Poi fu Srebrenica

Sono passati 22 anni. Ma la ferita nel cuore dell’Europa sanguina ancora. Arci Milano ha operato per lunghi anni a Bratunac. Ha aiutato a far sbocciare una solida cooperativa, la Zadruga Insieme, che molti di voi conosceranno. Bratunac dista pochi chilometri da Srebrenica. Ancor meno dal memoriale di Potocari. Abbiamo organizzato viaggi di conoscenza e ancora ne organizzeremo. La storia, la conoscenza sono valide e indispensabili dighe di fronte a tutti i fascismi. Anche se come dice il “nostro” Luigi Lusenti – che tanto ha fatto per ricucire ferite in quei territori devastati – “Ci si porta le scuole a fare visite istruttive. E’ giusto che sia così, non so se lo è anche per chi è morto”.

Poi fu Srebrenica – di Luigi Lusenti



Poi fu Srebrenica. Non avevamo più parole. Le avevamo consumate per Vukovar, Sarajevo, Mostar, Tuzla.
Poi fu Srebrenica, la strage annunciata. Da giorni girava un documento del Dipartimento di Stato americano su cui c’era scritto: “le forze armate serbe stanno conducendo in Bosnia una campagna di crudeltà contro i musulmani senza paragoni in Europa dal tempo dei nazisti.”
L’eccidio avveniva in diretta mondiale, davanti alle televisioni. Il generale serbo bosniaco Ratko Mladic, circondato dai suoi uomini, che rassicura la popolazione di Sreebrenica; il suo discorso ai cittadini serbi: “in questo 11 luglio 1995 siamo nella città serba di Srebrenica, facciamo dono di questa città al popolo serbo”; il suo brindisi con Thom Karremans il comandante del battaglione olandese Dutchbat dei caschi blu. Nel 2002, quando scoppiò lo scandalo, cadde addirittura il governo olandese del premier socialdemocratico Wim Kok: i caschi blu olandesi non avevano fatto nulla per impedire che gli uomini Mladic, appoggiati dal gruppo paramilitare degli Scorpioni, massacrassero circa 8.000 musulmani. C’è chi parla di una indifferenza al limite della complicità.
Telefonate giunte in ritardo ai comandi Onu di Sarajevo e Zagabria; incomprensioni fra quartier generali; Janvier, il comandante francese che dirigeva le operazioni dei caschi blu dalla capitale croata, che nega l’intervento dell’aviazione perché “non si potevano ancora definire atti di guerra con scontri a fuoco”; aerei americani che si sperdono nei cieli della Bosnia mentre alcuni F19 dovettero rientrare nelle basi italiane perché a corto di carburante. Nel frattempo l’enclave di Sreebrenica era già caduta e le vittime riempivano le fosse comuni e i boschi attorno alla città, sgozzati o fucilati.
La base dei militari olandesi era a Potocari, sei chilometri da Srebrenica. Ora c’è un memoriale. Sembra che sul ricordo dei fatti tragici, l’Europa non sia seconda a nessuno. Ogni volta che succedono si dice “mai più”. E parte la corsa alla lapide, al monumento, al memoriale. Ci si porta le scuole a fare visite istruttive. E’ giusto che sia così, non so se lo è anche per chi è morto. I nomi delle vittime, nel memoriale di Srebrenica, si susseguono con indicata la sola data di nascita. Quella di morte, uguale per tutti, è scolpita nel marmo all’ingresso del memoriale.
Basta attraversare la strada per raggiungere la “fabbrica degli orrori” per due anni sede del battaglione olandese in forza al contingente delle nazioni Unite. Non è facile entrarci, bisogna avere la forza per farlo. Per guardare sui muri sbrecciati i disegni osceni e le frasi che hanno graffiato l’intonaco. Per camminare nella “sala dell’inseminazione” ove avvenivano gli stupri di massa oppure per la “Sivi Dom” nella quale venivano impiccati i prigionieri, magari dopo indicibili sevizie e torture.
Nelle campagne che circondano Srebrenica continuano ad affiorare, a distanza di decenni, resti di cadaveri, di vestiti, di oggetti personali. Solo i colpevoli di questa mattanza sono sembrati svanire nel nulla per anni.
