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Referendum: rottamare gas e petrolio? Ma scherziamo?!

dal Blog di Mario Agostinelli

L’impegno di quegli accaniti sostenitori delle installazioni in mare che, ancora anneriti dai fumi del petrolio e del gas pompato dalle trivelle, sbraitano in TV per i posti di lavoro che andrebbero persi, male si attaglia all’ammirazione che gli stessi manifestano per un futuro fatto di smartphone di ultima generazione e per la “manifattura 4.0”, tutta impreziosita – a loro dire – di robot luccicanti, di software inodori e di pochi addetti, abbigliati in tute impeccabili con il brand della ditta. Una incoerenza, la loro, che si spiega col fatto che dietro l’oro nero che sgorga dal mare si cela la prosaica e sempiterna propensione a cercare affari attraverso le lobby attrezzate a stabilire le connessioni tra economia e politica mediante il familismo e l’intramontabile geometria del cerchio magico.

Non si direbbe il momento giusto per procrastinare la filiera dellefonti fossili dopo l’ammonimento della Cop21 di Parigi che, pur con limiti evidenti per mancanza di controlli e di vincoli cogenti per il contenimento delle emissioni, auspica un limite di 1,5 gradi di aumento della temperatura media terrestre entro il 2050. E ancor più temeraria si direbbe l’insistenza per l’estrazione di gas e petrolio in un mare tra i più belli e fruibili d’Europa, così come l’ammodernamento della più estesa e voluminosa piantagione idrocarburica di terraferma in Europa, con la disseminazione di pozzi di Total e Shell per le colline che circondano il Monte Vulture, scavando e perforando accanto ai filari dell’Aglianico, ai fagioli di Sarconi, le melanzane rosse di Rotonda, i peperoni gialli di Senise e il caciocavallo (lo dicono tutti i visitatori) più buono del mondo.

Ma, se le emissioni di climalteranti vanno ridotte, il petrolio è ai minimi e le royalties che può riscuoterne il governo pure e, per di più, si rischia su paesaggio e qualità dell’ambiente in cambio di pochi, improbabili e temporanei posti di lavoro, che vantaggio ci sarà mai per giustificare lo sconquasso dovuto a pozzi e trivelle? E se, oltre l’esiziale questione ambientale, ci sono sospetti e indagini che riguardano elementi di corruzione, diventa allora commendevole, dopo gli ipocriti apprezzamenti rivolti alla Laudato Sì e la condivisione dell’allarme lanciato da 135 Paesi sottoscrittori dell’accordo di Parigi, la difesa a tutto campo del sito petrolifero diTempa Rossa. E, nondimeno, di un emendamento, oggetto di una tempestiva e disonorevole comunicazione del ministro dello Sviluppo al fiduciario della Total.

Le attenzioni per il greggio italiano non rappresentano semplicemente un ‘caso Guidi’, come è stato frettolosamente catalogato dai media. C’è tutta una successione di eventi che dà il segno di una politica energetica del governo estranea agli interessi del paese, subalterna a vecchie logiche e interessi e contrapposta alla svolta invocata dalla crisi climatica in corso. Il passaggio da una strategia di conservazione, con un sistema centralizzato di produzione, ad un’alternativa energetica che conti sul risparmio, la micro-generazione e il coinvolgimento delle comunità locali, richiede discussione e democrazia. Solo se le si vuole evitare, si spiegano la disinvoltura con cui il referendum del 17 aprile è stato indetto in tempi impraticabili per un dibattito autentico; l’invito ai cittadini di disertare le urne; l’impedimento ai parlamentari, trattenuti a Roma anche la settimana ventura, di partecipare ad una campagna elettorale come auspica la Costituzione. ...continua la lettura

Trivelle, il ricatto occupazionale vale solo in parte

Mentre vengono diffusi infondati equivoci sulla perdita di posti di lavoro nel caso si limitassero le licenze per le trivelle in mare, sembra passare sotto silenzio un caso, questo sì clamoroso, di durissima discriminazione verso i lavoratori del settore della distribuzione del gas. Ah, questa informazione per cui a volte anch’io su questo blog sono da alcuni incolpato di parzialità! Essendoci nel referendum di mezzo gli interessi delle lobby fossili (e del governo che le blandisce), la questione occupazionale viene brandita come il nodo della questione, dopo che in una infinità di casi la si era ritenuta il prezzo del progresso.

