Tag: Carbone

La transizione energetica in Italia: tra strategie di conservazione e comunità emergenti

Con una postilla sul referendum del 17 aprile 2016

a cura di Giovanni Carrosio

Siamo nel mezzo di una crisi energetica, forse la più importante nella storia dell’umanità. Faccio riferimento al concetto di crisi, così come è stato adoperato da Immanuel Wallerstein: una fase nella quale le contraddizioni interne al sistema energetico dominante non possono più essere risolte ristrutturando il sistema tale e quale, ma inducono ad un periodo di transizione caratterizzato da instabilità e oscillazioni sempre più estreme tra varie alternative possibili di uscita dalla crisi. Una fase nella quale il sistema è aperto a diverse soluzioni alternative, ognuna delle quali è intrinsecamente possibile: si fronteggiano progetti di egemonia differenti, alcuni con più possibilità di affermazione, perché sorretti da poteri ancora dominanti, altri più fragili, perché decisamente discontinui rispetto ad essi. Nei periodi di transizione, chi del sistema è parte, sia in una logica consociativa che antagonistica (movimenti sociali, forze politiche organizzate, gruppi di interesse economici, governi e istituzioni, cittadini e comunità locali) esercita un ruolo importante: in base alla composizione delle pressioni esercitate, il sistema prende un orientamento che con il tempo si fa dominante. I periodi di transizione possono essere anche molto lunghi, certamente caotici: il sistema oscilla in modo disordinato spinto da logiche contraddittorie, ma a un certo punto, il risultato delle pressioni diventa coerente e ci si ritrova collocati in un sistema energetico differente. Assai difficile prevedere quali saranno i caratteri peculiari del nuovo sistema, non siamo ancora in una fase matura della transizione, e per questo i movimenti sociali, le nuove eco-imprese e le comunità locali hanno ancora molte possibilità per orientarne la direzione. Ciò che dobbiamo fare è innanzitutto cercare di comprendere in modo analitico ciò che sta succedendo. È indispensabile uno sforzo di analisi per collocare le nostre scelte nel presente, affinché le cose prendano verosimilmente il corso che auspichiamo.

Le ragioni della crisi energetica

La crisi energetica prende forma per una serie di ragioni interne ed esterne al sistema: sono ragioni interne l’esaurimento delle risorse e la crescita della domanda globale di energia; sono invece fattori esterni il cambiamento climatico, la nascita di gruppi di pressione che orientano il proprio agire politico per modificare il sistema energetico, le lotte ambientali portate avanti dalle comunità contro i danni ambientali provocati da grandi impianti per la produzione di energia.

Proviamo ad approfondire i vari fattori citati. Il progressivo esaurimento delle risorse fossili è uno dei fattori predominanti della crisi: su di esso esistono proiezioni condivise, nonostante sia molto difficile fare delle previsioni. I paesi detentori delle risorse fossili tendono a minimizzare i dati che mostrano la scarsità di risorse, così come le grandi compagnie di estrazione. La maggior parte degli scienziati, tuttavia, concorda su proiezioni che ci vedono nel pieno del picco del petrolio, con conseguenze imprevedibili sulla scala temporale: è difficile prevedere quando vi saranno conseguenze irreversibili sui sistemi socio-politici e con quale velocità. L’andamento del prezzo del petrolio sarà un nodo cruciale di accelerazione o rallentamento della crisi energetica: controllarne le dinamiche significa anche governare la crisi. Esistono perciò forze organizzate che certamente hanno più potere di altre nell’orientare il sistema durante la transizione. Il secondo fattore, strettamente connesso al primo, è l’incremento dei consumi da parte dei paesi emergenti. Il fatto che Cina, India e Brasile abbiano sempre più bisogno di energia per dare gambe alla crescita economica, introduce un elemento di instabilità nel sistema energetico globale. Non solo le risorse fossili sono in esaurimento, ma il numero di pretendenti si allarga ed i consumi globali crescono vorticosamente. Le instabilità che si producono sono soprattutto di natura geopolitica, dovute alla contraddizione tra sicurezza energetica degli stati nazionali e contrazione delle risorse disponibili e alle conseguenti tensioni tra stati per l’accaparramento di nuovi giacimenti. I recenti accadimenti in Ucraina ci mostrano con forza come la competizione per le risorse produca conseguenze geopolitiche incontrollabili. E le drammatiche tensioni che continuano a generarsi a partire dal Medio-Oriente, con l’avanzata del terrorismo di Daesh che si sorregge su un’economia petro-terroristica, ci ricordano come il legame tra consumatori occidentali di energia e padroni dei pozzi sia fatto di intrecci che producono commistioni e zone d’ombra tra apocalittiche categorie etiche come quella del Bene e del Male.

...continua la lettura

Carbone e trivelle: Warren Buffett, chi era costui?

Ucraina: fabbrica chimica altamente inquinante

Warren Buffett è considerato il più grande esperto di investimenti finanziari di sempre. Nel 2008, secondo la rivista Forbes, è stato l’uomo più ricco del mondo, mentre nel 2015, con un patrimonio stimato di 72,7 miliardi di dollari, sarebbe il terzo uomo più ricco del mondo. Nella sua lettera annuale agli investitori, Buffett si occupa di rischi per utenze elettriche.

L’investitore miliardario dice che le energie rinnovabili e l’efficienza stanno spingendo le compagnie energetiche in un ambiente più competitivo. Buffett ha delineato i rischi che la generazione distribuita comporta per le società elettriche tradizionali, che stanno cominciando ad operare all’interno di un modello economico che cambia, entrando in un periodo di incertezza. “Questo perché le utility erano di solito l’unico fornitore di un prodotto necessario e sono state autorizzate ad un livello di prezzo che ha dato loro un ritorno prestabilito sul capitale che hanno impiegato”. Il guru degli investimenti ha assicurato gli investitori che i servizi delle società elettriche di sua proprietà rimarranno competitivi in seguito all’adozione da parte loro delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica, e una maggiore attenzione all’efficienza operativa.

