Il fiorente business della detenzione dei migranti nell’Unione Europea

News di Luigi Lusenti

 “Il fiorente business della detenzione dei migranti nell’Unione Europea” è un opuscolo di poco più di sessanta pagine curato dall’Ufficio di Bruxelles della Rosa Luxemburg Stiftung. Attenzione al titolo, si parla di detenzione non di accoglienza  (che pure, nel merito, ha i suoi problemi), cioè dei famigerati centri dove vengono detenuti, per un tempo non sempre ben definito, i migranti. Detenzione che, assieme ai muri e ai respingimenti, sembrano essere l’unica politica che l’Unione è in grado di mettere in atto.

Secondo The Migrant Files, un network di giornalisti indipendenti che fra il 2013 e il 2016 ha svolto un’ampia inchiesta sul tema, l’UE, in quindici anni,  ha speso 11 miliardi e trecentomilioni per l’allontanamento dal nostro territorio continentale dei migranti irregolari. I risultati, anche per chi è per la mano dura nei confronti di chi raggiunge l’Europa alla ricerca di un futuro migliore, non sono certamente soddisfacenti. Infatti si parla di meno del 40% di rimpatri effettivamente riusciti. A questa spesa vanno aggiunte quelle dei vari stati: costruzione di centri di detenzione, schedature di massa, gestione dei centri, muri e quant’altro. Ed ecco che comincia a disegnarsi il fiorente business di cui si parla nel titolo dell’opuscolo. Un business per molti versi in mano a vere e proprie multinazionali della sicurezza. Nel 2003, su iniziativa  dell’UE, è stato creato un gruppo per definire le linee di un nuovo programma per la ricerca e la sperimentazione su questi argomenti. Oltre ai funzionari comunitari vi hanno partecipato otto aziende europee: EADS (consorzio europeo), Thales (Francia), Finmeccanica (Italia), Indra (Spagna), Siemens (Germania), Eriksson (Sveiza). Sulla scia dei risultati di quel gruppo, nel 2007 il Commissario europeo per la Giustizia e la Sicurezza interna ha dichiarato: “la sicurezza non è più monopolio delle amministrazioni pubbliche, ma bene comune la cui responsabilità e attuazione devono essere condivise tra il settore pubblico e quello privato”.

A questo parole sono seguiti i fatti. Tra il 2003 e il 2013 l’Unione Europea e l’Agenzia Spaziale Europea hanno finanziato 39 progetti di ricerca sul controllo delle frontiere per un totale di 225 milioni di euro. Tra questi: droni, sistemi satellitari, perfino un cane da fiuto meccanico.

Chi si è aggiudicato, fra gli altri, questi finanziamenti? La Theles 18, Finmeccanica 16, Air bus 2. Uno studio di Trasnational Institute stima che i 15 miliardi del mercato della sicurezza delle frontiere diventeranno, nel 2022, 29 miliardi di euro all’anno. E’ chiaro che le grandi multinazionali della sicurezza auspichino in maniera forte un sempre maggiore rafforzamento delle frontiere, mettendo a disposizione le loro conoscenze e tecnologie, ricevendone in cambio alti margini di guadagno.

Secondo le direttive europee la detenzione degli stranieri dovrebbe essere una pratica limitata ai casi dove si possa ipotizzare il rischio di fuga. Nella realtà la detenzione è ormai metodo comune.

I primi ad aver delegato lo sfruttamento di reclusione ad attori privati sono stati i paesi anglofoni. Gli altri si stanno accodando, in ordine sparso, pure nell’UE.

Anche se non è la politica di tutti gli stati membri dell’Unione, si può individuare una tendenza, in linea con politiche neoliberiste, a trasformare la detenzione dei migranti in un business lucrativo. Così ad esempio, in Italia si sceglie il massimo ribasso nelle offerte ai bandi, facendo scendere, di gara d’appalto in gara d’appalto, il costo di gestione dei centri a scapito delle condizioni previste per i migranti.

“Anche se le violenze contro i migranti non si verificano solo nei centri di detenzione privati, è evidente che i criteri che guidano le attività di una società a scopo di lucro possono entrare in contraddizione con il rispetto dei diritti umani, in particolare nel quadro di un sistema che già li ostacola”: è una delle conclusioni della ricercatrice Elsa Tyszier in un saggio sulle violenze sessuali nei confronti delle migranti la quale evidenzia come, molte volte, di fronte a veri atti di violenza sui migranti, le aziende gestrici del servizio minaccino gli altri lavoratori di sanzioni pesanti se dovessero denunciare la situazione.

Questa politica è ormai portata avanti da decenni dall’UE, che inorridisce alle politiche di Trump, ma paga paesi dove parlare di diritti umani è un eufemismo, come Libia e Turchia, per non far uscire dai loro confini i migranti di tutti i tipi. Se si vuole gestire i flussi migratori, l’esperienza di questi anni dice che i i dispositivi di controllo moltiplicano gli ostacoli per i migranti, fino a metterne spesso in pericolo anche la vita. In compenso l’efficacia di questi dispositivi resta invece tutta da dimostrare.

A questo sito potete chiedere la pubblicazione, nella lingua che preferite: http://www.rosalux.eu/

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