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Rosarno: le cose non capitano mai per caso - Contributo di Claudio Fava

(...) Bisogna tornare con la memoria a Castelvolturno. Alla strage dei sei immigrati africani abbattuti a raffiche di mitra dai sicari dei Casalesi nell'autunno di due anni fa. (...) movente  l'improvvisa vocazione della camorra e delle altre mafie ad assumersi funzioni di supplenza civile: troppi negri per strada, troppi africani nelle no-stre periferie, troppo rumore attorno ai nostri traffici criminali. Insomma li ammazzano, uno per uno, gli sparano addosso centotrenta pallottole, poi se ne vanno con le facce ebbre e stravolte di chi ha dimostrato chi comanda laggiù, chi fa le leggi, chi è dio in terra. Il giorno dopo cinquecento extracomunitari si ritrovano in una manifestazione spontanea e sfilano per le vie desolate del paese dicendo quello che tutti sanno e che pochi hanno il coraggio di balbettare: è stata la camorra, hanno ucciso per far capire che tocca solo a loro, ai ma-cellai dei Casalesi, decidere quale colore debba avere la pelle degli altri. Si fa il corteo, un po' di cori, molta rabbia, qualche vetrina rotta: finisce tutto lì. Passano due giorni e anche la brava gente di Castelvolturno decide di far sentire la propria voce. Meglio: il proprio silenzio. Una serrata, tutti i negozi restano chiusi, le saracinesche calate, le vetrine listate a lutto. I commercianti di Castelvolturno dicono che così non si può andare avanti, che non ce la fanno più, che non li vogliono più: i camorristi? No. Gli immigrati. Sei li hanno ammaz-zati? Che se ne vadano anche gli altri! Che tornino nei loro paesi, alle loro miserie, in fondo alle loro vite! (...). Passa un anno e mezzo e troviamo un signore che s'arrampica sul proprio trattore, spiana le sue pulegge d'acciaio ad altezza d'uomo e carica contro i braccianti africani che protestavano per essere stati presi a fucilate dai guappi del paese. Se fosse stato intervistato,  l'uomo del trattore avrebbe detto che lui non è razzista, che non ce l'ha con i negri: non li vuole tra le palle, solo questo, e se per farglielo capire bisogna inseguirli con la ruspa, che bisogna fare, questa è casa nostra, sono loro che se ne devono andare... Cinquant'anni fa, lungo le coste del Mississippi, i bravi borghesi bianchi  che si vestivano di bianco per dare la caccia ai neri, usavano in pubblico gli stessi miti ragionamenti: non siamo razzisti, ci mancherebbe, solo che non li vogliamo vedere attorno alle nostre case, sui nostri autobus, vicino alle nostre donne. Gli italiani, brava gente, adesso derubricano la caccia al negro di Rosarno come una questione di ordine pubblico, come le scazzottate in curva allo stadio. Ai for-coni, in Calabria hanno sostituito le doppiette e i bulldozer: un dettaglio. Una differenza in verità c'è. Sulle rive del Mississippi cinquant'anni fa i negri dovevano difendersi da una minoranza di bianchi bigotti e ottusi. Oggi in Italia, gli extracomunitari devono difendersi dai caporali che li sfruttano per lucrare sulle loro paghe da fame, dai camorristi che li am-mazzano per dimostrare che sono loro a comandare, dai ministri leghisti che li additano alla tolleranza zero per raccattare qualche voto in più anche alla periferia del regno.

Claudio Fava
www.sinistra-democratica.it

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