invece la cultura produce sviluppo e buona occupazione, e soprattutto nutre le menti e i cuori di cittadini più maturi e consapevoli.

 

Paolo Beni

Elezioni Arci: l’impegno della nostra associazione a questa nuova fase elettorale

Le prossime elezioni politiche e la tornata delle amministrative regionali, segneranno un passaggio epocale nella recente storia del nostro Paese.

L’esito finale sarà di una importanza eccezionale e indicherà in quale direzione gli Italiani vorranno superare la crisi. Esito non scontato, tanto che alcune previsioni valutano di una possibile difficoltà per il centro sinistra (attualmente in vantaggio alla Camera secondo i maggiori sondaggi) ad ottenere una maggioranza al Senato per via della legge elettorale che assegna premi di maggioranza diversi nelle Regioni, rendendo importantissimi i risultati di Lombardia e Sicilia, le regioni più popolose.

Elezioni quasi costituenti, come definite da qualcuno, il cui risultato inciderà fortemente nella ridefinizione di alcuni degli assetti istituzionali del nostro impianto democratico.

Negli ultimi due anni l’Arci ha più volte sollecitato il dibattito politico sulle cause e gli effetti di questa crisi, che non é solo finanziaria ed economica, ma soprattutto sociale e culturale.

Il rischio che in mancanza di risposte e progetti concreti da parte della politica, un sentimento indistinto definito genericamente “anti politica”, possa ancora crescere tra i cittadini é reale, capace di generare risposte e derive populiste di vario genere.

Abbiamo messo in campo campagne, reti e politiche di settore che hanno provato a mettere in campo azioni concrete di promozione sociale e culturale.

Ed é forse in questa particolare situazione, che si é sviluppata nell’Arci in tutti i territori, l’esigenza di un passo ulteriore. É maturata probabilmente in maniera quasi indotta una necessità di intervento sociale più forte.

Complice da un lato la sensazione di meno «lontananza» dello scranno parlamentare, che può significare sia una persa «sacralità» dell’istituzione parlamentare, anche a causa dei tanti casi di malapolitica, di uso illegale delle risorse pubbliche, di malversazioni varie, ma che potrebbe anche segnalare una voglia di nuova politica, più vicina ai cittadini, e complice dall’altro la scelta dei due partiti Pd e Sel, di organizzare le primarie per la selezione della maggioranza dei loro candidati parlamentari, una folta pattuglia di dirigenti apicali dell’Arci nei territori ha scommesso candidandosi alle primarie di questi due Partiti.

E per alcuni di questi, se l’esito delle elezioni sarà favorevole alla coalizione di centrosinistra, si potrebbero aprire le porte del Parlamento.

In questi giorni scopriremo proprio su queste pagine anche le motivazioni particolari e personali dei nostri e delle nostre candidate in Parlamento, ma é sicuro che se aggiungiamo a questo quadro la candidatura del nostro Presidente Nazionale (vedi editoriale di Paolo Beni), alla Camera dei Deputati, nel collegio della sua Toscana, per il Pd, capiamo dell’eccezionale situazione in cui la nostra Associazione affronta questa importante fase elettorale.

É allora fin da subito importante immaginare come questo insperato forse, patrimonio, possa essere messo a frutto per provare a mettere davvero in atto quel cambiamento e rinnovamento della società e della politica anche da dentro la «macchina legislativa» con la quale abbiamo sempre dovuto confrontarci e scontrarci nella nostra azione politica.

Un lavoro fuori e dentro le istituzioni, che deve però trovare il giusto equilibrio nel rispetto delle Istituzioni ma anche dell’Arci, provando davvero a sperimentare quell’autonomia politica di cui diciamo oramai di essere portatori sani, soprattutto nell’interesse della difesa dei diritti di cittadinanza e nel rafforzamento del Terzo Settore, anche come modello di sviluppo alternativo economico, del lavoro e della democrazia.

L’intervista a Paolo Beni: “Serve svolta profonda”

da Redattore Sociale di 09/01/2013

Dalle politiche sociali, alla cittadinanza ai figli degli immigrati fino alla questione dei diritti civili e culturali: le ragioni della scelta di candidarsi alle prossime elezioni nell liste del Pd. Non lascerà la dirigenza dell’Arci

ROMA – “Di fronte alla situazione difficile del paese sul piano economico e sociale, ma anche culturale e di tenuta del tessuto democratico, è necessaria una svolta profonda. Penso che il progetto del Partito democratico rappresenti la possibilità di tracciare una strada nuova nell’orizzonte del cambiamento, di cui il paese ha bisogno. E che l’impegno che ho sempre portato avanti all’interno dell’Arci ora abbia bisogno di essere rappresentato e agito anche nelle sedi istituzionali”. Sintetizza così la sua scelta di candidarsi alle prossime elezioni, nelle file del Pd, Paolo Beni presidente nazionale dell’Arci. La sua è solo l’ultima delle candidature di nomi eccellenti del Terzo settore: da Laura Boldrini ad Andrea Olivero, da Giulio Marcon a Roberto Natale, sono già 11 i vertici del mondo dell’associazionismo che hanno scelto di passare all’impegno politico in senso stretto.