Eppure, nel caso delle perforazioni in mare i danni ambientali, gli effetti climatici e la facile sostituzione di posti di lavoro con impieghi nel settore delle rinnovabili, del turismo, della fruizione delle bellezze paesaggistiche e culturali suggeriscono una alternativa realizzabile e vantaggiosa. Invece, ancor prima degli addetti all’estrazione in mare, i quasi 50 mila lavoratori della distribuzione locale del gas rischiano di pagare cara la liberalizzazione del settore, voluta dal cosiddetto decreto Letta del 2000 (dal nome dell’allora ministro dell’Industria del governo D’Alema, un giovane Enrico Letta) e oggi accelerata dal governo in carica e dalla raffica di decreti ad essa dedicati.

Oggi siamo alla vigilia (più volte rimandata) delle gare per la distribuzione del metano a livello di ATEM (Ambiti Territoriali, corrispondenti ad aggregazioni di Comuni), che porteranno nelle casse degli enti locali svariati milioni di euro, ossigeno per le sempre più povere casse pubbliche, massacrate dal patto di stabilità.

Ma a pagarne le conseguenze saranno i lavoratori, con la perdita dei loro diritti e dei loro soldi. Un decreto del 2011 (sulla cosiddetta “clausola sociale”) prevede che i dipendenti interessati dovranno cambiare casacca, passando dal gestore uscente alla società che si aggiudicherà la gara. Ma lo faranno a loro spese. Infatti i lavoratori rischiano di essere ri-assunti senza l’art. 18 (come prevede il “Jobs-act”) come se fossero nuovi assunti, pur mantenendo solo dal punto di vista salariale la salvaguardia delle condizioni economiche individuali in godimento” anche rispetto “all’anzianità di servizio”: lavoratori con alle spalle finanche 40 anni di servizio, trattati come neo-assunti, senza diritti e senza tutele.

Non basta: i dipendenti più anziani che passeranno dalla previdenza pubblica (Inpdap) a quella privata (Inps), rischiano di dover pagare la ricongiunzione onerosa della loro pensione (come ha previsto un decreto del 2010 dell’allora Ministro Tremonti), per cifre che possono superare, nel caso di una anzianità di qualche decennio i 100 mila euro! In pratica, lavoratori che, dopo aver pagato per 35 o 40 anni i contributi previdenziali per intero, dovranno farsi un mutuo per poter andare in pensione!

Ad oggi in Italia vi sono 2 situazioni che già rientrano in questo assurdo scenario: una a Prato in Toscana, con 42 lavoratori passati lo scorso settembre dal gestore uscente Estra a Toscana Energia;una ancora in corsa a Como con 34 lavoratori interessati dal passaggio dalla ex municipalizzata locale al gruppo nazionale “2i Rete Gas”. Ma, come detto, nei prossimi mesi saranno quasi tutti i 50 mila lavoratori del settore a rischiare i loro diritti e il loro patrimonio. Questo finché il Governo e il Parlamento non troveranno il modo di mettere una toppa a questa situazione paradossale. Ovviamente il sindacato, preoccupato dei posti di lavoro al largo delle coste affronterà questa assurda vessazione nei confronti dei dipendenti passata finora sotto silenzio.

La politica delle liberalizzazioni rischia, come sempre, di far guadagnare la finanza, togliendo però diritti e patrimonio alla parte più debole.

Cop21: Un accordo “storico” già sparito dai radar

SE 2C° VI SEMBRAN POCHI…

L’aspettativa con cui è stato a lungo invocato l’Accordo delle Parti (Cop 21) raggiunto a Parigi il 12 dicembre 2015, non metteva certo in conto una sua così rapida scomparsa dall’agenda dei 195 Governi che l’hanno sottoscritto a conclusione dell’anno più caldo della storia. Forse il colpo di teatro di fissare a 1,5°C anziché a 2 °C il limite massimo tollerabile per il riscaldamento del pianeta ha domato l’ansia e convinto che, una volta convenuta all’unanimità la soglia di pericolo, l’urgenza di non oltrepassarla non rimanesse più la questione autentica.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo una decarbonizzazione dell’economia che risulta sconvolgente per tutti gli equilibri (o gli squilibri!) geopolitici in divenire e per le fortune del capitalismo a livello globale. Ed è questa la questione che nessun governo si sente di affrontare in tempi immediati, quanto il degrado della natura e il cambiamento climatico richiedono in accordo con tutte le previsioni scientifiche.

Per raggiungere l’obiettivo di 2 °C, con una probabilità di almeno il 66% è necessario che tutte le emissioni di gas serra accumulate nel periodo 1850-2100 restino al di sotto dei 3.670 Gton di CO2 equivalente mentre la sola CO2 di futura emissione dovrebbe essere limitata a un massimo di 3.000 Gton nello stesso periodo. Il bilancio o quota massima di emissione disponibili per il periodo 2015-2100 è a soli 855 Gton, il che significa lasciare almeno due terzi di riserve comprovate di petrolio sottoterra e comunque, contemporaneamente, non emettere al ritmo attuale per oltre 17 anni!