Le società di Buffett, prevedono inoltre di aumentare gli investimenti in progetti di energia rinnovabile su larga scala a sostegno degli obiettivi internazionali sul clima. “Qualunque sia il modello dominante, distribuito o centralizzato, ha sostenuto Buffett, bisogna cavalcare la transizione e uscire dai fossili”. Queste dichiarazioni di un esperto finanziario, tengono conto delle decisioni politiche che la Casa Bianca sta varando per espandere l’energia solare al dettaglio da impianti sui tetti tradizionali con il sostegno ai modelli in cui le famiglie e le imprese investono in impianti solari condivisi. Obama ha annunciato che in 68 città, gli stati e le imprese hanno firmato per promuovere comunità solari, con particolare attenzione alle famiglie a basso e medio reddito.

Intanto Enel, con notevole saggezza e preveggenza, sta emettendo 3,1 miliardi di euro per riacquistare le azioni di Enel Green Power SpA, lo sviluppatore di energia rinnovabile venduto nel 2010, per integrare nel suo portafoglio un business i cui guadagni sono in piena espansione. L’accordo consente a Enel di realizzare la crescita più rapida della sua unità di energia verde in un momento in cui in Italia, anche per la politica del governo a favore dei fossili, la performance del mercato azionario per le aziende di energie rinnovabili non è stato brillante. Analoghe operazioni sono avvenute in Spagna (Iberdrola SA ha acquistato l’unità Iberdrola Renovables) e in Portogallo (EDP Renovaveis), con l’intento di realizzare una maggiore flessibilità nel mercato dei capitali.

A fronte di queste prese di posizione non di incalliti ambientalisti, ma di oculati manager finanziari e industriali c’è da chiedersi come possa il governo italiano e le lobby che lo affiancano aver disposto la trivellazione in mare e la creazione di infrastrutture perché l’Italia sia il futuro leader europeo… del gas e del petrolio! Non solo trivelle, ma anche sostegno al gasdotto Trans Adriatic Pipeline (TAP) che dovrebbe aver sbocco sull’Adriatico, come l’elettrodotto da costruire tra le sponde balcaniche e abruzzesi per portare da noi l’elettricità da carbone prodotta da A2A in Montenegro. E, inoltre, un piano assurdo di tralicci nord-sud per portare l’energia rinnovabile del sud a compensarsi con quella fossile del Nord, anziché creare stoccaggi locali, reti intelligenti e decarbonizzazione, con la chiusura delle centrali a carbone e l’eccesso di turbogas inutilizzati.

È la politica energetica del Paese che deve essere ripensata dopo la Cop21. Sempre che se ne possa discutere e si dia la parola alla società e ai cittadini. Perciò occorre sfruttare l’occasione del referendum del 17 Aprile, discutendone da subito e denunciando che è stato appositamente anticipato nel calendario dal Consiglio dei Ministri, forse proprio per togliere tempo e argomenti ad una approfondita discussione.

The post Carbone e trivelle: Warren Buffett, chi era costui? appeared first on Il Fatto Quotidiano.

Energia: giù le borse e il petrolio, su il carbone

Ucraina: fabbrica chimica altamente inquinante

L’obiettivo principale della decarbonizzazione dell’economia, così duramente discusso nelle riunioni preparatorie e sottolineato come priorità dall’IPCC, è stato ridotto alla conferenza Cop 21 di Parigi a un vago riferimento. Il picco di emissioni potrebbe raggiungere qualsiasi grandezza, raggiungere il suo massimo in un periodo di tempo indefinito, scendere a zero solo a fine secolo. Non si menziona neanche una volta che i combustibili fossili abbiano termine. Qui è evidente la resistenza delle industrie del settore fossile e dei padroni del petrolio, del gas e del carbone. Secondo un’analisi congiunta dell’Istituto per lo Sviluppo Internazionale e dell’ODI, solo i paesi del G20, le prime 20 economie, canalizzano ogni anno oltre 600 miliardi di dollari di fondi pubblici sotto forma di sussidi alle compagnie dell’energia fossile. In questi sussidi non sono considerati i 1200 miliardi all’anno che gli Emirati Arabi mettono a bilancio per tenere basso il prezzo del petrolio e combattere la loro guerra contro i concorrenti di USA, Iran e Russia, con qualche complicità tollerata con l’esecrato ISIS.

Un notevole gruppo di 32 personalità, guidato da Stiglitz e altri premi Nobel ha chiesto l’introduzione di tasse per le emissioni di carbonio, sia per coprire i costi ambientali e sociali che sono ora trasferiti alla società che per ridurre le emissioni e investire in sistemi energetici senza emissioni di carbonio. Uno straordinario contributo ad affrontare la crisi togliendo soldi e armi alle multinazionali del passato e investendo in occupazione, risanamento del clima, redistribuzione del reddito. Ma di questa misura così necessaria non se ne discute a Davos o nei consessi dei banchieri che, pur di mantenere una rendita finanziaria, agitano lo spread e deprimono i listini delle borse terrorizzando i risparmiatori.

Cosa può succedere se, dopo la conferenza di Parigi, che ha fissato ad 1.5 °C il limite dell’innalzamento della temperatura del pianeta, l’economia e la politica, anziché rivolgersi al sole, al rifiuto dello spreco e all’intelligenza continueranno a ruotare attorno ai prezzi dei combustibili da bruciare nelle caldaie e nei motori? La Banca Mondiale avanza una interessante previsione: i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica in Europa rimarranno depressi e la curva dei prezzi dell’energia elettrica per il futuro nella maggior parte dei mercati manterrà una tendenza al ribasso. Se anche il prezzo del gas scenderà anche a seguito del calo del petrolio, non ci sarà recupero rispetto all’avanzamento delle rinnovabili, che saranno l’unica quota elettrica in crescita a prezzi convenienti. Di fatto, il rapido afflusso di energie rinnovabili, che hanno un costo marginale zero nella generazione e nell’accesso prioritario alla rete, ha rotto (BMI usa proprio la parola “BROKEN”) il business tradizionale dell’energia, mettendo in difficoltà le grandi utilities che, avendo investito in centrali a turbogas, producono in eccesso e sono costrette a tenere in stand by interi impianti, nonostante che il prezzo del gas che viene dai gasdotti dalle navi metaniere sia in discesa. La prospettiva è quella di una ulteriore irreversibile penetrazione economicamente conveniente dell’energia da sole, vento e acqua.

A meno che si rilanci il carbone, che è l’unica fonte in grado di reggere la pressione al ribasso delle fonti a bassa emissione e rimane la carta sporca del sistema energetico centralizzato, messo in discussione a livello innanzitutto ambientale, ma ora a livello anche economico e geopolitico.

