Valentino Parlato ci ha lasciati

…Ma sappia la Terra che qui la vita è difficile

Con commozione e tristezza abbiamo appreso che Valentino Parlato ci ha lasciato. La sua è stata una lunga vita, spesa interamente nel campo della sinistra, nelle grandi battaglie politiche e civili, giornalistiche e culturali.
Assieme a Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Aldo Natoli, Lucio Magri, Eliseo Milani, diede vita prima al mensile e poi al quotidiano il manifesto, di cui fu direttore e animatore instancabile. Uomo di vasta cultura, ha rappresentato un punto di eccellenza nella storia del giornalismo italiano.
Ha dialogato con tutte le più grandi figure in campo politico, culturale ed economico per decenni. Anche chi non condivideva le sue idee, alle quali non ha mai rinunciato, sapeva di trovare in lui un interlocutore intelligente, competente e aperto.
Persona di straordinaria umanità sapeva animare ogni discussione con una vena di profonda ironia che gli proveniva da una profonda passione politica e interesse per l’altro da sé. Ci stringiamo attorno alla sua famiglia e a tutta la redazione de il manifesto.
L’Arci non lo dimenticherà. La sua capacità di comprendere il mondo, di trasmetterci le sue convinzioni in modo semplice e chiaro, la sua curiosità intellettuale, il suo sguardo, il suo sorriso saranno sempre con noi.
Per ricordarlo e riflettere ancora una volta assieme a lui pubblichiamo il finale del suo “La rivoluzione non russa”…, grazie di tutto compagno!

“Il problema del giornale (come di tutti i giornali) è sempre il suo contenuto. Siamo in una situazione di crisi economica e democratica.
Anche i partiti sono in dissoluzione. È difficile schierarsi per un partito nella situazione data. Quindi? Quindi il manifesto deve assumere il ruolo di un partito. Non per andare alle elezioni, ma per ricostruire una linea politica e culturale tesa a promuovere la lotta di classe, la lotta di classe innanzitutto dei lavoratori, ma anche di tutte le persone che sono messe ai margini dall’attuale situazione. Penso ai giovani e alle donne.
Il manifesto, che continua a tenere la scrittarella «quotidiano comunista», deve impegnarsi nella lotta. Questione non semplice di questi tempi, ma che deve essere la nostra ragione di vita.
Non sono venuto al manifesto per fare il giornalista!
Come può il manifesto diventare protagonista attivo della lotta di classe nel nostro Paese? Penso innanzitutto analizzando la situazione come ci hanno insegnato Marx e Gramsci. Una malattia non si cura se non si fa una diagnosi seria.
Certo, siamo in una situazione difficile e se ne può uscire solo con una sorta di rivoluzione culturale e sociale. Insomma il capitalismo che ci sta umiliando non è eterno, ma deve esserci una forza a combatterlo.
Discutiamo della linea del giornale, del «che fare?». Un giornale non si limita a registrare le cronache, ma ha una linea, ha obiettivi precisi. Si caratterizza e così si distingue dagli altri. Quando il manifesto ha fatto campagna ha anche aumentato le vendite: penso a Fanfani, penso all’opposizione alla guerra in Iraq, penso alla grande manifestazione di Milano del 1994, quando il nostro giornale fu determinante per la caduta di Berlusconi e arrivò a vendere cinquantamila copie.
Quando dico giornale-partito dico solo che un giornale è un soggetto politico. Non penso affatto a partecipare alle elezioni o cose simili: un giornale è un giornale, è un giornale.
E, faccio personale autocritica, questa caratterizzazione è calata negli ultimi tempi, anche per difetto di noi che ci lavoriamo, ma non è tutta colpa nostra. La situazione è veramente difficile; l’attuale centro-sinistra è piuttosto disastroso. Bisogna costruire una vera alternativa e, a tal fine, è importante, decisiva direi, la cultura.
Uniti si resiste e si può anche vincere. E questo vincere lo dico pensando soprattutto ai giovani. Alla mia età pensare di vincere è proprio difficile.
Le ripetute crisi del manifesto mi hanno ricordato il mito di Anteo.
Il combattivo gigante libico che vinceva sempre perché tutte le volte che cadeva per terra (la Terra era sua madre) riprendeva le forze e batteva l’avversario. In tutte le ripetute crisi del manifesto la Terra (la madre Terra) sono stati i lettori compagni, il popolo del manifesto che sempre ci ha ridato forza. Ma il mito dice anche che Ercole tenne Anteo sollevato da terra e lo strangolò.
Per sopravvivere e vincere non dobbiamo perdere il contatto con la terra, con i compagni.
E se Ercole ci solleva da terra per strangolarci, si sollevi la Terra, pur con tutte le critiche e rimproveri che meritiamo.
Ma sappia la Terra che qui la vita è difficile”

Brano da «La rivoluzione non russa, quarant’anni di storia del manifesto», Manni 2012

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