Dobbiamo ammettere che lo scenario qui sopra, fornito come indifferibile dai 17 istituti di ricerca più prestigiosi, guidati dal Max Plank Institute, risulta inconcepibile per chiunque viva nel nostro quotidiano. Questo la dice lunga sull’egemonia ottundente esercitata sui modi di produzione e consumo. L’assoluta incompatibilità tra l’ideologia neoliberista e l’immagine del pianeta e del suo futuro restituita dalla scienza più recente costituisce un fatto nuovo nello svolgimento della modernità. E infatti il turbamento è palpabile: nessuno più osa parlare irridendo ai nostalgici del ritorno al tempo delle candele, ma semmai prende piede l’affannoso e mistico suggerimento di applicare le tecnologie più avanzate (quali?) per procrastinare l’impiego di petrolio, carbone e gas e di mascherarne gli effetti, al fine di sostenere la cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0”, in cui robot, intelligenza artificiale e energia a basso prezzo – anche se sporca – dovrebbero risparmiare manodopera e rinnovare una crescita economica fruibile da quote ristrette di abitanti, al riparo dai mutamenti catastrofici. Quindi, niente candele, ma enormi cucine e centrali a gas, navi per container a petrolio e fornaci a carbone sì.

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3/03 – Laudato sì e Cop21. Tra il dire e il…decarbonizzare

Un bilancio dopo il messaggio dell’Enciclica e le conclusioni della conferenza di Parigi

Giovedì 3 Marzo 2016 – dalle 18 alle 21

Centro Culturale San Fedele P.za San Fedele – via Hoepli, 3/b – MILANO

Solo una fiammata profetica e uno sgravio di coscienza dei governanti? O l’avvio di una svolta irreversibile nel produrre consumare, amministrare?

PROGRAMMA

Ore 17.45 – Accoglienza e distribuzione materiale

Ore 18.00 – Discussione

Un impegno popolare per un’ecologia integrale

Don Virginio Colmegna, Casa della carità

 

Luci e ombre da Parigi

Stefano Caserini, Politecnico di Milano

 

L’esperienza locale e le sue criticità

Fulvio Fagiani, già presidente Agenda 21 Laghi

Decarbonizzare la Lombardia: soggetti e scelte

Debora Rizzuto, consulente energia

Interviene un esponente del Comitato per il Sì al Referendum Trivelle

Ore 19.30 – Tavola Rotonda

Quanto manca a mezzanotte? Che fare?

con

Massimo Scalia, facolta Scienze di Roma

Antonio Pizzinato , già Segr. Gen CGIL

Giovanni Pivetta, HabitaMi

Pierattilio Superchi, direttore ANCI Lombardia

Alfredo Somoza, presidente ICEI>/p>

coordina

Mario Agostinelli Energiafelice

Programma completo

Cop21: per combattere l’inquinamento il Pentagono è militesente

dal blog di Mario Agostinelli

Quando nel 1991 l’Onu diede legittimazione alla guerra aerea degli Stati Uniti in Iraq – “Tempesta nel deserto” – accompagnata più tardi dagli scarponi sul suolo iracheno – “Scudo nel deserto” – qualcuno di noi cominciò a fare i conti di quale fosse non solo la spaventosa devastazione in vite umane e abitazioni, ma anche il riflesso sulla natura e il clima in termini di emissioni di CO2. Ne deducemmo che nei primi due anni la guerra all’Iraq era costata circa200 miliardi di dollari e che il petrolio pompato dai pozzi iracheni ne avrebbe fruttati circa 30. Di fatto per la guerra sono stati consumati 650 milioni di barili equivalenti (bombe comprese) all’immissione in atmosfera di 300 milioni di tonnellate di CO2, ben più dei gas climalteranti di tutta l’Africa subsahariana.

Alle soglie del nuovo millennio pochissimi facevano di questi conti, ma dopo decine di Cop inconcludenti, questa a Parigi nel 2015 entra in scena in un clima di terrorismo e guerra, che rischiano addirittura di oscurare l’urgenza del cambio climatico o di tenerlo separato dai due temi che allontanano il diritto della pace e, con esso, qualsiasi richiamo ad una ecologia integrale, responsabile e senza ipocrisie.

