Bakur – immagini di un popolo resistente INTERVISTA all’autrice

BAKUR, immagini di un popolo resistente

La mostra è aperta presso il circolo Arci Bellezza fino al 19 febbraio


(dalle 15 alle 18,30 e dalle 21 alle 22,30)


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Intervista all’autrice

Lei è Grazia Bucca, fotoreporter, collaboratrice dell’Agenzia Studio Camera di Palermo, è l’autrice della mostra “Bakur – immagini di un popolo resistente”. Lui è Luigi Lusenti, coordinatore del Direttivo nonchè da anni responsabile delle politiche internazionali di Arci Milano. In occasione dell’inaugurazione della mostra fotografica “Bakur” al circolo Bellezza hanno avuto l’occasione di riflettere sulla mostra e sulle sofferenze e difficoltà del popolo resistente per antonomasia. Ecco riportata l’intervista.

Bakur-immagini-di-un-popolo-resistenteD: Dove sono state realizzate queste foto e in che occasione?

R: Le foto sono state realizzate nella regione del Kurdistan del Nord, la zona di Bakur che comunemente si fa coincidere con la Turchia meridionale dove si combatte una guerra nascosta ma non per questo meno sanguinosa. Le ho scattate in due periodi diversi. Ottobre e novembre 2015 e gennaio 2016. Erano periodi elettorali in cui le città venivano sottoposte a a rigidissimi coprifuochi. Io non ho visitato le altre parti in cui è diviso il Kurdistan, quello siriano, quello iraniano e iracheno, ma c’è una tensione a sentirsi un popolo solo, nonostante la divisione voluta alla fine dell’impero Ottomano negli anni venti.

D: E’ quindi possibile parlare di popolo curdo, di nazione curda?

R: Penso proprio di si. Ci sono fra loro particolarità che li rende simili. Hanno una idea comune del Kurdistan anche se la loro speranza attuale è quella di diventare una regione autonoma, in contatto con le altri regioni curde autonome presenti nell’area.

D: Le fotografie della tua mostra cosa raccontano?

R: Raccontano di un popolo che è sottoposto continuamente a vessazioni e violenze. Che è assoggettato dal governo di Ankara a una inaccettabile limitazione dei diritti umani. Tutto ciò avviene senza che nessuno, nel mondo occidentale, faccia o dica nulla. Sono immagini che mostrano la quotidianità di uomini e donne. Una quotidianità che, purtroppo, è costantemente segnata da una presenza militare, anzi da una vera e propria occupazione armata. Io la chiamo guerra. Forse in Italia si crede che la guerra debba per forza essere devastante come in Siria. Non è così. Anche nel Bakur la gente muore, le case vengono bombardate, molti diventano profughi. Ho voluto raccontare questa vita di tutti i giorni, entrando nelle loro case, nei loro negozi. Mostrando come si può vivere in una situazione tale. Mi basterebbe che la gente che le guarda capisse che quella non è vita.

D: Che difficoltà hai avuto nel farle?

R:  Le uniche  difficoltà che ho avuto a realizzare queste foto sono venute dalla polizia e dalle forze armate turche. I curdi invece sono stati disponibilissimi. Molto ospitali ed amichevoli. Ci hanno aperto le porte di casa lasciandoci fotografare tutto ciò che volevamo quasi fossimo di famiglia. Erano interessati che potessero girare immagini che ritraevano la loro condizione. Capivano che anche solo una mostra come questa può essere utile.

D: Hai fotografato anche scene di scontri con i soldati?

R: Non era il mio obiettivo principale. Siamo comunque state portate, io e una collega di Lecce, a vedere alcune barricate difese da giovani. Anche loro non hanno avuto problemi a farsi fotografare. Più che altro erano preoccupati per la nostra incolumità. Ci hanno spiegato che se fosse arrivata la polizia come minimo saremmo state arrestate.

D: Questa mostra ha girato molto in Italia?

R: La mostra si è potuta realizzare grazie al sostegno dell’Arci, del Comune di Palermo e dell’Agenzia fotografica Studio Camera. A Palermo è stata esposta per la prima volta, ha poi girato un po’ in Sicilia, quindi nel Salento. Ora è a Milano e spero che possa continuare ad essere esposta, soprattutto per il popolo curdo.

D: Che risposte hai avuto dai visitatori e dai giornali?

R: Il riscontro di chi è venuto a vedere è stato parecchio positivo.  Mi è stato detto che serve molto per conoscere una realtà di cui si sente poco parlare in Italia. Mi ha invece colpito il silenzio della grande stampa. A Palermo sia Repubblica che la Rai regionale non hanno speso una parola.

D: In Italia sono stati scritti molti articoli sulle donne curde, donne che combattono anche in prima linea come gli uomini. Si sta facendo retorica o è una realtà davvero molto importante?

R: Credo che in Italia non se ne sappia ancora abbastanza nella situazione curda. Ci si ferma semplicemente all’idea del PKK partito armato, organizzazione terroristica violenta.  E’ una idea completamente distorta che non ha la consapevolezza di cosa significhi la lotta curda e che cosa stia succedendo in Kurdistan. E neppure del grande impegno del popolo curdo per rivendicare una idea di libertà, di democrazia, di diritti. Non c’è retorica quando si afferma che le donne nella società curda hanno un ruolo paritario con gli uomini. Ovunque sono stata ho riscontrato questa parità. I curdi ritengono che uomo e donna debbano avere la stessa dignità e la stessa importanza. Le loro istituzioni sono sempre governate da due persone, dove c’è un sindaco c’è un cosindaco, dove c’è un presidente c’è un copresidente. Un uomo e una donna ricoprono lo stesso ruolo senza ostilità ma collaborando fattivamente.  Non so cosa questo voglia dire per il resto del mondo arabo, certo per i curdi è una realtà ormai acquisita.

 La mostra è aperta presso la Palestra Visconti, al Circolo Arci Bellezza, via Bellezza 16/a Milano, fino al 19 febbraio dalle 15 alle 18,30 e dalle 21 alle 22,30.

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