Carbon tax e una decarbonizzazione a favore di un sistema energetico decentrato e rinnovabile sono carte ineliminabili per affrontare la crisi e, a lungo termine, per non subire, impotenti, gli shock di borsa. Perché non ce ne parla il cupo ministro Padoan e non prendono decisioni al riguardo i leader europei, che preparano ancora una volta missioni di guerra?

A2A, il carbone, gli elettrodotti e gli impegni per la COP21

dal blog di Mario Agostinelli

Nuova svolta nella saga infinita dell’elettrodotto fra Italia e Montenegro. Una grande opera che ormai assomiglia al Ponte sullo Stretto: di tanto in tanto riemerge dal silenzio, anche se le ragioni per giustificarla non reggono all’esame del buon senso.

Quando nel 2003 l’Italia subì il black out, si progettò un elettrodotto fra Balcani e Italia (approdo in Abruzzo) in vista dell’importazione di elettricità da quelle aree. Dieci anni dopo però, l’undercapacity italiana si trasformò in overcapacity e un’opera che oggi finirebbe per costare almeno un miliardo di euro, perse la sua attrattività. Per di più, l’iniziale previsione di importare energia idroelettrica dalla Serbia andava perdendo di significato già all’inizio del secondo decennio 2000, dato che ormai potevamo produrci in casa tutta l’energia verde che ci serviva per raggiungere gli obiettivi fissati a livello nazionale ed europeo.

Ora, andando verso l’appuntamento di dicembre a Parigi per la Cop 21, potremmo onorarci almeno di un definitivo abbandono del carbone e, quindi, di un contributo trasparente al miglioramento della situazione climatica. Ma tra il dire e il fare… ci sono sempre intoppi che nascondono interessi di cui i cittadini e l’opinione pubblica non devono occuparsi e che, nel caso trattato, hanno a che vedere proprio con il combustibile fossile più inquinante. ...continua la lettura

 

Legge di Stabilità: importare energia sporca, a spese dei cittadini. Così l’Italia si presenta alla Cop21

Nuova svolta nella saga infinita dell’elettrodotto fra Italia e Montenegro. Una grande opera che ormai assomiglia al Ponte sullo Stretto: di tanto in tanto riemerge dal silenzio, anche se le ragioni per giustificarla non reggono all’esame del buon senso.

Quando nel 2003 l’Italia subì il black out, si progettò un elettrodotto fra Balcani e Italia (approdo in Abruzzo) in vista dell’importazione di elettricità da quelle aree. Dieci anni dopo però, l’undercapacity italiana si trasformò in overcapacity e un’opera che oggi finirebbe per costare almeno un miliardo di euro, perse la sua attrattività. Per di più, l’iniziale previsione di importare energia idroelettrica dalla Serbia andava perdendo di significato già all’inizio del secondo decennio 2000, dato che ormai potevamo produrci in casa tutta l’energia verde che ci serviva per raggiungere gli obiettivi fissati a livello nazionale ed europeo.

Ora, andando verso l’appuntamento di dicembre a Parigi per la Cop 21, potremmo onorarci almeno di un definitivo abbandono del carbone e, quindi, di un contributo trasparente al miglioramento della situazione climatica. Ma tra il dire e il fare… ci sono sempre intoppi che nascondono interessi di cui i cittadini e l’opinione pubblica non devono occuparsi e che, nel caso trattato, hanno a che vedere proprio con il combustibile fossile più inquinante.

Abbiamo già denunciato su questo blog che A2A, l’utility ancora a maggioranza pubblica di Milano e Brescia, aveva fatto un rischioso investimento in centrali elettriche compartecipate nel piccolo Montenegro, un Paese non proprio esempio di trasparenza e incorruttibilità. Un rischio che si poteva correre, probabilmente, solo esportando kWh in Italia a prezzi ben più alti di quelli che vengono pagati, quando vengono pagati, nel paese balcanico. E – qui viene il bello – non kWh puliti, ma kWh prodotti da A2A con carbone, bruciato in una centrale in via di raddoppio e estratto da una miniera di lignite, fonte di preoccupante inquinamento per la cittadina di Pljevlja, contigua alla centrale e al giacimento.

Nell’assemblea generale di A2A dello scorso 11 giugno era stata sollevata una decisa obiezione per un’operazione come quella in corso in Montenegro, contraria perfino al buon nome di una municipalizzata e, se si fanno i conti, vantaggiosa solo a fronte della realizzazione urgente della connessione con l’Italia, ovvero, della posa del cavo che dovrebbe attraversare l’Adriatico. Diciamoci perché e per chi “vantaggiosa”: perché i costi della costruzione dell’elettrodotto sarebbero finiti nella bolletta elettrica e A2A avrebbe usufruito di una infrastruttura a carico dello Stato.

E arriviamo ad oggi. Nella Legge di Stabilità in discussione al Senato ieri pomeriggio sono stati avanzati da parlamentari del Pd emendamenti per riconoscere sostegni ai cosiddetti “energivori” e produttori di energia da fossile, così da garantire ad essi un incentivo economico per l’acquisto virtuale di energia elettrica al di fuori dell’Italia ad un prezzo di favore, oltre che per la realizzazione di interconnessioni anche in un momento di overcapacity. Esiste già una legge del 2009 che promuove gli “interconnector” (siamo ormai abituati agli inglesismi quando le cose sono sospette) al costo di 500 milioni di euro l’anno prelevati dalle bollette elettriche dei cittadini. Una legge che dovrebbe decadere se davvero il nostro governo si muovesse verso le energie pulite, ma che l’emendamento sotto accusa (per quanto ci risulta contrastato al Senato solo dall’opposizione), prorogherebbe fino al 2021, sottraendo come maggiori oneri altri 2 miliardi di euro dalle utenze elettriche degli italiani.

In sostanza: trivelle, carbone e elettrodotti transmarini finirebbero per essere il biglietto da visita alla conferenza di Parigi spedito dal governo e da una municipalizzata che ha l’ambizione di regionalizzarsi e coprire l’intera Lombardia. Un accredito non certo coerente con gli impegni per la Cop 21 e con una paradossale inversione dei fini, che rendono ancora più oscuro perché dovrebbero essere i cittadini a dover finanziare opere sanzionabili e senza futuro. Importare energia prodotta in modo inquinante non fa bene all’ambiente, allontana il rispetto dei nostri impegni sul clima e contrasta con ogni dichiarazione pubblica dei nostri governanti nei consessi internazionali di fare di tutto per mantenere l’aumento di temperatura globale sotto i 2°C.

