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Essere donna e sindaco a Betlemme: intervista a Vera Baboun

vera_babounHa uno sguardo profondo, deciso. Che racconta già un po’ della sua storia. Di patriottismo e di tenacia forgiata anche attraverso la sua storia personale. Insegnante di scuola primaria, poi per 20 anni docente universitaria. Un dottorato in letteratura inglese presso l’università ebraica di Gerusalemme, tre figli e un marito che ha militato nella resistenza. Vera Baboun da ottobre è il nuovo, il primo, sindaco donna di Betlemme.

Cosa significa essere sindaco di una città come Betlemme?

Ciò che sento più forte è il senso di responsabilità di cui mi sento investita e che cercherò di declinare nel mio lavoro quotidiano con attenzione ai problemi particolari e uno sguardo d’insieme alla dimensione globale in cui qualunque città al giorno d’oggi è inserita. Cosa significa essere sindaco donna? Viviamo in una cultura, in una comunità che ha un punto di vista prevalentemente maschile: le donne hanno una propria esperienza e possono metterla a disposizione come cittadine e come amministratrici, aggiungendo un punto di vista che rappresenta un pò l’altro lato della visione. Questo è molto salutare.

Perché il sindaco della sua città deve essere cristiano?

Si tratta di una millenaria tradizione che Yasser Arafat nel 1997 convertì in legge: sono 7 le città della Cisgiordania in cui essa si applica. Il sindaco deve essere cristiano e altrettanto il vicesindaco: se l’uno è greco ortodosso, l’altro deve essere cattolico romano o viceversa. Questo nonostante la popolazione cristiana locale sia da tempo in minoranza rispetto a quella musulmana.

Il mio obiettivo è rilanciare la coesione dei palestinesi, cristiani e musulmani, partendo dai giovani.

Ecco, i giovani. Quanto pesa nel suo programma e nella sua azione di governo il ruolo dell’educazione e della formazione dei giovani? Sono le nuove generazioni il futuro di Betlemme e della Palestina.

Ritengo che i giovani con la loro grinta e la loro creatività rappresentino le colonne portanti, la struttura ossea di un paese. Hanno o dovrebbero avere un ruolo strategico anche nei luoghi di decisione e di responsabilità politica e civile. Non a caso a Betlemme abbiamo costituito una squadra di governo e un consiglio comunale composti prevalentemente da giovani. La mia squadra è composta da una classe non politica, si tratta piuttosto di professionisti: medici, ingegneri, insegnanti con un’età media compresa tra i 30 e i 35 anni. Il nostro programma punta in maniera strategica sull’educazione sia nella città che a livello di programmi intenazionali: attraverso l’educazione possiamo secondo me responsabilizzare i giovani di Betlemme nei confronti della città. Vivono una realtà di confino che spesso è mancanza di speranza. In un mondo interconnesso come quello di oggi diventa fondamentale aumentare la consapevolezza delle giovani generazioni

Che valore hanno i processi di cooperazione internazionale nell’ottica di una convivenza pacifica tra palestinesi e israeliani?

Sono due piani che purtroppo non si incontrano. Il piano del conflitto israelo-palestinese è il piano della politica formale, il piano della cooperazione viaggia invece su un binario del tutto parallelo, quello dell’informalità, dal basso. Il processo di cambiamento deve partire dall’alto e riuscire ad investire gli altri piani

Il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore presso l’Assemblea delle Nazioni Unite. Quali conseguenze porterà? Quali prospettive apre?

E’ stato un segnale dal valore fortemente simbolico ma non solo. Ha dato finalmente dignità, ha contribuito ad affermare uno status giuridico fino a questo momento disconosciuto dalla società internazionale. La conseguenza più immediata sarà lo stop agli insediamenti ebraici nei territori. Insediamenti che stanno strangolando una città come Betlemme. La costruzione del muro sta ridisegnando i confini fra Israele e Territori palestinesi portando ad una inclusione di fatto per Israele del 10% della West Bank e Betlemme ne risulta il luogo più emblematico. Della municipalità di Betlemme solo il 33% del territorio è sotto il controllo palestinese.

Intervista a cura di Manuela Longo

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