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Evitiamo altre stragi nel Mediterraneo

migranti4-400x215Secondo conteggi approssimativi, e certamente in difetto, il Mediterraneo ha inghiottito negli ultimi anni oltre 20.000 persone, esseri umani che fuggivano da guerre, fame e povertà con l’unica colpa di aspirare a un futuro, per sé e per le proprie famiglie. Un numero enorme e un numero così elevato e costante di naufragi che, quando non miete centinaia di vite come una settimana fa a Lampedusa, rischia di non fare nemmeno più notizia, creando una specie di pericolosa e disumana ‘assuefazione’. Chiediamo una volta per tutte che si fermi la strage di vite umane alle frontiere e un deciso cambio di rotta sull’immigrazione e sul diritto d’asilo, rendendo finalmente possibili gli ingressi legali in Italia e consentendo a chi arriva per chiedere protezione di farlo in sicurezza.

 

Ecco l’intervento di Filippo Miraglia, responsabile Immigrazione Arci

Rischiando di essere tra i pochi che cantano fuori dal coro, vogliamo fare una domanda a coloro che in questi giorni sono intervenuti sull’ecatombe di Lampedusa, sulle cause e sugli interventi da intraprendere per evitare simili tragedie proponendo la lotta ai cosiddetti trafficanti di essere umani, agli scafisti. La domanda è questa: una famiglia di siriani o di eritrei che fugge da morte certa ed è arrivata in Libia, pagando molto caro il viaggio e rischiando più volte la vita, a chi può rivolgersi per arrivare in Europa? Al ministro Alfano? Alle istituzioni europee? A Frontex con le sue dotazioni per il monitoraggio del mediterraneo? No, l’unica via per arrivare, anche dopo le stragi e le lacrime versate dai nostri rappresentanti istituzionali, è affidarsi proprio al famigerato scafista.

Non è una provocazione, ma purtroppo, per come stanno oggi le cose, l’unica risposta possibile. Chiediamo anche: da quando l’Europa finanzia il programma Frontex, tra i cui compiti c’è il salvataggio di eventuali naufraghi, le morti in mare sono diminuite? Sebbene le attività di Frontex non siano trasparenti, sappiamo per certo che negli ultimi tre anni c’è stato un rafforzamento di mezzi e personale e contemporaneamente un aumento di naufragi e di morti. Si potrebbe obiettare che i profughi sono aumentati, per la guerra in Libia e poi in Siria, ma a maggior ragione non si spiega come mai in un lembo di mare così frequentato continuino a scomparire tante persone.

Il rafforzamento dei controlli e di Frontex, come dimostra il recente passato, non sono la risposta giusta all’esigenza di rendere sicuro il viaggio di chi si dirige verso l’Europa e l’Italia per chiedere protezione.

Anzi, l’aumento dei controlli aumenta i rischi – perché si cercano nuove rotte – e il prezzo da pagare. Se si vuole davvero che la terribile tragedia avvenuta di fronte a Lampedusa – di cui l’Europa e soprattutto l’Italia, con le sue leggi, è la principale responsabile – sia l’ultima e che le persone possano arrivare in sicurezza, bisognerà ribaltare l’indirizzo prevalente negli interventi istituzionali di questi giorni, in particolare del ministro Alfano, ma non solo.

Per fortuna si sono levate anche tante voci che hanno invece insistito sulla necessità di abolire il reato di immigrazione clandestina e consentire ingressi regolari per ricerca di lavoro. Riguardo poi alla questione specifica dell’arrivo dei rifugiati, che sono la totalità di coloro che oggi sbarcano sulle nostre coste (numeri, è bene ricordarlo a chi chiede aiuto all’Europa, ancora molto limitati rispetto agli altri Paesi europei paragonabili al nostro) è urgente introdurre misure che rendano sicuro il loro arrivo.

Da un lato monitorare il canale di Sicilia, soccorrendo, con mezzi adeguati e un piano coordinato a livello europeo, le imbarcazioni che li trasportano. Non quindi maggiori strumenti per impedirne la partenza, ma esattamente il contrario: mezzi che intervengano per garantire una navigazione sicura. Dall’altro lato, l’apertura di canali umanitari, cioè la possibilità per chi si trova nelle aree di crisi o da quelle regioni è arrivato nel nord Africa, o comunque per tutti coloro che cercano protezione, di poter entrare in Europa con mezzi di trasporto normali, o straordinari se necessario, rivolgendosi direttamente alle istituzioni italiane ed europee. Riscrivere quindi gli accordi con i Paesi del nord Africa, prevedendo non respingimenti e detenzione, ma accoglienza e protezione. Infine è utile sottolineare che l’Italia, dopo anni di flussi migratori, non ha ancora un piano nazionale per l’accoglienza e strutture adeguate a garantire una protezione dignitosa a tutti.

Proprio il giorno prima della tragedia, con una delegazione dell’Arci presente sull’isola, abbiamo visto quello che tutti sanno, anche i ministri di questo governo: bambini, famiglie, uomini e donne costrette a vivere in una struttura inadeguata (il Cpsa di Contrada Imbriacola), privati della loro dignità, senza nemmeno il diritto a un letto e a un tetto, come invece le leggi e le convenzioni internazionali prevedono. Problemi organizzativi? Dopo tanti anni in cui nulla è cambiato a noi sembra più giusto parlare di cinismo e mancanza di senso di responsabilità.

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