Petrolio a gogò e lavoro usa e getta

C’è una relazione tra un presunto ritorno del petrolio ai fasti economici di inizio ’900 e la riduzione dei lavoratori a pura merce? Credo di sì, almeno nella testa di chiunque trasformi in valore economico ogni relazione e per profitto degradi natura e lavoro. Quanto sia illusoria questa pretesa di ritorno a duecento anni fa, lo dimostra la “guerra del prezzo del petrolio” che agita i mercati con le sue mille inquietanti contraddizioni.

Come ho già evidenziato nei post più recenti, gli attuali prezzi del petrolio sono imposti dai cartelli e dagli interessi geopolitici del momento, anche se costituiscono una tendenza non sostenibile a lungo termine, con una perdita di orientamento delle politiche energetiche, climatiche, industriali e per l’occupazione a livello mondiale. La volatilità che ne proviene è tale che la presunta vittoria degli Stati Uniti nel campo dei fossili con il ricorso alla produzione shale è stata in poche settimane messa in dubbio dall’azione dei Sauditi, disposti a buttare fino a 25 miliardi di dollari l’anno pur di tener botta sul mercato con un prezzo artificialmente basso, ancor più spinto di quello delle produzioni da scisto.

Giochiamo su un precipizio di cui non percepiamo la profondità, sprecando risorse finanziarie e naturali, con ferite all’ambiente e un accanimento miope verso il lavoro e la povertà, al punto da tradire ancora una volta gli appuntamenti sul clima e di fare della ripresa una fiammata che non crea occupazione, ma ulteriori disuguaglianze, profitti e speculazione finanziaria.

Se il petrolio rimane a 60 dollari, l’economia della Russia si contrarrà di circa il 4% nel 2015. Nella guerra fredda che si è riaperta, Bloomberg New Energy Finance del 5 gennaio ammonisce che la crisi del petrolio americano è alle porte. La Continental Resources Inc perde 4,6 miliardi di dollari nel 2015, avendo previsto un prezzo di 80 euro. Halliburton Co., il più grande fornitore al mondo di servizi di fracking alle compagnie petrolifere, ha annunciato il licenziamento di 1.000 lavoratori. Il petrolio di West Texas Intermediate, che aveva raggiunto un picco di 107,7 dollari nel mese di giugno, è sceso a 52 dollari il 2 gennaio e ben 37 dei 38 giacimenti di scisto americani l’hanno seguito nella caduta. Michael Feroli, capo economista americano presso JPMorgan, scrive che la crisi potrebbe spingere l’intero Texas in una “recessione regionale dolorosa”.

Anche per il carbone si addensano nubi: la Banca Mondiale rifiuta di finanziare nuovi progetti nel settore, mentre i conflitti europei non si limitano al gas: 66 delle 126 miniere di carbone ucraine non sono in attività a causa dei combattimenti a Donetsk e Luhansk.

In questo scenario che non induce all’ottimismo, c’è, al contrario, la conferma di un andamento costantemente positivo del settore delle rinnovabili, cioè della possibilità di ricorrere ad energia pulita per sopravvivere alla caduta del prezzo del petrolio. Da metà ottobre, mentre il greggio è sceso di quasi 30 dollari al barile, non ci sono stati cambiamenti nelle quotazioni dell’energia da fonti naturali, come misurato dal Nex (New Energy Global Innovation Index). E questo perché godono ormai di fatto di un sostegno politico e sociale generale – anche se contrastato nei media e disdegnato da Governi alla giornata come il nostro – che assicura stabilità oltre la tempesta.

Di fatto, le rinnovabili continuano a dar risultati promettenti nell’eolico offshore, dopo che hanno raggiunto competitività nei due settori principali (vento onshore e Pv), con costi molto ridotti e una valutazione dei rischi da parte delle agenzie di credito all’esportazione che risultano inferiori a quelli per le opere di estrazione e trasporto dei fossili. Così si sono aperti mercati all’estero per le imprese tedesche, danesi, coreane e statunitensi, sostenute dalle azioni dei loro governi, quando il nostro latita in balia di vergognosi stop and go, nocivi per gli utenti, le imprese, l’occupazione, l’ambiente.

Possibile che Expo 2015 si sia ridotto solo al capitolo alimentazione, cancellando quel binomio energia-vita che era, assieme al cibo, nello slogan di presentazione al mondo della manifestazione? Certamente, in mancanza di una politica energetica nazionale che ci renda presenti con know-how, imprese e lavoro, oltre che sui mercati tradizionali (Europa, Cina e Usa), anche su quelli in autentica esplosione, come le Filippine, l’Africa, l’India e il Cile!

Eppure, nel 2014 l’energia “pulita” nel mondo è volata ancora in alto, superando le aspettative, con una crescita del 16% – pari a 310 miliardi di $ in investimenti – con un balzo record in Cina (+32%) e con crescite assai maggiori rispetto ai settori tradizionali anche in Usa (+8%), Giappone (+12%), Canada (+26%), India (+14%), mentre da noi gli investimenti sono calati del 60% rispetto al 2013.

E si capisce, se si riflette sul tipo di sviluppo pensato dal governo attuale: da una parte aspettative miracolistiche per il calo del prezzo del petrolio, accompagnato dalle prospettiva di trivelle lungo le coste e di costruzione di condotte e rigassificatori per 45 miliardi; dall’altra flessibilità e licenziabilità per i nuovi assunti e meno diritti e welfare per chi al lavoro c’è già. Se si ritiene che la “rivoluzione” stia nel Job Act e nella “riforma Fornero”, perché scervellarsi a ragionare anche sull’energia che il sole invia quotidianamente sul suolo del bel Paese?

Clima, se fosse una banca lo salverebbero

Il negoziato che si svolge nell’ambito della Convenzione sui Cambiamenti Climatici è lungo e complesso, ma sembra arrivato a un punto cruciale nel percorso per l’approvazione di un nuovo strumento legale che favorisca la riduzione globale delle emissioni di gas serra. I leader internazionali sono convocati nel mese di dicembre in Perù per preparare un accordo globale sul clima nel 2015 a Parigi.

Di questi tempi la vera novità è l’entrata in gioco di un movimento mondiale sulla giustizia climatica, che sfida la politica perché metta in conto il futuro del pianeta prima del presente delle banche.