Il senatore Bernie Sanders, in un recente dibattito al Congresso degli Stati Uniti, ha suonato l’allarme perché “il cambiamento climatico è direttamente correlato alla crescita del terrorismo”. Citando uno studio della CIA, Sanders ha avvertito che i paesi di tutto il mondo stanno “andando a lottare su una quantità limitata di acqua, quantità limitate di terra per coltivare i loro raccolti e si stanno riconsiderando sotto questo profilo tutti i tipi di conflitto internazionale”. In parole povere: la guerra e il militarismo alimentano esse stesse il cambiamento climatico e ne sono alimentate.

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Voglia di guerra e Cop21: palle di fuoco e buchi nell’acqua

di Mario Agostinelli

Scrivo queste note in partenza per Parigi, dove si sta aprendo la Conferenza Mondiale sul clima (Cop 21). Come ricorda l’acronimo, si tratta della 21esima Conferenza sul clima e se ci aggiungiamo anche tutti i “meeting” preparatori di natura politica e tecnica, sono diverse centinaia gli incontri svolti ad oggi a livello internazionale (migliaia se ci aggiungiamo quelli a livello interregionale) per cercare di adottare una politica climatica che sia “compatibile” con la sopravvivenza della specie umana, almeno alle condizioni di cui una parte della popolazione terrestre beneficia già oggi e tenendo in mente i limiti fisici che dobbiamo porre alla nostra impronta ecologica.

L’atmosfera di creativa mobilitazione che sta accompagnando in tutto il mondo l’attenzione della società civile all’evento – la preparazione delle marce del 29 Novembre è stata laboriosa e diffusa anche territorialmente -, si scontra con i cupi bagliori che stanno attraversando la capitale parigina e con le immagini senza rumore delle bombe sganciate dai “raid notturni”. Vita di giorno – per quanto si riesce a sottrarla civilmente alla paura – coprifuoco, morte e distruzione di notte, in una dicotomia in cui i cittadini da una parte e gli stati “democratici” e le organizzazioni terroristiche dall’altra, accettano di fare due parti distinte: prendere il sonno necessario da un lato, proteggerlo o interromperlo per sempre dall’altro.

Così, non posso evitare la domanda se vi siano comuni interessi tra gli attacchi terroristici accaduti pochi giorni fa e un malaugurato (e prevedibile) fallimento della ventunesima conferenza delle parti, circoscritta a ben 14.000 delegati, isolati però dagli attivisti ed esponenti della società civile provenienti da tutto il mondo e ridotti nella presenza da un disincentivo all’accesso non dichiarato. ...continua la lettura

 

A2A, il carbone, gli elettrodotti e gli impegni per la COP21

dal blog di Mario Agostinelli

Nuova svolta nella saga infinita dell’elettrodotto fra Italia e Montenegro. Una grande opera che ormai assomiglia al Ponte sullo Stretto: di tanto in tanto riemerge dal silenzio, anche se le ragioni per giustificarla non reggono all’esame del buon senso.

Quando nel 2003 l’Italia subì il black out, si progettò un elettrodotto fra Balcani e Italia (approdo in Abruzzo) in vista dell’importazione di elettricità da quelle aree. Dieci anni dopo però, l’undercapacity italiana si trasformò in overcapacity e un’opera che oggi finirebbe per costare almeno un miliardo di euro, perse la sua attrattività. Per di più, l’iniziale previsione di importare energia idroelettrica dalla Serbia andava perdendo di significato già all’inizio del secondo decennio 2000, dato che ormai potevamo produrci in casa tutta l’energia verde che ci serviva per raggiungere gli obiettivi fissati a livello nazionale ed europeo.

Ora, andando verso l’appuntamento di dicembre a Parigi per la Cop 21, potremmo onorarci almeno di un definitivo abbandono del carbone e, quindi, di un contributo trasparente al miglioramento della situazione climatica. Ma tra il dire e il fare… ci sono sempre intoppi che nascondono interessi di cui i cittadini e l’opinione pubblica non devono occuparsi e che, nel caso trattato, hanno a che vedere proprio con il combustibile fossile più inquinante. ...continua la lettura

 

10 ottobre: manifestazione Stop TTIP in Darsena a Milano

Dal 10 al 17 ottobre in tutta Europa si celebra la Settimana europea di mobilitazione Stop TTIP (l’accordo di libero scambio e investimenti tra Unione Europea e Stati Uniti), ma che si pone l’obiettivo di accendere i riflettori anche sul TPP (il trattato di libero commercio e investimenti transpacifico appena sottoscritto tra Stati Uniti, Canada e vari Paesi asiatici), il TISA (il negoziato di liberalizzazione dei servizi, che tocca molti settori) e il CETA (il trattato di libero scambio e investimenti tra Canada e Unione Europea. Dal 15 al 17 ottobre a Bruxelles, insieme ai movimenti europei contro l’austerità, molte associazioni che si battono contro il TTIP, forti di oltre 3 milioni di firme di cittadini raccolte in tutta Europa, protesteranno contro il Vertice europeo, mentre il 14 ottobre negli Usa si celebrerà una giornata d’azione sull’impatto dei cambiamenti climatici.