Carla Del Ponte, nel 2005, quando era procuratrice capo del Tribunale dell’Aja per la ex Jugoslavia, si rifiutò di partecipare alla cerimonia di Potocari, ”per rispetto delle vittime” disse. ”Il mio mandato e’ quello di condurre Radovan Karadzic e Ratko Mladic davanti alla giustizia per il genocidio di Srebrenica. Come potrei apparire alla cerimonia? Posso certo spiegare che non posso fare nulla, che non dispongo delle forze necessarie, ma agli occhi delle vittime io sono responsabile.”
Anni dopo un articolo comparso sulle pagine del settimanale britannico “Observer” affermò che: “che i governi di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti erano al corrente che qualcosa di grave sarebbe potuto succedere a Srebrenica e pare non avessero fatto niente perché volevano cercare di trattare con i serbi”. Come a dire che a Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire. O continuare a vivere, come è per i sopravvissuti, con l’ossessione e il tormento. Segni che restano invisibili nell’animo delle persone.
L’enclave musulmana in quella parte dei Balcani doveva cadere per facilitare le trattative di spartizione del territorio, premiando gli aggressori e portando verso la fine il conflitto. Ecco la risposta desolante a tutti coloro che da tempo chiedevano che la comunità internazionale facesse qualcosa per fermare il massacro. Cinismo e realpolitik. Così quattro mesi e mezzo dopo, prima a Dayton in Ohio e poi a Parigi, l’accordo di pace fu firmato.
Gli autori dell’Observer scrissero: “non si può affermare che le potenze occidentali, i cui negoziati portarono alla caduta di Srebrenica, fossero a conoscenza dall’entità del massacro che sarebbe seguito ma le prove dimostrano che erano a conoscenza dell’intenzione esplicita di di Mladic di far scomparire completamente la popolazione bosniaca musulmana dall’intera regione”. La “direttiva 7”, emessa dal comando dell’esercito serbo bosniaco ordinava infatti la rimozione immediata e permanente di tutte le persone di origine musulmana dalle cosiddette “aree protette” dell’Onu (Zepa e Goradze oltre a Sreebrenica). Il diplomatico statunitense Robert Frasure, in un dispaccio riservato al Consigliere per la sicurezza nazionale Robert Lak, fece presente che i serbi non avrebbero mai accettato nessun piano se le tre aree non fossero passate sotto il loro controllo. La sorte per Zepa e Srebrenica fu quella. Mentre a Srebrenica gli uomini di Mladic facevano l’ennesima e più tragica pulizia etnica di tutto il conflitto, i negoziatori incontravano i capi dell’autoproclamata repubblica di Serbia e il loro burattinaio di Belgrado; gli aerei spia e i satelliti mandavano alle centrali di spionaggio le immagini del dramma; l’Onu forniva trentamila litri di carburante per i pullman dei militari serbi che dovevano “spostare” le popolazioni. Ennio Remondino, corrispondente della Rai che giunse sul posto qualche giorno dopo assieme a una troupe, commentò cosi le rilevazioni di Florence Hartman e di Ed Vulliamy, i due giornalisti che hanno portato alla luce i fatti: “Per viltà politica si è scelto di far decidere alla guerra la nuova geografia della regione”.
Tre giorni prima del “ventennale della strage” ancora una volta l’Onu dimostrò la sua totale impotenza. Una risoluzione per definire il massacro un “genocidio” trovò il veto della Russia e il non voto, all’interno del Consiglio di Sicurezza di Cina, Venezuela, Nigeria e Angola.
Ventidue anni dopo il Memoriale di Srebrenica è una costruzione che purtroppo si amplia ogni anno. L’11 luglio, con un rito collettivo di migliaia di persone, infatti vengono seppelliti i resti che la Commissione Internazionale per le persone scomparse continua a individuare e a tentare di riconoscere. Nel frattempo anche i serbi si sono costruiti un loro “memoriale”. Lo hanno fatto a Bratunac sulla Trg Milosa Obilica. Ogni anno crescono pure i morti di questa comunità.

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