Domenica 21 Settembre a New York si è svolta la più grande manifestazione popolare di sempre sui cambiamenti climatici, corroborata da riscontri in ben 2.676 manifestazioni in 146 paesi, Italia compresa.

Visto che nei giorni successivi l’attenzione della stampa e delle televisioni da noi si è rivolta ossessivamente al viaggio di Renzi da un capo all’altro degli Stati Uniti e ai suoi incontri in compiacenti e ovattati salottini, vale la pena informare di una ribellione popolare che ha messo a nudo nelle piazze la latitanza dei governanti sulla crisi del pianeta.

Movimenti e organizzazioni sociali – Via Campesina, OilWatch International, Migrants Rights International, Global Forest Coalition, the Indigenous Environmental Network, Grassroots, Global Justice Alliance, Attac, Fairwatch, l’italiana Power Shift – e più di 330 organizzazioni, in rappresentanza di oltre 200 milioni di persone in tutto il mondo, compresi piccoli produttori, popolazioni indigene, migranti, donne, attivisti per la giustizia climatica, ambientale e per l’acqua bene comune, hanno pubblicamente denunciato l’occupazione indebita da parte delle multinazionali del summit sul clima.

È ora di buttarsi alle spalle la deriva dei negoziati sul clima di Copenaghen – è stato scandito – e il cambiamento climatico galoppante va preso di petto. La società si sta muovendo ed è ora che i Capi di Stato colgano la sfida del presente e del futuro“.

Dalla mobilitazione di tante persone, organizzazioni e popoli diversi, agli annunci dei banchieri Rockefeller (ieri padroni di Exxor e oggi di Standard Oil) di non voler più investire nei combustibili fossili; dai piani ambiziosi di alcuni Paesi alle coalizioni di grandi aziende: tutto si è riversato all’interno del Palazzo di Vetro, lasciando interdetti i grandi e i piccoli della Terra, ognuno intento a illustrare mirabolanti ricette, fatte di bombardamenti, di sanzioni economiche, di attacchi al lavoro. Si è verificato, ancora una volta “fuori”, un evento di enorme portata che, ritengo, peserà nella coscienza delle nuove generazioni, anche se qui in Italia è stato quasi soffocato (forse “il cambio di clima” che seguirebbe a suo dire l’abolizione dell’art.18 è stato scambiato per un’attenzione del premier all’aumento dei gas serra!?).

Eppure gli slogan scanditi e raccolti da Mark Hertsgaard in un articolo del 22 settembre su The Nation sono di un’impressionante nettezza: “Gli accordi in corso colpiscono i diritti del lavoro e l’economia locale, distruggono la natura e sostanzialmente riducono la capacità delle Nazioni di definire le loro priorità economiche, sociali e ambientali. I finanziamenti per il clima sono un investimento per il futuro. Non devono essere ostaggi di considerazioni di bilancio a breve termine”. Si costituiscono alleanze con un capovolgimento delle divisioni su cui il mondo delle multinazionali e delle imprese energivore aveva fin qui potuto contare.

Alla marcia di New York hanno preso parte migliaia di iscritti al sindacato, rappresentanti indigeni e un articolato popolo di organizzazioni, studenti e gruppi religiosi. La testa del corteo era costituita dagli striscioni delle scuole superiori, quasi tutte composte di afro-americani e latinos e provenienti da Rockaway, una penisola nel Queens che confina con l’Oceano Atlantico e che è stata brutalizzata dall’uragano Sandy. Ha sfilato anche una rappresentanza di investitori istituzionali, che gestiscono complessivamente 50 miliardi di dollari di fatturato e che hanno annunciato che usciranno completamente dai combustibili fossili. Gli appartenenti al sindacato hanno costituito una presenza inconfondibile, con il più grande contingente unitario dentro la marcia. Gli operai elettrotecnici, si sono radunati a Broadway con uno striscione che recitava: “Pianeta sano e buoni posti di lavoro” (vedi www.peaplesclimate.org).

Si è trattata di un’uscita pubblica del sindacato accanto agli ambientalisti, come non si vedeva da 20 anni, dai tempi di Seattle. Mike Brune, direttore esecutivo del Sierra Club, ha affermato: “Sono orgoglioso di essere qui oggi, perché sappiamo che è stato il movimento operaio che ha messo i soldi per la cauzione per far uscire di prigione Martin Luther King. Siamo tornati al migliore senso civico di chi lavora e possiamo dire che i gruppi di giustizia ambientale comprendono infermieri, contadini, sindacalisti, giovani e attivisti che lavorano sui diritti degli immigrati, l’uguaglianza economica e dei diritti della natura. Il movimento è più ampio e inclusivo che mai”.

Due giorni dopo, al Consiglio Onu, Obama ha fatto le solite promesse, il premier cinese ha mandato un suo sostituto, quello indiano non si è fatto vivo. Francia, Olanda e Germania hanno stanziato fondi simbolici per i Paesi più poveri. L’Italia ha fatto spallucce e, mentre augurava a New York un mondo decarbonizzato, a Roma spargeva a piene mani permessi per trivellare ed estromettere le popolazioni dal controllo del loro territorio. Ma le marce di settembre lasceranno il segno.

Energia, diritto all’acqua e decarbonizzazione

Secondo Daryl Fields, vicepresidente della sezione Sviluppo Sostenibile della Banca Mondiale, capire il nesso acqua-energia è fondamentale per affrontare la crescita e lo sviluppo umano, l’urbanizzazione e il cambiamento climatico. E secondo il rapporto Onu “Percorsi di profonda decarbonizzazione” i Paesi sviluppati non dovrebbero considerare la riduzione della loro produzione di gas a effetto serra come un vincolo alla prosperità: l’una e l’altra vanno perseguite insieme come direzione di uno sviluppo desiderabile, che sostituisce la crescita dell’era industriale.

Ricorro a queste due autorevoli affermazioni anche per rispondere indirettamente a frequenti critiche su questo blog: critiche comunque apprezzate ma spesso espresse con un eccessivo richiamo al realismo e ad un’esperienza di consumo di materia ed energia oggi e nel futuro irripetibile. D’altra parte, molti politici o non credono all’urgenza dei cambiamenti richiesti dall’ambiente naturale da cui traiamo la vita o trovano difficile trasformare questo concetto in realtà. Preferiscono farci credere che tutto si risolva nelle alchimie di palazzo, dentro un gioco in cui a noi tocca fare solo da spettatori.