Il 10 OTTOBRE IN TUTTA EUROPA SI MANIFESTA CONTRO IL TTIP. Si svolgeranno eventi in centinaia di città nella maggior parte dei Paesi dell’Unione. La più grande manifestazione è attesa aBerlino (il Comitato Stop TTIP Bolzano parteciperà).

A Milano il Comitato Stop TTIP organizza, il 10 ottobre dalle 15 alle 20, una manifestazione alla Darsena, con interventi qualificati sui vari aspetti del trattato, teatro di strada per i bambini con l’associazione Pane e Mate, musica dal vivo con Mi Toca Samba e Fonc, flash mob, raccolta firme contro il TTIP,  volantinaggi e distribuzione di materiale informativo, aperitivo bio. Sulla piazza innalzeremo una grande mongolfiera per sorreggere un megastriscione contro il TTIP.

Comitato Stop TTIP Milano

Convengo “Sviluppo sostenibile in agricoltura” ad EXPO

Sviluppo sostenibile in agricoltura: l’importanza del patrimonio agricolo nel sistema sostenibile della produzione di cibo e il contributo della ricerca e dell’educazione.

28 Settembre – 4 Ottobre 2015 – EXPO Milano 2015

Giovedì 1° Ottobre 2015 – Padiglione WAHF-IASS

Ore: 15.00 – 19.00 – Responsabile prof. Massimo Scalia

Il programma di questa giornata verteràsui cambiamenti climatici e il loro impatto sul ciclo agroalimentare, un tema di drammatica importanza, che è invece del tutto sottovalutato, per usare un eufemismo, da EXPO 2015. Verranno quindi allestiti dei poster e una proiezione di slide che illustrino il carattere di rottura della stabilità dei grandi cicli climatici ad opera del global warming e le conseguenze generali di tale rottura. In particolare, l’impatto sul ciclo delle acque, delle quali l’agroalimentare è tributario per l’80% dei consumi di acque dolci. Nella tarda serata, o anche dopo cena la giornata sarà chiusa da un dibattito al quale hanno assicurato la loro partecipazione, oltre a Massimo Scalia, Gianni Mattioli, Sergio Ferraris e Mario Agostinelli. La partecipazione è aperta e saranno presenti Parviz Koohafkan e Stefano Grego.

SCARICA IL PROGRAMMA COMPLETO (PDF)

21-22 Luglio: Nuove Rigenerazioni Urbane a Milano

nuove rigenerazioni urbane

"Milano fa i conti con l’abitare sostenibile. Dibattito Pubblico"

Triennale di Milano

21 luglio 2015 ore 14,30-18,30 e 22 luglio 2015 ore 10-14,30

Il ruolo della Stampa nell’informazione

Un mondo dell’informazione in forte contraddizione: da un lato stiamo assistendo all’aumento “esponenziale” dei lettori di giornali online “classici” e dall’altro al declino della carta stampata e delle notizie generaliste.

Se nel passato recente il giornalista si occupava di costruire e confezionare l’informazione facendo da tramite tra la sfera pubblica e i cittadini, oggi tale ruolo sembra venire meno: “tutta colpa” dell’accesso facile al web che ha portato a sua volta alla concorrenza della stampa gratuita, dei siti aggregatori di contenuti come Google News o Yahoo! Notizie e dei social network.

I mezzi di comunicazione di massa, accessibili a un pubblico indefinito, hanno ormai portato a regime il “giornalismo partecipato”: il “citizenreporters”, informatore dal potere aumentato dalle possibilità date dalla Rete, è ormai un collaboratore fisso delle testate giornalistiche (alla faccia di precari e free lance sottopagati). Sono gli stessi “media dominanti”, a chiedere costantemente agli internauti di postare foto, video e commenti su avvenimenti di cui sono testimoni. Perché questo è il modo “più veloce” per rispondere alla “dittatura dell’urgenza” di questo millennio.

Infatti, pare proprio che l’opinione della gente comune abbia iniziato ad avere un certo valore per la comunità, al contrario del passato in cui il sapere era custodito da una cerchia ristretta di professori, professionisti ed esperti. E così l’attenzione dell’opinione pubblica verso il giornalista, prima unico incaricato di riportare i fatti alla luce, in qualche modo si è allentata a favore di una partecipazione attiva al dibattito pubblico. ...continua la lettura