È indicativo che in questa tornata elettorale ci siano molti rappresentanti del Terzo settore nelle diverse liste: è un segnale importante di apertura del mondo politico, ma anche di disponibilità da parte del nostro mondo a mettersi in gioco e portare al paese le proprie competenze”, sottolinea Beni. A differenza di altri, però, Beni non lascerà la dirigenza dell’Arci perché lo statuto non prevede l’incompatibilità con l’incarico istituzionale. “Per il momento resto, non decido io ma comunque il mio mandato scade all’inizio del 2014 – aggiunge – quello che farò però sarà portare i nostri temi nell’agenda politica: come quello della cittadinanza ai figli degli immigrati, ma più generale il mio contributo si concentrerà sul grande tema dell’emergenza sociale e del disagio. Penso che la questione delle politiche sociali non sia residuale e non possa essere affrontata dopo la ripresa economica, ma è piuttosto una delle urgenze del nostro Paese. Infine un altro aspetto importante su cui la mia associazione è impegnata da sempre è quello dei diritti culturali in senso lato: oggi siamo di fronte a un’emergenza educativa importante che imbarbarisce le relazioni e il clima morale del paese. Su questo credo ci sia ancora molto da fare, così come sulla questione dei diritti civili, e sulla riattivazione di spazi di partecipazione democratica. Su questi temi, che spesso sono mancati in politica, la prossima legislatura deve dare segnali importanti”.

La candidatura di Paolo Beni non lascia quindi scoperto il vertice dell’Arci nazionale, bensì quello del Forum del Terzo settore. Prima che ufficializzasse la scelta di impegno politico, infatti, sul suo nome si era trovato l’accordo per la sostituzione alla presidenza di Andrea Olivero (anche lui candidato alle prossime elezioni con la “Scelta civica con Monti per l’Italia). “Mi dispiace un po’ non poter ricoprire questo incarico, ma sono convinto che a breve, anche perché i tempi sono stretti, si troverà una soluzione altrettanto convincente per tutti – aggiunge – il mio contributo nel Forum non mancherà attraverso l’impegno dell’Arci”. Paolo Beni sarà candidato alla Camera nella lista della Toscana in 20esima posizione. “La proposta mi è stata fatta dal segretario nell’ambito del listino di coloro che non hanno partecipato alle primarie. Sono contento che il territorio sia quello di mia provenienza e in cui ho fatto gran parte della mia esperienza associativa – conclude – non è importante comparire prima o dopo anche perché con questa legge elettorale dissennata la mia posizione dovrebbe assicurare comunque un buon esito”.

 

Populismo irresponsabile

anticrisi-arciNon c’è dubbio, la notizia della settimana sono le annunciate dimissioni di Monti e la conseguente accelerazione verso una imminente campagna elettorale. Ma vogliamo partire da un’altra notizia, per lo più trascurata dai media, che ben rappresenta la distanza fra la politica e la realtà del paese: il rapporto sulla situa­zione sociale italiana presentato pochi giorni fa dal Censis. Ne emerge l’immagine di un paese in cui cresce il divario sociale. Le famiglie sono più povere di un anno fa e per questo modificano abitudini e comportamenti sociali, cambiano i consumi alimentari, riducono quelli per tempo libero, cultura e turismo. Risparmiano di meno e talvolta sono costrette a vendersi anche l’oro di casa per pagare le bollette. In compenso i ricchi sono sempre più ricchi. Fra i cittadini cresce la sfiducia verso partiti e istituzioni, la rabbia è il sentimento più diffuso, la coesione sociale è messa seriamente a rischio. Stride che, proprio mentre si illustrava questo quadro, nei palazzi della politica andava in scena l’ennesima prova di irresponsabilità verso il paese. Il Pdl, per mero calcolo elettorale, decretava la fine della legislatura facendo svanire ogni possibilità di cambiare la legge elettorale, insieme a decine di norme fino a ieri ritenute indispensabili. Non saremo certo noi a dolerci per la fine di un governo che da tempo critichiamo auspicando che dal voto popolare emerga un’alternativa, ma non si può non denunciare il cinismo dell’operazione. Visto che le primarie del centrosinistra avevano ridato fiato alla partecipazione e un po’ di credibilità alla politica, Berlusconi torna in campo nel disperato tentativo di intorbidire le acque e riportare indietro l’orologio della storia. L’obbiettivo è chiaro: aprire subito la campagna elettorale facendosi paladino del malcontento verso le politiche di austerità che pure ha sostenuto fino a ieri. Una fuga dalla realtà che ripropone il problema italiano di una destra impresentabile e incompatibile con la dialettica democratica. Sarà una campagna elettorale difficile, segnata dalla competizione fra Grillo e Berlusconi sul terreno del populismo demagogico, dell’antieuropeismo, dell’aggressione degli avversari. Motivo in più perché il centrosinistra si differenzi nei toni e nei programmi, proponendo un vero cambiamento del modello economico e sociale, per superare squilibri e ingiustizie ormai insopportabili, combattere l’evasione, la corruzione e il degrado della vita civile.

Paolo Beni