Secondo l’Environment Institute di Stoccolma, il cambiamento climatico aggraverà la pressione sulle risorse e quindi aggiungerà alla vulnerabilità delle persone e degli ecosistemi quella della penuria d’acqua. Sono infatti molti i legami e la dipendenza reciproca di energia e acqua. Ad esempio, la produzione di energia, che assicura l’affidabilità di approvvigionamento idrico e la manutenzione, influisce negativamente sulla qualità dell’acqua attraverso l’acidificazione delle piogge, gli scarichi e i reflui che “memorizzano” anche il calore e l’inquinamento prodotto, l’accelerazione dell’evaporazione al di fuori del ciclo naturale. D’altra parte, la qualità dell’acqua influenza la capacità di fornire energia. C’è, in sostanza, un “circolo virtuoso”. Si può ridurre la necessità di acqua per processi energetici così come lo spreco di energia che “consuma” e deteriora acqua.

Una gestione di acqua ed energia in modo integrato è stato storicamente reso difficile dal fatto che chi decide e lavora nei due settori parla spesso diverse “lingue”, segue diverse prospettive, è diversamente attratto dalla biosfera o dalla geopolitica.

Durante una recente conferenza internazionale a Trinidad è stato sottolineato che le regioni povere d’acqua rappresentano oggi circa il 36% della popolazione mondiale e il 22% del Pil mondiale e che la domanda di acqua è cresciuta di 600 volte nel corso del 21° secolo. Pertanto una buona gestione dell’acqua è importante per la crescita (sostenibile) e per costruire la resilienza al cambiamento climatico. L’esempio portato è quello del lago Cyhoha in Ruanda: il consumo di legna per cucinare e il taglio di alberi è stato evitato con l’impiego di fonti di energia alternative per la gente della zona (cucine solari, stufe a basso consumo di carburante e digestori di biogas), impedendo una deforestazione che stava modificando lo spartiacque e riducendo la superficie del bacino.

Una profonda decarbonizzazione delle economie sviluppate potrebbe aiutare l’Ue a superare la recessione. Si tratta di una linea ormai assodata, che sarebbe resa più efficace dall’organizzazione di una economia circolare intesa come spinta verso più elevati livelli di riutilizzo e di riciclaggio.

Le maggiori economie mondiali sono spinte dall’opinione pubblica ad adottare misure per limitare il riscaldamento globale entro i 2°C, un obiettivo che richiede una quasi completa decarbonizzazione entro la seconda metà del secolo.

Non sembra tuttavia che la classe dirigente globale colga pienamente i nessi della rete che connette energia, acqua, decarbonizzazione, riciclo e minor consumi. Eppure, creare le condizioni per una transizione verso un’economia verde, creerebbe nuova occupazione ed eviterebbe per l’Italia e l’Europa gran parte delle delocalizzazioni perseguite da un capitalismo industriale e finanziario in campo ormai senza vincoli.

Renzi, gli 80 euro e le bollette che non calano

L’abbassamento del costo delle bollette elettriche è uno dei punti del governo Renzi, “l’uomo nuovo per una politica nuova”. Peccato che, per quanto riguarda l’energia e l’elettricità, le promesse siano in alto mare e tutto sappia ancora di vecchio.

E mentre l’associazione di categoria delle utility continua a tuonare contro le rinnovabili e contro il mercato di salvaguardia chiedendone la fine (Chicco Testa) e Clavarino di Assocarboni chiede un maggior contributo del carbone (per ridurre la dipendenza dal gas), i numeri consuntivi (anche se non consolidati) del 2013 confermano una situazione difficile e complessa per i produttori tradizionali. I consumi – di petrolio, metano, carbone ed elettricità – sono scesi considerevolmente.

In campo elettrico significa avere più del doppio delle centrali necessarie o, detta in altro modo, avere quasi metà del parco generativo fermo per tutto l’anno. Nel primo trimestre 2014 si registra un ulteriore calo del 3,7% rispetto al 2013, con la punta massima di domanda che sfiora i 40 mila Mw a fronte di un parco generazione di oltre 120 mila Mw. C’è quindi qualcosa che non va, se vogliamo dare ascolto e favorire le lobby potenti che vogliono tornare indietro per contrastare un modello che trova crescente successo, anche se necessita di adeguamenti che ne mettano a regime le potenzialità. Ormai produciamo già un terzo di elettricità con acqua, sole, vento, geotermia e biomasse, che nel 2012 hanno evitato di emettere 42,6 milioni di tonnellate CO2 equivalenti e abbiamo un mix che è l’obiettivo al 2020 di moltissimi Paesi del mondo: perché non proseguire con ancor più efficacia?

Intanto, il prezzo medio d’acquisto in borsa elettrica è crollato a “livelli europei”: 42 euro al Mwh a metà aprile. Ma il calo non è però arrivato al consumatore finale, anche perché gli sgravi alle imprese che hanno consumi molto elevati di elettricità (un onere nuovo di zecca di 900 milioni di euro) vengono scaricati sulle bollette elettriche di famiglie e piccole-medie imprese. E addirittura fa capolino l’aumento degli oneri di dismissione del vecchio nucleare, scattato ad aprile, contribuendo anch’esso, con altri oneri, a rendere inelastiche le bollette ai cali del mercato.

Insomma, con la diffusione dell’eolico e del fotovoltaico, è il sistema elettrico complessivo che va riconsiderato, evitando banalmente di chiedere che i sussidi siano ritrasferiti alle fonti fossili che, nel sistema che progredisce, vanno in sofferenza. È quindi maturo il tempo per superare le forme di incentivo in atto, ma le regole vanno scritte senza alcun intento punitivo. Cioè, se alle Fer vanno fatti pagare gli sbilanciamenti che causano, vanno rimborsate per gli sbilanciamenti che risolvono. L’ex amministratore delegato di Enel GreenPower, Francesco Starace (designato ora come Ad di Enel), in una recente intervista  ha sottolineato la necessità di superare l’attuale situazione con molto realismo, puntando su investimenti sulle reti e negli accumuli.

