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La Carta di Lampedusa per rilanciare il movimento per i diritti dei migranti

La posizione di Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione Arci

Sono trascorsi 4 mesi da quella notte del 3 ottobre in cui, davanti a Lampedusa, 368 persone hanno perso la vita. Una tragedia, come dicemmo allora, conseguenza di scelte politiche sbagliate, che non prevedendo canali di ingresso regolari, costringono a viaggi sempre più pericolosi. E infatti, dopo soli 8 giorni, altre centinaia di persone, a poche miglia dalle coste italiane, sono annegate per il mancato soccorso e il rimpallo di responsabilità tra Malta e Italia.

Il governo italiano, che in quelle ore aveva annunciato grandi cambiamenti, ha saputo proporre solo il programma Mare Nostrum e l’installazione di un costosissimo sistema radar per controllare le frontiere sud della Libia. Confermando, fra l’altro, in questo modo un’oggettiva e inquietante identità di interessi tra coloro che commerciano armi e sistemi di controllo e quanti speculano sui viaggi della morte. Interessi sostenuti dagli accordi tra Stati e governi della sponda sud e nord del mediterraneo. Intanto in Italia e in Europa crescono partiti xenofobi e razzisti, che potrebbero trovare ampia rappresentanza nel prossimo Parlamento europeo. L’assunzione in piccole dosi del veleno razzista (nella folle convinzione che questo servisse a evitarne la diffusione) ha ormai determinato una sorta di assuefazione delle nostre democrazie e indebolito gli anticorpi, compresi i principi scritti nelle Costituzioni. È arrivato il momento che la società civile organizzata, le reti e i movimenti dei migranti e coloro che in questi anni hanno cercato di tutelarne i diritti diano vita a una grande coalizione, per costringere la politica e le istituzioni a invertire la rotta.

In questi giorni a Lampedusa centinaia di organizzazioni si sono date appuntamento per scrivere la Carta di Lampedusa, tappa di un processo che deve crescere, radicandosi nei territori, per costruire un consenso diffuso. La Carta di Lampedusa, per il suo valore simbolico e per le proposte che contiene, può rappresentare l’inizio di una ripresa del movimento antirazzista italiano e internazionale. Per provare ad essere vincenti, bisogna riprendere il dialogo con tutte quelle comunità antirazziste, piccole e grandi, la cui frammentazione in questi anni ha prodotto una generale debolezza. Si deve dare finalmente la parola a rifugiati e migranti, sostenerne il protagonismo, a partire dal lavoro della coalizione ‘Siamo nella stessa Barca’, che dovrebbe portare a una grande manifestazione nazionale ad aprile, favorire tutte quelle azioni che facciano emergere l’esistenza dell’altra Europa. La ripresa di un ampio e plurale movimento antirazzista dovrebbe puntare a qualche risultato concreto: l’approvazione delle leggi d’iniziativa popolare della campagna L’Italia sono anch’io (cittadinanza e diritto di voto), una riforma del sistema d’accoglienza che preveda la chiusura dei grandi centri di contenimento (a partire dai CARA), la cancellazione definitiva dei CIE, l’abolizione della Bossi Fini, l’apertura di vie d’ingresso legale sia per ricerca di lavoro che per richiesta di protezione. Sono solo alcuni degli obiettivi che possono caratterizzare una nuova stagione del movimento antirazzista, che deve riuscire a tenere insieme realtà e modalità di iniziativa diverse. Se il prossimo 3 ottobre riusciremo a commemorare insieme a Lampedusa quei 368 morti, avendo nel frattempo ottenuto almeno in parte il cambiamento necessario, potremo offrire un piccolo risarcimento a tutti coloro che hanno perso la vita e a quanti chiedono giustizia e dignità.

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