Una famosa citazione del passato prediceva che l’energia elettrica prodotta dal nucleare sarebbe diventata così poco costosa da rendere antieconomico installare i contatori. Ebbene, in un certo senso sta accadendo proprio questo, anche se grazie alle rinnovabili e non al nucleare. Le fonti naturali sono infatti sempre meno costose e “il combustibile” è gratuito, cioè esente da quelle oscillazioni di prezzo che da sempre caratterizzano quelle fossili. Pertanto, si configura uno scenario in cui si dovrà pagare il sistema, ovvero la sicurezza del servizio di fornitura di elettricità (e di calore), più che i chilowattora consumati. In questo contesto troverà giustificazione anche la funzione integrativa delle centrali a gas più efficienti, disposte in reti rinnovate e funzionali alla generazione distribuita. Altro che ostacolare le rinnovabili per far ripartire impianti inquinanti in sovrannumero!

Ma in tutto questo marasma, chi governa deve sapere dove vuole andare e il problema di fondo è forse qui. Se il clima ci sta davvero a cuore, dobbiamo solo andare avanti affrontando i problemi, avendo lo sguardo lungo e cercando di uscire dal ricatto del debito che riduce ogni manovra a pura contabilità addolcita dalla propaganda.

Come nel decreto Irpef, quello degli 80 euro per capirci – e non ci permettiamo commenti ironici o sottovalutazioni, perché sappiamo che una tale cifra per chi non arriva a fine mese è importante e le battute sono fuori luogo. Ma se per la sua copertura, tuttora così poco chiara, si finisce con l’andare a tassare, come si è fatto, anche l’energia autoprodotta dalle aziende agricole, non si fanno passi avanti né si danno indicazioni nella giusta direzione. Non ci dispiacerebbe al riguardo un tweet del Presidente del Consiglio.

Renzi, gli 80 euro e le bollette che non calano

L’abbassamento del costo delle bollette elettriche è uno dei punti del governo Renzi, “l’uomo nuovo per una politica nuova”. Peccato che, per quanto riguarda l’energia e l’elettricità, le promesse siano in alto mare e tutto sappia ancora di vecchio.

E mentre l’associazione di categoria delle utility continua a tuonare contro le rinnovabili e contro il mercato di salvaguardia chiedendone la fine (Chicco Testa) e Clavarino di Assocarboni chiede un maggior contributo del carbone (per ridurre la dipendenza dal gas), i numeri consuntivi (anche se non consolidati) del 2013 confermano una situazione difficile e complessa per i produttori tradizionali. I consumi – di petrolio, metano, carbone ed elettricità – sono scesi considerevolmente.

In campo elettrico significa avere più del doppio delle centrali necessarie o, detta in altro modo, avere quasi metà del parco generativo fermo per tutto l’anno. Nel primo trimestre 2014 si registra un ulteriore calo del 3,7% rispetto al 2013, con la punta massima di domanda che sfiora i 40 mila Mw a fronte di un parco generazione di oltre 120 mila Mw. C’è quindi qualcosa che non va, se vogliamo dare ascolto e favorire le lobby potenti che vogliono tornare indietro per contrastare un modello che trova crescente successo, anche se necessita di adeguamenti che ne mettano a regime le potenzialità. Ormai produciamo già un terzo di elettricità con acqua, sole, vento, geotermia e biomasse, che nel 2012 hanno evitato di emettere 42,6 milioni di tonnellate CO2 equivalenti e abbiamo un mix che è l’obiettivo al 2020 di moltissimi Paesi del mondo: perché non proseguire con ancor più efficacia?

Intanto, il prezzo medio d’acquisto in borsa elettrica è crollato a “livelli europei”: 42 euro al Mwh a metà aprile. Ma il calo non è però arrivato al consumatore finale, anche perché gli sgravi alle imprese che hanno consumi molto elevati di elettricità (un onere nuovo di zecca di 900 milioni di euro) vengono scaricati sulle bollette elettriche di famiglie e piccole-medie imprese. E addirittura fa capolino l’aumento degli oneri di dismissione del vecchio nucleare, scattato ad aprile, contribuendo anch’esso, con altri oneri, a rendere inelastiche le bollette ai cali del mercato.

Insomma, con la diffusione dell’eolico e del fotovoltaico, è il sistema elettrico complessivo che va riconsiderato, evitando banalmente di chiedere che i sussidi siano ritrasferiti alle fonti fossili che, nel sistema che progredisce, vanno in sofferenza. È quindi maturo il tempo per superare le forme di incentivo in atto, ma le regole vanno scritte senza alcun intento punitivo. Cioè, se alle Fer vanno fatti pagare gli sbilanciamenti che causano, vanno rimborsate per gli sbilanciamenti che risolvono. L’ex amministratore delegato di Enel GreenPower, Francesco Starace (designato ora come Ad di Enel), in una recente intervista  ha sottolineato la necessità di superare l’attuale situazione con molto realismo, puntando su investimenti sulle reti e negli accumuli.

Una famosa citazione del passato prediceva che l’energia elettrica prodotta dal nucleare sarebbe diventata così poco costosa da rendere antieconomico installare i contatori. Ebbene, in un certo senso sta accadendo proprio questo, anche se grazie alle rinnovabili e non al nucleare. Le fonti naturali sono infatti sempre meno costose e “il combustibile” è gratuito, cioè esente da quelle oscillazioni di prezzo che da sempre caratterizzano quelle fossili. Pertanto, si configura uno scenario in cui si dovrà pagare il sistema, ovvero la sicurezza del servizio di fornitura di elettricità (e di calore), più che i chilowattora consumati. In questo contesto troverà giustificazione anche la funzione integrativa delle centrali a gas più efficienti, disposte in reti rinnovate e funzionali alla generazione distribuita. Altro che ostacolare le rinnovabili per far ripartire impianti inquinanti in sovrannumero!

Ma in tutto questo marasma, chi governa deve sapere dove vuole andare e il problema di fondo è forse qui. Se il clima ci sta davvero a cuore, dobbiamo solo andare avanti affrontando i problemi, avendo lo sguardo lungo e cercando di uscire dal ricatto del debito che riduce ogni manovra a pura contabilità addolcita dalla propaganda.

Come nel decreto Irpef, quello degli 80 euro per capirci – e non ci permettiamo commenti ironici o sottovalutazioni, perché sappiamo che una tale cifra per chi non arriva a fine mese è importante e le battute sono fuori luogo. Ma se per la sua copertura, tuttora così poco chiara, si finisce con l’andare a tassare, come si è fatto, anche l’energia autoprodotta dalle aziende agricole, non si fanno passi avanti né si danno indicazioni nella giusta direzione. Non ci dispiacerebbe al riguardo un tweet del Presidente del Consiglio.

Fossili e nucleare: il rivale è sui tetti

Nei post precedenti ho sostenuto che il passaggio da una fornitura centralizzata di energia a una produzione diffusa e decarbonizzata, passa assai più dall’organizzazione sociale, dal minor consumo, dagli stili di vita, che non dai progressi – pur indispensabili – della tecnologia. Quella del decentramento a basso impatto ambientale sarà la direzione che prenderà il settore, già oggi in fase di profonda ristrutturazione. Si è aperta una transizione energetica di portata storica e i nostri comportamenti, così come quelli degli amministratori, dei responsabili della politica industriale e dell’organizzazione dei servizi, possono radicalmente influenzare la rincorsa affannosa delle lobby energetiche a stabilizzare e perpetrare il sistema attuale. L’opinione pubblica è male informata di quel che sta avvenendo da noi e nel mondo e vale la pena qui di riassumere alcuni tratti salienti del mutamento già in atto.

Il trend di fondo riguarda l’accentuata crescita del ricorso a fonti rinnovabili (sempre più vicine alla convenienza economica), l’incentivazione di una politica per il risparmio, l’accertamento di una scarsa opportunità per il sequestro di CO2 da carbone e l’ostacolo insuperabile della sicurezza e del trattamento delle scorie per il nucleare. Il gas, nelle sue versioni tradizionali e da scisto (shale gas), entra in gioco nel presente ma a mio parere nel lungo periodo non riuscirà a determinare l’esito dello scontro decisivo tra atomo (centralizzazione) e sole (decentramento).

a) Il carbone

Dopo la storica decisione della Banca Mondiale di limitare i finanziamenti per le centrali elettriche a carbone, la Banca europea per gli investimenti (BEI), il più grande istituto finanziario pubblico del mondo, si è impegnata a eliminare i finanziamenti per centrali a carbone. Evidentemente, questo combustibile è strategico solo se nei costi di produzione non si computa il danno ambientale e alla salute.

b) Il nucleare è finito?

Nell’attesa di un rilancio del nucleare (in Italia è stato sconfitto dal referendum ma Abe ha vinto proprio ora le elezioni giapponesi rinnegando lo scandalo di Fukushima,), gli ex satelliti sovietici ampliano la loro quota di nucleare, mentre l’area attorno al Mediterraneo, gli Emirati e gli stati centrafricani sono in continue trattative per i progetti francesi di Areva e dei nippo-americani di Hitachi e General Electric. ENEL, con l’approvazione di ministri e manager da loro nominati, si esercita nei posti più ospitali dell’UE, forse in attesa di un ritorno in patria. Negli Stati Uniti si è prolungata la vita delle centrali. In Francia Hollande sfuma ulteriormente le timide promesse elettorali. La Cina rafforza i legami con le aziende francesi e coreane e prevede entro il 2025 ben 150 reattori. Gli stress test dopo Fukushima non hanno imposto restrizioni per le centrali in esercizio. In definitiva, per i governi dell’OCSE l’atomo rimane comunque legato alle prospettive di crescita, anche se è contrastato dal basso ed economicamente oneroso.

c) Il solare

Il futuro del sole non si gioca più sui costi di produzione (soprattutto pannelli), ma sullo spostamento di risorse più a valle in sviluppo, gestione dei progetti, ingegnerizzazione dei sistemi e servizi agli utenti. L’ambizione sta nella riorganizzazione del sistema, a partire dalla necessità di una nuova architettura di rete. Per questo è nata una collaborazione congiunta tra Europa, Stati Uniti e Asia. La Cina ha deciso l’apertura del mercato interno e fornirà sostegno del credito alle aziende locali produttrici di pannelli e incoraggerà la ristrutturazione e gli investimenti all’estero. Offrirà anche agevolazioni fiscali alle aziende solari che acquisiscono altre, si fondono o riorganizzano le loro attività.

In gran parte del pianeta e in particolare in Italia, il fotovoltaico rimane l’unica fonte che senza incentivi potrebbe continuare a svilupparsi (e questo dimostra come gli incentivi abbiano “funzionato”), ma servono normative favorevoli. Si tratta di consentire un contratto diretto di fornitura di energia elettrica tra un produttore e un cliente finale, senza passare dalla rete elettrica nazionale. Come ha scritto il Politecnico di Milano, “nel caso di impianti di piccola taglia (20 kW), installati su aree condominiali, con i livelli di costo attuali, potrebbe essere raggiunto un rendimento superiore al 6%, a partire dalle Regioni del Centro e al Sud del Paese”.

d) Shale gas e rinnovabili

Il settore del gas punta ad un rapporto simbiotico tra shale gas e rinnovabili. Il gas verrebbe così  “sdoganato” come un combustibile di transizione verso un mondo decarbonizzato. Il gas fornirebbe un’abbondante fonte di energia da utilizzare, mentre le energie rinnovabili continueranno a guadagnare in competitività. E rimarrebbe come complemento flessibile per compensare la discontinuità residua del sistema.

e) Corporation e municipalizzate dell’energia

Per anni, le società elettriche hanno guardato con diffidenza lo spuntare dei pannelli solari sui tetti. Ora, come scrive il New York Times del 27 luglio, “sono in preda al panico e stanno combattendo duramente per rallentarne la diffusione”. Il tentativo di screditare i sussidi alle rinnovabili non esiste solo da noi: è ispirato dalle multinazionali dell’energia in tutto il mondo (durissimo, secondo il NY Times l’attacco agli incentivi in Arizona, North Carolina e California). Al contrario, le aziende di servizi pubblici in Germania, negli USA, in Svizzera e Belgio si stanno muovendo per ripristinare gli incentivi governativi per promuovere l’energia solare e altre fonti di energia rinnovabili. La posta in gioco è il governo futuro dell’offerta su basi condivise e finalizzate alla qualità della vita.

La battaglia e i suoi esiti, su scala globale, non si stanno giocando ad armi pari. Sono in campo i dirigenti delle multinazionali, le banche finanziatrici, i legislatori nazionali spesso proni rispetto ai regolatori che siedono nelle “istituzioni” della globalizzazione. Importante è esserne coscienti e interpretare ciascuno la propria parte per far rientrare in gioco una sovranità disattesa: quella di cittadini che si fanno carico di figli e nipoti.